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lautieri chiara buja
di Beatrice Boccali* -

Guardami negli occhi, la mia infanzia ha fatto di me quella che sono.
Ora guarda una bambina sposa, un bambino soldato, nel loro sguardo leggerai la brutalità dell’essere umano, riconoscerai la morte.
Chiediti come cresceranno e quali esperienze saranno il loro modello. Che genere d’infanzia avranno vissuto?
Ora guarda te stesso, sei ancora disposto a permettere tutto questo?

Sul palco c’è una bambina rannicchiata. Una voce racconta lo stupore di scoprirsi vivi, il rapporto unico che si crea tra una madre e il bimbo che porta in grembo.
Movimenti si tramutano in passi di danza che seguono la voce lontana. La bambina vive tra paure, preoccupazioni, domande e gioie. Sì, vive. Qualcosa però cambia. La mamma è in ospedale e in poco tempo una consapevolezza prende forma: “… Io non nascerò mai. Chissà, se esiste un paradiso per i bambini mai nati?”.
La bambina, che prima danzava, si abbraccia le ginocchia e nuovamente si rannicchia. Scende il buio.

Entra la giornalista freelance, Rossella Assanti. È il primo intervento della serata: “Sulla pelle dei bambini”, conferenza tenutasi il 10 marzo a Buja. Contributo emozionante: il racconto di un viaggio in Kurdistan, di bambini che sorridono nonostante tutto. Bambini che incarnano resistenza sociale e che desiderano solo poter continuare a sognare.
Un bambino di appena sette anni, incontrato dalla giornalista in uno dei suoi viaggi, le chiede:
… Posso esprimere un desiderio? Dici che gli aerei che ci stanno volando sopra la testa sono un po’ come le stelle cadenti?”. Rossella dichiara al pubblico: “Io voglio trasmettere a questi bambini l’importanza di continuare a sognare, nonostante il cielo faccia cadere bombe, abbia perso l’azzurro e sia ora macchiato di sangue”.
Le luci si spengono nuovamente ed entrano due ragazzini in divisa.
Appartengono a due schieramenti diversi, a nazionalità differenti e tengono tra le mani, in modo inesperto, delle armi. E’ stata insegnata loro l’importanza di difendere la propria bandiera e come uccidere, ma i due ragazzi non desiderano questo. Si riconoscono simili in quel luogo ostile, in quella guerra indesiderata, piombata nelle loro vite e che ha distrutto ogni possibile alternativa, ogni sogno. I due ragazzi decidono di collaborare, di darsi una mano; poi, a un tratto, la disgrazia. Uno dei giovani è ferito. Un grido d’impotenza assale il compagno, costretto ad assistere all’ennesima morte. “Perché? Noi non abbiamo colpa come questo governo assassino. Noi siamo piccoli, siamo ragazzini. Vuoi spararmi? Allora sparami. Vai, spara!” . Cade a terra anche lui. Tra il fumo cala di nuovo il buio.

Di seguito, entra il dottor Stefano Lautieri, specialista in medicina ayurvedica. Un punto fondamentale, trattato nel suo intervento, è quello riguardante la nuova legge newyorkese che permette ad alcune donne di abortire fino al nono mese di gravidanza. Il dottore afferma che la cosa peggiore è il modo in cui viene praticato quest’aborto: “Il feto è oramai formato, si entra con un forcipe, si gira il bambino creando un parto podalico e si estrae il corpo quasi completamente, ma lasciando la testa all’interno del canale. E’ praticata un’incisione alla base del cranio e viene aspirato il cervello, senza alcuna anestesia. Tutto questo, per un medico, dovrebbe essere inaccettabile. Il ruolo di questa professione è proprio quello di tutelare la vita”.
Un bambino ha il diritto di sognare, ma ancora prima ha il diritto di vivere.

Dietro a un telo bianco si muovono ombre scure. S’intravedono i contorni di una bambina che striscia a terra e urla; una mano vuole raggiungerla per farle del male e lei grida: “Lasciami!”. La mano che la rincorre è troppo grande e lei è sola. Trascorre un attimo e assieme alle grida angosciose si spegne anche la luce. Quando si riaccende un ambiente casalingo occupa il palcoscenico: un ferro da stiro, un tappeto con i cuscini e un tavolino. Entrano delle bambine, sistemano, puliscono, non giocano, non ridono, quasi non si guardano. Sul tavolino c’è una cornice con una foto, una delle bambine ne è improvvisamente attratta e dice: “Mi piaceva passeggiare, sentire il sole accarezzarmi la pelle …”; racconta di una spensieratezza passata, di sogni, gioie, nostalgie. Tutto si ferma, le altre ragazzine cominciano a prestarle attenzione, si siedono accanto a lei; conoscono quelle mancanze che tormentano l’amica ed esclamano: “ (…) Ci hanno rubato i sogni ancora prima che potessimo venire a questo mondo”. Si parla di sogni, della gioia di un abbraccio, dell’amore, dell’aria, cose vitali e rapite, cose perdute. Sono necessarie azioni concrete, prima che anche l’ultimo dei sogni si estingua. “Ci hanno rubato i sogni” è ribadito; la luce, per l’ennesima volta, si spegne.

Nella veste di teologo, si presenta Giorgio Bongiovanni il quale ci ricorda che Cristo non perdonerà chi violenta la vita, chi gode e lucra sulla sofferenza degli innocenti.
“ (…) L’epoca del Medioevo è una piccola favola, se confrontata alle atrocità messe in pratica oggi. Se io fossi Dio, non attenderei oltre per mettere fine a questo abominio e annienterei quest’umanità. Noi, chiusi nelle nostre case, ci sentiamo innocenti, ma siamo complici. Ci rammarichiamo vedendo quanto avviene nel mondo e le sofferenze subite da questi bambini, ma nella pratica non ci mobilitiamo, non agiamo. È più facile che Dio perdoni un pedofilo pentito, il quale si è redento offrendo la propria vita per salvaguardare i bambini, piuttosto che noi indifferenti perché non facciamo nulla per difenderli.

Mani che animano un telo bianco, lo spingono, lo muovono e il telo prende vita.
La stessa voce che ha aperto la serata torna a farsi sentire. Qualche cosa però è diversa, il finale è stato riscritto: “… Tutto a un tratto, divengo parte di questo mondo...” e c’è vita.
Si ode una musica e dal telo esce una bambina seguita poco dopo da un ragazzo. I movimenti aggraziati si accompagnano, sono un inno alla vita e alla nascita; nella loro purezza essi permettono di ambire alla speranza.
I bambini hanno il diritto di sognare, i bambini hanno il diritto di vivere e noi abbiamo il dovere di difenderli e di lottare, affinché sulla loro pelle non sia fatto più nulla.

*Coordinatrice gruppo Our Voice, Friuli-Venezia Giulia (Italia)

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