di matteo nino travaglio marco c acfbA Roma la prima nazionale del libro "Il Patto sporco" -
di Karim e Jamil El Sadi - *
"La strategia è chiara: siccome ci sono dei giudici che in nome del popolo italiano hanno consacrato dei fatti di cui non si deve parlare, ora si fa finta di nulla. Si è alzato il muro di gomma del silenzio. Noi, scrivendo questo libro, abbiamo voluto provare a rompere questo muro; perché i fatti che sono stati provati nel processo devono rimanere scolpiti nella memoria e nella coscienza civile di questo Paese". A dirlo, ieri sera, il Sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo durante la prima presentazione del libro "Il Patto Sporco", scritto a quattro mani con il giornalista e saggista Saverio Lodato, presso la libreria Ibs +Libraccio di Roma.
Il libro, uscito a 3 mesi dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza del processo Trattativa Stato-mafia, racconta per la prima volta in maniera dettagliata quella che è stata definita dagli addetti ai lavori come "sentenza storica", attraversando tutti i capitoli del dialogo tra Stato e mafia, partendo dalle condanne definitive del Maxi processo per arrivare fino alla vittoria delle elezioni nel 1994 di Silvio Berlusconi. Nino Di Matteo, intervistato da Lodato, nel libro mostra al lettore ciò che avvenne dietro le quinte del processo Trattativa Stato-mafia, iniziando dalle indagini con Antonio Ingroia fino a giungere al giorno della sentenza espressa in nome del popolo italiano il 20 aprile scorso. Ma non solo. Il pm ha riassunto le oltre 5000 pagine della motivazione del dispositivo di sentenza, in meno di 20 pagine, elencando punto per punto i passi salienti per facilitare la chiave di lettura di chi vuole capirne di più sul processo che, almeno in primo grado di giudizio, vede condannati mafiosi, politici e alti vertici delle forze dell'ordine.
A spalleggiare gli autori, durante la serata, il direttore de "Il Fatto Quotidiano" Marco Travaglio e il regista Pierfrancesco Diliberto, meglio conosciuto come Pif. Ad intervallare i vari interventi, le letture di alcuni passi del libro "Il Patto Sporco" degli attori Lunetta Savino e Carmelo Galati.

Pif: "Per quale motivo si nega sempre?"
E' stato Pif il primo a prendere parola durante la serata. Il regista nella sua "ingenuità", come lui stesso ha sostenuto di avere, non ha dato risposte ma ha posto quesiti sul tavolo della conferenza. Ma PIF non è nuovo al tema criminalità organizzata e di "quella linea logica che partendo dalla seconda guerra mondiale arriva fino ai giorni nostri". Nella sua serie tv "La mafia uccide solo d'estate", il regista palermitano ha toccato più volte, tra le innumerevoli vicende di Cosa Nostra, il caso Andreotti, divenuto ormai per lui un chiodo fisso. E' proprio in riferimento a quest'ultimo che il regista ha fatto emergere la propria "ingenuità": "Una cosa di cui non riuscirò mai a darmi risposta è perche si nega una sentenza, come nel processo Andreotti e nel processo Trattativa Stato-mafia dove c'è scritto che le persone sospettate all'inizio del processo di aver trattato (con la stessa, ndr) hanno ammesso di averlo fatto. Ma perche (nonostante ciò, ndr) si continua a negare una cosa del genere in questo Paese. Ho fatto film - continua Diliberto - dove si parla del processo Andreotti. I magistrati pagano, si scottano. Un esempio su tutti è Gian Carlo Caselli che ha avuto l'ardire e processò il 7 volte Presidente del Consiglio, il quale venne riconosciuto colpevole. Ma, nonostante questo, la sua carriera venne penalizzata (di Caselli, ndr) da quella scelta perchè si candidò come procuratore nazionale e gli fecero una legge ad hoc contro incostituzionale".
"Il mio senso di colpa - dice Pif ritornando a parlare del libro - è che leggendolo ho sottovalutato il coraggio che nella mia foga e distrazione, non ho mai considerato. Un coraggio pazzesco". Il regista si riferiva agli interrogatori di una serie di personaggi illustri, come gli ex Presidenti della Repubblica Scalfaro e Napolitano, "una cosa che in America - ha detto scherzosamente - Steven Spielberg ci avrebbe fatto un film". "Io credo - ha concluso il regista palermitano - che l'italia debba essere orgogliosa di avere magistrati che si scontrano col potere vero. Ringrazio questo signore - ha detto indicando Nino Di Matteo - e i suoi colleghi per aver affrontato una situazione dove ci vuole molto coraggio. E questa cosa, secodo me, dovremmo ricordarcela più spesso".

