di matteo c paolo bassani 2017di Giorgio Bongiovanni -
La notizia è di assoluto rilievo. La Procura di Messina ha aperto un fascicolo di atti relativi, una sorta di attività pre-investigativa in cui non risulta ancora una ipotesi di reato, per valutare eventuali responsabilità dei magistrati che si occuparono delle indagini sulla strage di via d'Amelio che confluirono nei processi Borsellino I e bis. Un atto dovuto, è stato subito specificato dagli organi di informazione che hanno ripreso la notizia, dopo la trasmissione dei verbali d'udienza dibattimentale, disposta dalla Corte d'assise nell'aprile 2017. Tra gli atti inviati dalla Procura di Caltanissetta a quella di Messina vi sono le motivazioni della sentenza del giudice Balsamo, in cui si parla del depistaggio delle indagini sulla strage di via d'Amelio e delle anomalie avvenute durante l'attività investigativa.
Tra i magistrati che vengono inclusi nell'elenco di quelli che devono essere indagati come presunti concorrenti al depistaggio vi è anche il nome del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, che si occupò solo marginalmente delle indagini poi scaturite nel “Borsellino bis” (dove entrò a dibattimento già avviato, ndr).
Diversamente istruì dal principio le indagini sul “Borsellino ter”, il troncone dedicato all’accertamento delle responsabilità interne ed esterne a Cosa Nostra, che ha portato alla condanna di tutti i capi della Commissione provinciale e regionale e che non è stato investito dal "ciclone Spatuzza", che mise in discussione la verità raccontata da Scarantino riscrivendo un pezzo di storia riguardo l'attentato. In quel processo, infatti, le dichiarazioni del "pupo vestito" neanche furono utilizzate proprio perché vi erano forti limiti rispetto alle sue dichiarazioni.
Ascoltato lo scorso 17 settembre davanti al Csm Di Matteo aveva chiarito ampiamente che "l’attendibilità di Scarantino era limitata, tant’è che nei confronti di 3 dei 7 soggetti chiamati in causa dal solo Scarantino abbiamo chiesto l’assoluzione e lo abbiamo definito come scarsamente e limitatamente attendibile. Questo è dimostrato dal fatto che, mentre finiva il bis, lui non lo abbiamo inserito tra i testi del Borsellino ter". Ma il magistrato aveva anche evidenziato come proprio nel Borsellino bis fosse stata "chiesta ed ottenuta l'assoluzione di Giuseppe Calascibetta ma anche di altri soggetti. Poi in appello ci sono state delle condanne ma non so se ci sono stati altri elementi di prova. Il dato di fatto è che noi abbiamo chiesto l'assoluzione. Di Scarantino abbiamo detto già nella requisitoria finale che erano utilizzabili solo i primi tre verbali del 1994, perché poi era intervenuto un inquinamento dello stesso Scarantino. Quindi le sue dichiarazioni, laddove non erano coincidenti o corroborate da altre prove, non erano utilizzabili".
Ma non era quella la prima volta che il pm chiariva, fatti e carte alla mano, come fu valutata la vicenda Scarantino. In precedenza c'era già stata la stessa testimonianza al Borsellino quater, ed ancora l'audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia che fu in parte secretata.
In quelle deposizioni emerge chiaramente, con prove e documenti, come Di Matteo non solo non c'entri nulla con il depistaggio ma sia stato uno dei pochi magistrati che si adoperò nella ricerca dei mandanti esterni per le stragi del 1992, anche assieme al collega Luca Tescaroli, negli anni successivi con le indagini su Bruno Contrada per concorso in strage in riferimento alla sua eventuale presenza in via d'Amelio o quelle su "Alfa e Beta" (ovvero Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri). In pochi ricordano che nell'inchiesta nei confronti dell'ex senatore e l'ex premier Di Matteo e Tescaroli furono lasciati soli con uno scollamento di fatto con il resto della procura di Caltanissetta.
Le inchieste condotte su certi apparati dei servizi di sicurezza, sui mandanti esterni, e poi quelle successive, fino ad arrivare all'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia di Palermo, dimostrano come Di Matteo, assieme ad altri (pochi) colleghi, sia stato tra coloro che hanno compiuto notevoli sforzi per raggiungere la verità sui motivi che portarono alla morte il giudice Borsellino e gli agenti della scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina).
Alla luce di tutti questi elementi perché non si ha il coraggio di dire che questo pm non c'entrava nulla con il depistaggio?
Perché si scrive ancora che i verbali dei confronti tra Scarantino ed i pentiti Totò Cancemi, Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera non furono depositati, quando ciò avvenne comunque prima della fine del dibattimento Borsellino bis?
Sono stati ampiamente chiariti i motivi che portarono i pm a non depositare nell'immediatezza quei confronti ed inoltre va ricordato quanto fu deciso dal Gip di Catania che archiviò l'inchiesta sui sostituti procuratori di Caltanissetta, denunciati da parte di tre legali delle difese per “comportamento omissivo”. Il giudice, però, diede loro torto valutando l'operato dei pm come privo di "comportamento omissivo".
Perché dunque si ha ancora così tanta ostinazione su questo punto e sull'agire del magistrato Di Matteo?
Un pm contro cui, come riconosce la stessa Procura di Caltanissetta nella richiesta di archiviazione indagini, vi è un progetto di attentato “certamente operativo per gli uomini di Cosa nostra”, frutto di una condanna a morte espressa dal capo dei capi Totò Riina, oggi deceduto. Non si possono dimenticare le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Vito Galatolo che ha riferito di una richiesta, giunta ai capimafia di Palermo, inviata con una lettera da Matteo Messina Denaro, proprio per compiere l'attentato perché Di Matteo “si era spinto troppo oltre”.
Perché dunque inserire Di Matteo nel contesto delle indagini su un depistaggio in cui non c'entra nulla? La Procura nissena ha inviato gli atti a Messina come "atto dovuto". E questo è un fatto. Ma osservando il clima generale attorno a questa vicenda la sensazione è che vi siano delle "menti raffinatissime" che spingono affinché questo magistrato sia delegittimato definitivamente affinché non possa andare avanti nelle inchieste che fin qui ha condotto con perseveranza e sacrificio. Menti che purtroppo sfruttano anche il sacrosanto desiderio di giustizia e verità dei parenti di vittime di mafia. E' così che si dà vita ad uno schema perverso fatto di delegittimazioni, persecuzioni ed isolamento del magistrato, rafforzando quei poteri esterni a Cosa nostra che in realtà la verità su stragi, sistemi criminali e trattative Stato-mafia non la vogliono raggiungere.

Tratto da: antimafiaduemila.com

Foto © Paolo Bassani

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