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Quando i boss dicevano di lui e Provenzano: “Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno”
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di Aaron Pettinari -

La morte del Capo dei capi, Totò Riina Totò Riina, segna la fine dell’epoca dei corleonesi? Forse è troppo presto per esprimere certe considerazioni, certo è che la morte di Totò Riina apre a nuovi scenari in seno all’organizzazione di Cosa nostra. Nella relazione della Dia, relativa al periodo gennaio-giugno 2016, si metteva in evidenza come all’interno della mafia siciliana vi fosse un “clima instabile” e di “insofferenza verso il potere esercitato dalla frangia corleonese di Cosa nostra, in passato garanzia di massima coesione verticistica e la cui autorità, sebbene spesso criticata, finora non era mai stata messa apertamente in discussione”.

Che “u’ curtu”, nonostante la carcerazione al 41 bis, fosse ancora ritenuto il capo indiscusso della mafia è stato ribadito in più occasioni dagli inquirenti (così lo descrive l’ultima relazione della Dia), ma anche gli stessi boss confermavano il dato.
Nel gennaio 2015 mafiosi di primissimo piano come Santi Pullarà e Mariano Marchese, intercettati, commentavano le notizie in merito alle condizioni di salute dell’altro boss corleonese (morto nel 2016), Bernardo Provenzano: “Minchia hai visto Bernardo Provenzano...? Sta morendo... mischino...”, diceva Santi Pullara, figlio dell'ex reggente Ignazio. “E se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno... è vero zio Mario?”, chiedeva al potente e influente capomafia di Villagrazia-Santa Maria di Gesù. E questi concordava: “Lo so... non se ne vedono lustro e niente li frega... ma no loro due soli, tutto 'u vicinanzo’... era sotto a loro... Graviano, Bagarella, questo di Castelvetrano...”.
Segni evidenti di una volontà di cambiamento che in questi anni è emersa a più riprese in particolare con il tentativo di istituire una nuova Commissione provinciale per prendere le decisioni più importanti.
I boss ci avevano provato nel 2008 quando il boss Benedetto Capizzi avrebbe voluto assumere le redini dell’organizzazione criminale con il consenso di mafiosi di peso quali il capomafia di Bagheria Pino Scaduto. Già allora però qualcuno fece notare che finché c'era Riina in vita una nuova “Cupola” non poteva essere creata in quanto valevano ancora le vecchie gerarchie. Poi il blitz “Perseo” pose fine al piano dei boss e per diverso tempo Cosa nostra si è organizzata in una forma differente istituendo comunque un “direttorio” per discutere soprattutto di affari ed evitare inutili contrasti tra famiglie.
Tra i capomafia dal “curriculum” pesante che avevano cercato di riorganizzare Cosa nostra vi era Giulio Caporrimo, tornato in carcere lo scorso settembre dopo aver trascorso sette mesi di libertà, grazie alla Procura generale che aveva rivisto il calcolo del cumulo di pena che gli aveva consentito di essere scarcerato. Durante l’estate non sarebbero mancati gli incontri con altri capomafia proprio in vista di nuove “consultazioni” per ridisegnare i vertici.
Le continue ondate di arresti inducono i boss ad una maggiore prudenza tanto che i capomafia storici, recentemente tornati in libertà, starebbero conducendo vite riservate, riducendo al minimo gli incontri con eventuali affiliati.
Che vi siano fibrillazioni interne è confermato da episodi come quello in cui, proprio alla vigilia delle commemorazioni di Capaci, è stato ucciso Giuseppe Dainotti, boss di Porta nuova ed ex fedelissimo del capomafia Salvatore Cancemi, quest'ultimo poi diventato collaboratore di giustizia e deceduto negli anni scorsi.