Marco Travaglio: "Questo è il momento in cui possiamo sperare che chi sa parli, prima che si chiuda il Mar Rosso"
A rispondere ai dubbi e ai quesiti di Pif c'era Marco Travaglio, il quale ha fatto un parallelismo tra due casi che hanno mosso la stampa in tempi e modi completamenti differenti, ma con un nesso penale apparentemente comune. Il nodo assoluzione. In particolare il direttore de "Il Fatto Quotidiano" ha riportato le parole del collega di "La Repubblica" Mario Calabresi della domenica scorsa il quale ha scritto "non è che solo perche la Raggi è stata assolta allora non è successo niente". "Pure Andreotti - ha replicato Travaglio - è stato assolto eppure quello che dicevamo sulle collusioni di Andreotti e della Dc con la mafia era vero. Il problema è che Andreotti non è stato assolto mentre la Raggi sì e non per mafia ma per una lettera all'ANAC". "Questo per dire - ha argomentato il direttore - come è ancora ferrea la legge che vieta al secondo giornale italiano e a tutta la grande stampa italiana di dire le cose come stanno su Andreotti da molto prima che morisse. Figuriamoci un processo con una sentenza che riguarda molti vivi, ma non vivi - ha specificato - perchè non sono ancora morti, ma vivi perchè il presidente del consiglio del governo a cui fu recapitata la prima minaccia di cosa nostra, Giuliano Amato, è giudice costituzionale. E il capo della sua segreteria Fernanda Contri ha testimoniato, e nella sentenza se ne dà conto, di averlo informato che il ros stava trattando con Vito Ciancimino. Il Presidente del Consiglio del terzo e ultimo governo a cui fu recapitata la minaccia mafiosa tramite Dell'Utri si chiama Silvio Berlusconi".
Marco Travaglio si è focalizzato su quei "vivi" e "potenti" che "non si levano mai dalle scatole - per usare un francesismo - e che, se non vogliono, possono non andare in pensione continuando ad avere incarichi". Uno di questi è il generale Mario Mori, colui che "prende iniziativa insieme al comandante Subranni di interpellare un uomo di Cosa Nostra dopo la Strage di Capaci per offrire qualcosa alla mafia in cambio della fine delle stragi".
Secondo Travaglio, Mario Mori è un "fenomeno straordinario" ricordandosi tutti quegli episodi che lo hanno riguardato dall'incontro con Ciancimino fino ad arrivare alla mancata perquisizione del covo di Riina e i mancati blitz a Terme Vigliatore e Mezzojuso per arrestare rispettivamente i boss Nitto Santapaola e Bernardo Provenzano nel 1995. "Nella sentenza c'è scritto - ha ricordato Travaglio - che senza la trattativa avviata da Mori e dal Ros le stragi sarebbero finite il giorno dell'arresto di Riina il 15 gennaio 1993". Ma il ruolo dell'"Ispettore Clouseau" - come lo ha definito ironicamente Travaglio - non finisce qui. "Da colonnenllo è diventato generale da vice comandante a comandante a capo del Ros e poi, non bastando anche capo del Sisde, poi nominato una volta in pensione da Alemanno consulente per la sicurezza del comune di Roma per vigilare sugli appalti della Capitale e poi Formigoni l'ha nominato sorvegliante della legalità degli appalti di EXPO, che poi sono stati infiltrati prima da alcuni pregiudicati di Tangentopoli noti alle cronache e poi dalla 'Ndrangheta". Travagli si è domandato quindi del motivo per cui premiamo i collusi. "Voi credete che il generale Mori insieme ai carabinieri del Ros - ha argomentato - ha preso iniziativa individuale di andare a trattare con Vito Ciancimino perchè facesse da tramite con Salvatore Riina dopo venti giorni che viene fatta saltare in aria l'autostrada di Capaci, senza che ce li abbia mandati qualcuno? E' ovvio - ha sostenuto - che ce l'ha mandato qualcuno che in quel momento era al governo. Il problema è che se fanno nomi vanno in carcere altri. Quindi quelli vanno accontentati finchè campano. Questa è la ragione per cui Nicola Mancino quando è minacciato di finire nell'indagine va a chiamare il Capo dello Stato Napolitano, questa è la ragione per cui un altro Presidente della Repubblica Scalfaro va a mentire davanti alla corte, nella sentenza troverete scritto che abbiamo un Capo dello Stato che ha mentito, che ha detto di non sapere niente dell'avvicendamento delle carceri italiane, quando dall'oggi al domani fu cacciato Nicolò Amato perchè i boss lo ritenevano troppo duro sul 41bis, tutti i testimoni dicono che l'avvicendamento è stato voluto da Scalfaro... lo smentiscono tutti”. Travaglio ha concluso l'intervento con una riflessione personale. "Forse non è un caso - ha detto - che questa sentenza così coraggiosa sia uscita pochi giorni dopo le elezioni del 4 marzo, le stesse che hanno seppellito quelle due forze politiche che hanno gestito all'inizio e alla fine la trattativa Stato-mafia e poi hanno tenuto il patto della trattativa per 25 anni. Il centro-sinistra che l'avviò ai tempi del governo Amato e poi del governo Ciampi e del centro-destra berlusconiano che la chiuse nel 1994. Casualmente le prime elezioni che mettono fuori gioco questi partiti dopo 50 giorni producono questa sentenza. Magari è un caso ma se si vede Tangentopoli quando è scoppiata, cioè quando la Prima Repubblica era morta, vedete che noi riusciamo a procesare crimini di stato solamente quando c'è un passaggio di fase di epoca, e quindi forse in questo momento i legami di omertà si sono allentati perchè coloro che avevano potere non ce l'hanno più, quindi questa è una fase cruciale. E' come quando si aprono le acque del Mar Rosso, dura pochissimo, ma in questo periodo bisogna proprio colpire prima che questi si rialzino e comincino a respirare. Questo è il momento in cui possiamo sperare che qualcuno di quelli che sanno il resto della storia cominci a parlare prima che si richiudano le acque del Mar Rosso. C'è pochissimo tempo".

