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di Marta Capaccioni* - Foto & Video
Ventisette anni fa l’Italia piangeva la morte di Paolo Borsellino, procuratore aggiunto di Palermo, e dei cinque agenti di Polizia di Stato di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Walter Eddie Cosina. Da dieci anni il movimento delle Agende Rosse e il Centro Studi “Paolo e Rita Borsellino”, insieme ad altre associazioni, organizzano tante iniziative di commemorazione, tra cui la giornata di memoria, il 19 Luglio: “un giorno di ricordo e di lotta, una richiesta di verità”, così ha aperto l’evento Marco Lo Gelfo, volontario in servizio civile.
Non si è potuta nascondere la commozione provata di fronte alle parole dei tanti familiari vittime di mafia, tra cui il fratello di Paolo, Salvatore Borsellino. Allo stesso tempo dietro le lacrime, l’amarezza, la delusione e la rabbia dilagavano nei cuori di coloro che crebbero nella legalità e che costantemente vengono delusi dalle vane promesse dei rappresentanti di Stato. L’ingiustizia si è sentita, trasudava dalle pareti dei palazzi e da quella strada, in cui il 19 Luglio 1992 scoppiò l’Inferno; fiamme, rumore, caos, corpi dilaniati, brandelli di carne sparsi dappertutto. Lacrime e sconforto.
Ma come è possibile che ancora, dopo 27 anni, non siano stati fatti i nomi di coloro che collaborarono come mandanti esterni alle stragi di Capaci e via D’Amelio? Qual’è il motivo di tanta resistenza? E ancora, chi rubò l’Agenda Rossa di Paolo?
Domande che restano aperte. Un mistero che si nasconde negli abissi della politica e della magistratura. Dopo la sentenza Borsellino-quater e l’accertamento di responsabilità per concorso esterno morale e materiale in associazione mafiosa, la ferita sanguina più gravemente. Ora più che mai i familiari delle vittime e tutta l’Italia pretendono e hanno il diritto di conoscere i motivi dei depistaggi e dell’occultamento della verità. È quindi ammissibile per uno Stato che si definisce democratico violare i diritti dei propri cittadini? Una risposta sarebbe potuta probabilmente arrivare dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede o dal Presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra, presenti entrambi a questa giornata.
L’evento si è aperto con la nostra rappresentazione artistica : lo scacchiere, interpretato da Jamil El Sadi, seguito dalla coreografia suggestiva e commovente dei nostri ballerini Mattia Lautieri e Stefano Centofante, che hanno riprodotto attraverso la recitazione e il ballo quella Trattativa che tanto costò e che costa tuttora al nostro paese. Quel patto scellerato tra importanti funzionari dello Stato (il bianco) e Cosa Nostra (il nero) successivo alle stragi del ’92 e del ’93: un’unione, un compromesso. E ancora, la recitazione del testo “la mafia non esiste”, interpretato in tutta la sua potenza e incisività da Elisa Pagano e Sonia Bongiovanni, la nostra direttrice. “La mafia non esiste, nessuno ne parla e nessuno ne ha mai sentito parlare. Figuriamoci, se esistesse, ne parlerebbero nelle scuole, nelle piazze, nei giornali. Se esistesse, sarebbe il cancro combattuto da ogni organo di difesa, clero e istituzione. Se la mafia esistesse, lo Stato l’avrebbe già eliminata, semplicemente esercitando la giustizia”. Una pièce di denuncia e accusa, che ha puntato il dito verso la corruzione di alti funzionari dello Stato, l’indifferenza all’argomento delle testate giornalistiche e l’omertà di una parte dei cittadini italiani: una grande responsabilità dinanzi alle vittime innocenti di mafia, che dopo decenni non hanno ancora ricevuto giustizia.