Boss in libertà
Certo è che negli ultimi tempi sono tornati in libertà trecento boss. A Palermo, si concentrano le attenzioni su quei soggetti che potrebbero aver preso il controllo dei mandamenti. A Porta Nuova, è tornato Massimo Mulè; a Tommaso Natale, Giuseppe Serio e Stefano Scalici; a Pagliarelli, Salvatore Sorrentino soprannominato lo studentino. Alla Noce, Francesco Sciarratta. Al Borgo Vecchio, Gaspare Parisi. A Brancaccio, Angelo Vinchiaturo e Maurizio Di Fede. All’Acquasanta, Vincenzo Di Maio, Antonino Tarantino e Antonino Caruso. A Villagrazia, Filippo Adelfio e Sandro Capizzi.
Poi ci sono nomi pesanti come quello di Giovanni Grizzafi, nipote prediletto di Riina e in alcune intercettazioni soprannominato “messia”, dell’ex aiutoprimario dell’ospedale Civico Giuseppe Guttadauro, e di Gaetano Scotto, soggetto indagato per l’omicidio del poliziotto Nino Agostino e sospettato di intrattenere rapporti con ambienti deviati dei servizi segreti.
E’ proprio su Grizzafi che sono incentrate le attenzioni degli investigatori, non solo per la parentela di rilievo. A suo riguardo Riina, intercettato, diceva: “Io ho delle proprietà, queste proprietà metà sono divise ogni mese, ogni mese ci vanno... perché? Perché sanno che è mio nipote... sanno che è mio nipote... queste proprietà sono mie e di mio nipote, metà mia e metà di mio nipote”. E’ dunque lui uno dei beneficiari del tesoro del Capo dei capi? E di che proprietà si parla?
Guttadauro, da parte sua, ha lasciato da tempo la Sicilia per vivere a Roma. Tuttavia recenti inchieste hanno messo in evidenza i contatti tra il figlio, Francesco, ed il boss gelese Salvatore Rinzivillo. Altro dato di non poco conto è che il fratello di Guttadauro, Filippo, è cognato dell’ultimo dei corleonesi, il superlatitante Matteo Messina Denaro.

Il ruolo di “Diabolik”
Proprio il boss di Castelvetrano potrebbe prendere in mano il futuro di Cosa nostra ma sul suo operato non sono stati pochi i segnali di insofferenza espressi in seno alla mafia. Persino Riina aveva espresso pesanti giudizi durante le sue chiacchierate con il boss della Sacra Corona Unita Alberto Lorusso. “A me dispiace dirlo questo... - raccontava durante il passeggio al carcere Opera di Milano - questo signor Messina (Matteo Messina Denaro, ndr) questo che fa il latitante che fa questi pali eolici, i pali della luce, se la potrebbe mettere nel culo la luce ci farebbe più figura se la mettesse nel culo la luce e se lo illuminasse, ma per dire che questo si sente di comandare, si sente di fare luce dovunque, fa luce, fa pali per prendere soldi ma non si interessa...”. E poi aggiungeva: “... ora se ci fosse suo padre buonanima, perché suo padre un bravo cristiano u zu Ciccio era di Castelvetrano... capo mandamento di Castelvetrano... a lui gli ho dato la possibilità di muoversi libero... era un cristiano perfetto... questo qua questo figlio lo ha dato a me per farne quello che dovevo fare, è stato qualche 4 o 5 anni con me, impara bene, minchia tutto in una volta si è messo a fare luce in tutti i posti... fanno altre persone ed a noi ci tengono in galera, sempre in galera però quando siamo liberi li dobbiamo ammazzare”. Il riferimento, neanche troppo nascosto, sarebbe al progetto di attentato nei confronti del pm Nino Di Matteo. Proprio ieri il Capo della Polizia, Franco Gabrielli, rispetto alla cattura del latitante ha dichiarato che “C'è uno sforzo importante del gruppo che sta seguendo questa vicenda che da anni sta lavorando ininterrottamente. Purtroppo, ci sono personaggi che hanno saputo gestire la loro latitanza in maniera sofisticata e perversa, ma qualora Matteo Messina Denaro sia ancora tra noi sicuramente lo prenderemo".
L’ex procuratore aggiunto di Palermo, Teresa Principato, ha più volte denunciato la presenza di una fitta rete di protezione, anche a livello massonico, attorno alla primula rossa.
Certo è che la sua parola ha ancora un peso in seno all’organizzazione criminale e anche nel 2008, quando si voleva ricomporre la “Cupola”, si era cercato lo “sta bene” anche negli affari palermitani.
Alcuni pentiti hanno dichiarato che a lui sarebbero stati consegnati i documenti che erano contenuti nella cassaforte di Riina, in via Bernini. Un’eredità pesante che potrebbe anche spiegare il perché di una latitanza così lunga.

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