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casa de enfrente

Coronavirus in Uruguay. Centinaia di famiglie sono abbandonate per strada
Our Voice racconta la realtà sconcertante di Montevideo

di Marta Capaccioni
È arrivato un anziano senza più speranza negli occhi. È arrivato un padre con desideri irrealizzabili. È arrivato un giovane sognatore con occhi illusi. Infine è arrivato un bambino senza storia da raccontare, con la felicità di mangiare finalmente un pezzo di pane.
C’era una lunga fila di persone qualche giorno fa davanti alla “Casa de Enfrente”, un piccolo luogo dove la popolazione civile di Montevideo, capitale dell’Uruguay, riunita in associazioni, mette in pratica il senso della parola “solidarietà”. È lì che ci trovavamo per preparare una semplice merenda ed è qui che inizia il racconto di ciò che i nostri occhi hanno dovuto vedere quel pomeriggio.
In questo piccolo Paese del Sud America la quarantena purtroppo non ha svuotato le strade della città. Migliaia di persone, tra cui tantissimi bambini, sono senza casa, senza acqua, senza un pezzo di pane da mettere tra i denti. Uno scenario che sconvolge. Il governo dell’Uruguay, guidato dal partito di destra dell’attuale presidente Lacalle Pou, ha messo a disposizione dei rifugi che, a suo parere, dovrebbero funzionare come centri sociali, in cui esseri umani, trattati come animali, vengono ammassati in uno spazio di pochi metri nel quale dormono e mangiano allo stesso tempo. Non tutti, inoltre, possono beneficiarne: solo chi ha un’età maggiore di 65 anni e chi ha contratto una malattia. E tutti gli altri? Tutti i bambini? Restano sul marciapiede ad aspettare che qualcuno si ricordi anche di loro. Girovagano per le strade di una città ormai deserta, in cui tutte le mense hanno chiuso loro le porte. È inutile ormai pensare anche solo di cercare gli avanzi di un pranzo o di una cena nei cestini pubblici. È inutile andare negli ultimi supermercati aperti, perché mangiare significherebbe rubare. È inutile chiedere aiuto alle uniche persone rimaste per strada, perché si trovano nella loro stessa condizione.
Persone inutili per la società e quindi sacrificabili. Qualcuno, d’altronde, deve pur morire. Non importa se tale condizione di vita favorisce il contagio, l’importante è che quest’ultimo rimanga circoscritto e che non si estenda alle fasce più alte della popolazione. Come se non bastasse la polizia consiglia loro di “dormire di giorno” e “vivere di notte”, ormai senza più rispetto né ritegno per la vita umana.
Nel frattempo il governo prende misure che chiama “solidali”: da una parte abbassa i salari medi dei lavoratori per creare un Fondo Coronavirus, dall’altra da garanzie ed esonera dalle imposte e dalla solidarietà gli intoccabili della signoria capitalistica, padroni delle imprese export, delle case farmaceutiche e delle grandi catene alimentari.
Pochi possono rientrare in casa la sera e continuare tranquillamente la loro vita. In tanti invece perdono il lavoro, non ricevono più la pensione e si ritrovano per la prima volta in strada.
Davanti a questa realtà sconcertante da una parte c’è chi si impegna, condivide e improvvisa mense popolari dove distribuisce da mangiare a chi non mangia da giorni. Dall’altra dai balconi delle case c’è chi, per la paura e la vergogna di se stesso, non accetta nemmeno la solidarietà degli altri, e urla parole di odio come “lasciateli morire”.
Qualche giorno fa abbiamo aiutato per un pomeriggio a preparare semplici fette di pane con la marmellata, abbiamo incontrato gli sguardi di chi è rimasto senza niente, ci siamo seduti con loro e molti ci hanno raccontato le loro storie. Abbiamo osservato la felicità negli occhi di bambini che con pochissimi anni alle spalle sembravano aver realizzato tutto, sembravano essere lì apposta per noi. Sembravano conoscere le nostre storie e la nostra lotta. Ci chiedevano di continuare a combattere per loro, ma ora come mai, di farlo ancora più forte, come unica ragione della nostra vita. Ci chiedevano di dargli il pane, sì, ma anche un mondo migliore.

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