Come ogni anno i familiari delle vittime di mafia hanno rinnovato la loro richiesta di giustizia e le loro parole hanno comunicato la fatica a tener vivo il fuoco delle indagini, dovendo essi affiancarsi, o talvolta addirittura sostituirsi, a magistrati che non svolgono il loro dovere. Familiari come Rosaria Scarpulla e Francesco Vinci, genitori di Matteo, biologo ucciso da un’autobomba il 9 aprile 2018 e Angela Manca, madre di Attilio Manca, urologo ucciso l’11 febbraio 2004. Sono intervenuti anche testimoni di giustizia, come Ignazio Cutrò e Gianfranco Franciosi.
Vincenzo Agostino, padre di Antonino, ucciso il 5 agosto 1989 insieme alla moglie incinta Ida Castellucci, ha ricordato che ancora dentro lo Stato sono presenti uomini deviati che “non camminano a testa alta e con la schiena dritta”. Uomini che attraverso la propria condotta contribuiscono consapevolmente alla realizzazione di omicidi eccellenti, rientranti all’interno di una progettazione criminale molto ampia e aventi un forte impatto sul territorio e sull’opinione pubblica. Una collaborazione che genera collera in coloro che, come Antonio Domino e Graziella Accetta, chiedono giustizia da più di 30 anni per la morte del piccolo Claudio, ucciso all’età di 11 anni il 7 ottobre 1986. Applausi di approvazione e urla di incitazione hanno accompagnato tutto l’intervento del padre Antonio, che con il cuore in fiamme, si è rivolto ai rappresentanti di Stato seduti di fronte a lui. Ha iniziato ringraziando la Commissione Nazionale Antimafia per aver avuto finalmente il coraggio di desecretare atti e documenti giudiziari, la cui conoscenza era proibita “ai miseri cittadini”. Ma questi uomini avranno il coraggio di continuare o potrebbe trattarsi semplicemente di un fuoco di paglia che si spegne in un momento? Via D’Amelio tace. Il silenzio della risposta pesa come un macigno: “incapacità o complicità dello stato?”, si è domandato ancora in modo retorico Stefano Mormile, fratello di Umberto, educatore penitenziario assassinato l’11 Aprile 1990 per aver visto uomini dei servizi segreti parlare con il boss Papalia: un inconveniente, che avrebbe messo a rischio il progetto chiamato Protocollo Farfalla, vale a dire quell’accordo, ormai messo nero su bianco, tra Sisde e Dap.
Quanti politici sono pronti a rischiare la propria pelle per approvare provvedimenti impopolari che metterebbero in pericolo gli interessi dei “colletti bianchi”?
Quel giorno in cui il dolore era commisto alla disperazione per la distruzione di tutto il lavoro di Paolo, sembrava che la mafia avesse vinto. Ma non è stato così. Perché come ha ricordato Donatina Montinaro in una lettera letta da Brizio, rispettivamente sorella e fratello di Antonio, agente di scorta ucciso nella strage di Capaci (23 maggio 1992), esistono ancora magistrati coraggiosi pronti a rischiare la propria vita, come il pm Nino Di Matteo; quest’ultimo è stato cacciato lo scorso 21 Maggio dalla direzione del neonato Pool della direzione Nazionale antimafia che si occupa di stragi e mandanti esterni, a causa di un’intervista a La7 condotta da Andrea Purgatori. Il pm indagava da qualche mese sulle entità esterne nei “delitti eccellenti di mafia”.
Infine Luciano Traina, fratello di Claudio, agente di scorta morto nella strage, si è rivolto direttamente al Ministro della giustizia sottolineando la sua indignazione per i depistaggi giudiziari e chiedendo quali siano stati i passi in avanti rispetto a quel fatidico giorno. Quei depistaggi investigativi che, come ha ricordato l’attuale Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato nel dibattito moderato dal giornalista Giuseppe Lo Bianco, in cui era presente anche l’avvocato Fabio Repici, non rappresentano un’eccezione ma una costante. In effetti dall’inizio della Repubblica le stragi della Portella della Ginestra, di Milano, di Brescia, di Bologna, fino ad arrivare a Capaci e Via d’Amelio e alle stragi del 1993, hanno avuto un minimo comune denominatore: depistaggi organizzati da apparati dello Stato, attuati al fine di coprire verità indicibili. Per citarne uno, nella strage di Milano ci sono stati 18 morti e non c’è ancora un colpevole; non sono stati condannati né il generale Maletti né il capitano Labruna, vertici dei servizi segreti.