Nino Di Matteo: "Questo processo lo abbiamo fatto da soli"
"La sentenza del processo sulla Trattativa Stato-Mafia, si interseca in maniera fondamentale con le stragi del '92 e '93. Dovrebbe costituire la base di partenza per un nuovo slancio verso il completamento del percorso di verità, individuando responsabilità anche fuori da Cosa nostra. Mai siamo stati così vicini alla possibilita di completare questo percorso. Mancano alcuni passi, ma devono essere mossi in maniera corale. Senza lasciare isolati i magistrati in sede giudiziaria, politica ed istituzionale. L'assenza da parte dello Stato di segnali precisi, nella ricerca della verità, mi fa pensare che abbia ancora l'insana voglia di archiviare per sempre le pagina buie del recente passato. Le verità che sono state acquisite fin'ora sono importanti, ma parziali". Ha esordito così il pm Nino Di Matteo, puntando il dito contro quella parte di Stato che per anni è rimasta immobile a guardare un pugno di magistrati che, come Davide contro Golia, riuscirono nell'impossibile abbattendo il muro del negazionismo: attestare che "Trattativa ci fu".
"Intorno a questo processo sono accaduti fatti su cui tutti dobbiamo riflettere. Siamo stati accusati di tutto. - ha detto il Sostituto procuratore nazionale antimafia - Quando ci fu la vicenda delle intercettazioni casuali tra Mancino e Napolitano, siamo stati accusati di essere eversori ed ho, inoltre, subito un processo disciplinare. Nessuno tra i magistrati, tra i rappresentanti del CSM o dell'ANM, ha avuto l'onesta intellettuale di chiedersi - ha contestato il pm facendo riferimento all'indagine della procura di Firenze sulla ricostruzione post terremoto dell'Aquila e a quella della procura di Milano in cui si intercettò Scalfaro - il motivo per cui il Quirinale non si mosse con quelle procure. - e si è domandato - Perché fatti uguali comportano reazioni diverse? Ci hanno accusati di essere assassini della morte di Loris D'Ambrosio. - continua con tono sempre più acceso - Noi questo processo lo abbiamo fatto da soli. Siamo stati uno stretto manipolo di magistrati isolati perfino all'interno della procura di Palermo. Se anche la magistratura fa prevalere i criteri di opportunità politica di una scelta, rispetto a quelli della doverosità giuridica delle proprie scelte, è la fine della democrazia nel nostro Paese".
"Ho riacquistato la fiducia nella magistratura perche ha messo in sequenza i veri fatti. - ha detto Di Matteo riferendosi alla sentenza definitiva della Corta d'Assise di Palermo - Senza il pregiudizio che è impossibile che lo Stato tratti con la mafia". Ed è proprio in riferimento alla sentenza definitiva di primo grado, che il magistrato palermitano ha posto l'attenzione sul motivo per cui "non si debba parlare" di questo processo. "Nella sentenza - ha rammentato - è attestato che Berlusconi, ex Presidente del Consiglio del Governo italiano, mentre era in piena carica continuava a pagare cospicue e ingenti somme di denaro a Cosa nostra anche mentre faceva le stragi. Forse iniziamo a capire perché non si deve parlare di questa sentenza. E' scomoda. Parla di diffuse omertà istituzionali, di un Presidente della Repubblica che ha mentito di fronte a noi, parla di esponenti politici che hanno riferito fatti importantissimi - accaduti nel periodo delle stragi - solo dopo che Massimo Ciancimino parlò. La sentenza attesta che la trattativa non evitò altro sangue, bensì lo provocò". "Infatti - ha continuato l'autore del libro - può ritenersi provato che l’invito al dialogo pervenuto a Riina dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisce un sicuro elemento di novità che può certamente aver determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino".
