al dorra muhammad jamal
di Karim El Sadi* -

30 settembre 2000, da un paio di giorni, in Palestina, infuria una tempesta di manifestazioni e proteste contro l'occupazione israeliana: è appena scoppiata la seconda Intifada. Un operatore francese della tv France 2 sta filmando uno scontro acceso tra esercito israeliano e manifestanti palestinesi, nei pressi del bivio Al Shohada, a Gaza. Un bambino di 12 anni, di nome Mohammad Al Dorra, e suo padre Jamal si trovano accidentalmente al centro del fuoco israeliano. Il padre prende per mano il figlio e si riparano accovacciandosi dietro a un barile. Il giornalista si accorge del pericolo e mentre la telecamera riprende la scena, grida disperato ai soldati israeliani di serrare il fuoco. La telecamera continua a girare, i proiettili dell'esercito non accennano a fermarsi e prendono di mira proprio il barile, dietro al quale padre e figlio si stanno riparando. Il piccolo Muhammad cerca di aggrapparsi alla vita e stringe sempre più forte il padre, che intanto alza la mano in segno di resa. Si leva una coltre di polvere davanti ai due. Il padre, ferito a un braccio, perde i sensi; sulle sue gambe giace il corpo senza vita del figlio. “E' morto il bambino, è morto il bambino!”, grida in lacrime il giornalista francese. La scena fa il giro del mondo e diventa il simbolo dell'”Intifada di Al-Aqsa”, un'insurrezione che durerà altri cinque anni e porterà a 4700 morti, di cui l'80% palestinesi. In un primo momento, le forze israeliane ammettono la propria colpevolezza, dichiarando che l'effettiva provenienza del proiettile risulta dalla posizione in cui si trova l'esercito. In un secondo momento, cambiano inspiegabilmente idea, ritrattando e puntando il dito contro l'emittente televisiva France 2 e Talal Abu Rahma, il giornalista che ha ripreso il tutto; con l’accusa di non aver mandato in onda l'intero video e di aver architettato una messinscena della propaganda palestinese. Il caso di Mohammad Al Dorra è tutt'altro che isolato. Vi sono innumerevoli episodi come questi, che si sono ripetuti nel corso di 70 anni, periodo storico  dell’occupazione israeliana, dove chi protesta viene ucciso, chi uccide viene giustificato e chi denuncia è censurato; fatti avvenuti anche nella storia più recente.


Lo scorso aprile, ad esempio, quattro  ragazzini palestinesi sono stati uccisi deliberatamente da cecchini israeliani, durante la “Great Return March”, una protesta che si svolge tuttora nella striscia di Gaza per ricordare i 70 anni dall'esodo palestinese. La notizia scuote l'opinione pubblica, i soldati colpevoli di aver assassinato quattro minori rispettivamente di 13, 14, 15 e 17 anni, sono ancora in servizio senza aver subito alcuna pena, processo o tantomeno un’ indagine a loro carico. Non sarebbero i primi e non saranno sicuramente gli ultimi a essere “graziati” dalla “giustizia a due marce” di Israele. Probabilmente, come ha già pensato qualcuno, la causa della morte di questi giovani non è dell'esercito, ma dei ragazzini stessi. “Se fossero andati a scuola, come tutti gli altri bambini, non ci sarebbe stato alcun problema”, ha commentato cinicamente il ministro dell'istruzione israeliano, Naftali Bennet, lo scorso 22 aprile. Anche il COGAT, l'agenzia governativa israeliana che amministra i territori occupati, ha rifiutato di criticare “L'eccessivo e deplorevole uso della forza” (fonte Amnesty International), accusando invece Hamas, il movimento di resistenza palestinese, di portare avanti una campagna terroristica incitando i palestinesi alla violenza. “Bisogna che il caso rivolti la formica, affinché essa veda il cielo”, dice un detto arabo. E il nostro “caso”, è un'analisi attenta di ciò che succede da mesi in quel fazzoletto di terra, basandoci su ciò che le organizzazioni umanitarie e i giornalisti seri ci dicono da anni.
Da marzo, migliaia di palestinesi si radunano vicino alla barriera di sicurezza per celebrare il "Land Day", che commemora l'espropriazione da parte del governo israeliano di terre di proprietà araba, avvenuta il 30 marzo 1976, e le successive manifestazioni in cui sono stati uccisi sei arabi israeliani. La manifestazione è l'inizio della cosiddetta "Marcia del ritorno", della durata di sei settimane, fino al 15 maggio (ma che tutt'oggi è in corso), anniversario della fondazione di Israele, conosciuto come Nakba, la catastrofe tra i palestinesi.
La marcia è anche un'occasione per far conoscere al mondo il dramma del popolo palestinese e delle sue precarie condizioni di vita. Durante le proteste partecipano tutti gli abitanti di Gaza: uomini, donne, vecchi e bambini, che manifestano pacificamente e non mettono assolutamente in pericolo l'incolumità e la sicurezza dell'esercito israeliano, posto aldilà della barriera. Quest’ultimo, contrariamente, si diverte a compiere una “caccia all'uomo”, uccidendo chiunque osi avvicinarsi troppo al confine. Dal 30 marzo a oggi, le vittime causate dall'assedio israeliano contro i palestinesi è di 193 morti e oltre 21 mila feriti, di questi, 44 sono minorenni e 2 sono giornalisti. Tante cose sono cambiate da quel 30 settembre di 18 anni fa, ma una cosa forse è rimasta: l'incapacità di indignarci.

*Karim El Sadi, 21 anni, gruppo Our Voice Marche (Italia)

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