Una storia di depistaggi che arriva fino ai giorni nostri. In effetti coloro che rischiano di rivelare verità scottanti vengono talora eliminati, un esempio può essere lo strano suicidio in carcere di Antonino Gioè, uno degli uomini che era a conoscenza dei segreti della strage di Capaci e di quella che si preparava di via D’Amelio. E anche attualmente non c’è dubbio che ci siano persone, come i fratelli mafiosi Graviano, a conoscenza di segreti “scomodi” per i quali è stato operato il depistaggio. "Eppure costoro non parlano, evidentemente perché ritengono di doversi confrontare con un potere più forte dinanzi al quale la protezione dello stato non sarebbe sufficiente”, ha affermato Scarpinato. Il Procuratore ha fatto riferimento a questo proposito alle indagini ormai accertate sul Protocollo Farfalla e sul fatto che persone sconosciute dei servizi segreti entravano all’interno dei carceri lasciando bigliettini di invito al suicidio o di minacce.
E ancora, com’è possibile che non conosciamo le identità degli uomini dei servizi segreti che arrivarono in via D’Amelio prima della polizia, con il solo intento di impossessarsi dell’Agenda Rossa? Che potere di ricatto ha chi la possiede in questo momento? E perché quella inquietante accelerazione della strage diretta all’assassinio del giudice Paolo? Queste domande possono trovare una risposta solo se ci chiediamo quali informazioni tanto drammatiche e dirompenti avrebbe potuto rivelare Paolo Borsellino nel periodo di tempo che separava la sua morte dall’effetto estintivo del decreto-legge che introduceva il famoso 41-bis. Come ha dichiarato Roberto Scarpinato l’accelerazione proveniva dall’esterno, visto che Riina non poté rivelare il nome del mandante nemmeno ai suoi collaboratori Ganci e Cancemi.
Borsellino doveva tornare da Gaspare Mutolo per questioni che riguardavano i rapporti tra la mafia e lo Stato e in particolare doveva recarsi a Caltanissetta presumibilmente per mettere a verbale il contenuto di quella benedetta Agenda Rossa. Ecco quindi la consequenzialità con quel furto maledetto. “Era in gioco la sorte di quel pezzo di potere malato che in questo paese ha partecipato a omicidi eccellenti e alle stragi di Capaci e Via d’Amelio”, ha spiegato Scarpinato.
E continua, commentando che il 23 maggio e il 19 luglio sono giorni di commemorazione, che in modo inquietante sono diventanti una “sagra della rimozione collettiva”. “Cosa sarebbero stati i Bravi senza Don Rodrigo nei Promessi Sposi?”. Nello stesso modo, Riina e Provenzano senza Andreotti o altri uomini di potere? Gli italiani hanno diritto di sapere che il male non si esaurisce nella sola parola mafia. La storia infantile raccontata ai telegiornali e alla radio non funziona più.
Paolo aveva capito che il calo di tensione non era fisiologico e come ha scritto Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, in una lettera letta da Salvatore Borsellino durante l’evento, Paolo a differenza di tutti gli altri non era caduto nella trappola o nella falsa e bonaria sottovalutazione del fenomeno criminale.
“Che senso ha glorificare i risultati giudiziari raggiunti? Siamo destinati a combattere una partita che non possiamo vincere. Chiaro è che vincere la guerra contro la mafia è ben altra cosa e provoca ben altri effetti sulla collettività”, ha chiarito Lombardo.
In conclusione il contrasto alla mafia sarà efficace solo se questa guerra diventerà una priorità dello stato italiano e solo se chi di dovere avrà il coraggio di smascherare quei patti scellerati tra lo stato e la mafia, perpetrati al fine di garantire ordini costituiti e interessi trasversali. Anche tutti i cittadini italiani devono contribuire, attraverso la divulgazione e la denuncia, a strappare quelle maschere di ipocrisia e falsità, dietro le quali si nascondono altrettanti piccoli patti scellerati. Noi, ogni giorno. Perché un paese che vive di rimozione, di scheletri nell’armadio e di retorica, non è degno di chiamarsi “stato civile e democratico”.

Foto © Our Voice

*Membro guppo Our Voice Marche (Italia)

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