"Bisogna trovare il coraggio di andare avanti. - ha detto a conclusione del suo intervento Nino Di Matteo - I cittadini devono conoscere i fatti, perché siamo circondati dal silenzio e dal divieto di parlare dell'intelligenza tra lo Stato e la mafia. I fatti 'devono sparire' dalla possibilità della conoscenza e dell'approfondimento dell'opinione pubblica".

Saverio Lodato: "Silenzio dei giornalisti è proporzionale al chiasso che per 5 anni hanno accompagnato il processo di Palermo"
Anche l'autore del libro Saverio Lodato si è posto delle domande come Pif. Una in particolare."Cosa è cambiato con questa sentenza di primo grado?" "E' cambiato tutto - ha detto dopo aver citato Sciascia, Pasolini e Dacia Maraini - oggi noi possiamo dire che sappiamo perché abbiamo le prove. Sappiamo perché 5000 pagine di motivazione della sentenza di primo grado ci fanno capire come fossero convergenti le ricostruzioni dell'accusa proprio a significare il fatto che in italia si trattasse di nascosto perché non c'era il coraggio di trattare apertamente con la mafia. Questo è il punto di fondo della vicenda".
E rispondendo a Pif "Si ostinano ancora a negare perchè oggi la storia del nostro paese non può più essere raccontata come è stato fatto negli ultimi 70 anni. Non si può più raccontare la favola di una mafia contrapposta allo stato e vice versa. Non si può più dire che [le vittime eccellenti di mafia] Dalla Chiesa, Falcone, Francese, Fava, Rostagno, e decine di imprenditori siciliani, furono ammazzati dalla mafia avendo alle spalle lo Stato e i loro corpi di appartenenza".
Saverio Lodato si è chiesto inoltre come mai è calato il silenzio sulla sentenza del processo Trattativa Stato-Mafia, che ricordiamo in realtà è processo per attentato e minaccia a Corpo Politico dello Stato. "Badate bene - ha avvertito - che il silenzio è direttamente proporzionale al chiasso, al rumore e alla propaganda che per 5 anni hanno accompagnato il processo di Palermo". Il giornalista non ha avuto peli sulla lingua e senza esitazioni ha fatto i nomi di Giuliano Ferrara, Giuseppe Sottile, Mulé, Deaglio e per finire Eugenio Scalfari. Ovvero quella stirpe di giornali e giornalisti che secondo l'autore del libro "Il Patto Sporco" "cercarono quando poterono di tutelare l'incolumita dei mafiosi con la coppola storta già dalla fine degli anni 70". Saverio Lodato ricorda uno di questi in particolare, Eugenio Scalfari, all'epoca dei fatti direttore del quotidiano nazionale La Repubblica. Colui che "fece una campagna, dalle colonne del giornale, contro i pm del processo trattativa dicendo che si stava commettendo un reato di lesa maestà". Lo stesso uomo che "scrisse, a processo aperto - ha ricordato l'autore leggendo alcuni passi del suo libro - "quando è in corso una guerra è pressochè inevitabile fra le parti una trattativa per evitare i danni, qual'è dunque il reato che si cerca?" "Come mai - si è domandato Lodato - Scalfari non prende atto che il reato è stato trovato, che le condanne ci sono state e che forse è stata riscritta la storia di settant'anni di antimafia in questo Paese". Infine lo scrittore ha dato una risposta al perché non si parla più della sentenza della Corte d'assise di Palermo. "Perché ormai si è capito che per settant'anni non ci sono state differenze tra Stato e mafia, salvo qualche decisione autonoma e individuale al limite del sacrificio personale rappresentato dai martiri che ci sono stati. E oggi è difficile parlare di una sentenza. Perché si deve entrare nel merito delle cinquemila pagine di argomentazioni e - ha concluso rivolgendosi al giudice Nino Di Matteo - si dovrebbe entrare nel merito della sua vita blindata perché ci sarà una ragione se lei da 25 anni vive così in un Paese dove si dice apparentemente che la mafia non c'è più, ed è stata sconfitta. Evidentemente non è così perché ancora sono vivi molti dei quali furono mandanti, parte in causa, complici e collusi di pezzi di apparati dello Stato che allo stragismo hanno dato il loro contributo".

*Karim El Sadi, 21 anni, gruppo Our Voice Marche (Italia)
*Jamil El Sadi, 19 anni, gruppo Our Voice Marche (Italia)

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