presentazione libro noi gli uomini di falcone sfw
di Davide de Bari* - Foto -

“Noi, gli uomini di Falcone” questo il titolo del libro del Generale Angiolo Pellegrini, scritto con Francesco Condoluci e prefazione di Attilio Bolzoni, presentato sabato scorso a Jesi presso la Sala Maggiore del Palazzo della Signoria. Le Agende Rosse della provincia di Ancona hanno voluto ricordare la strage del 23 maggio 1992, in un modo diverso dalla solita “sfilata” che ogni 23 maggio avviene a Palermo. A sottolinearlo è stata Alessandra Antonelli, coordinatrice Agende Rosse della provincia di Ancona, portando la testimonianza diretta di uno dei più stretti collaboratori del giudice ucciso a Capaci insieme a sua moglie e la scorta.
Pellegrini fu trasferito a Palermo nel gennaio 1981 (a quel tempo con il grado di Capitano) a gestire la Sezione Anticrimine dell'Arma dei Carabinieri. Palermo era avvolta dalla mafia e sull’orlo della seconda guerra di Cosa nostra. Alle sue spalle omicidi di uomini dello Stato e mafiosi, del calibro di Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo. Gli investigatori, come il Gen. Pellegrini, cercavano di comprendere il movente di tali omicidi. E proprio parlando dell'omicidio di Bontade, il Generale ha ricordato che il kalashnikov utilizzato per il suo assassinio fu testato contro la vetrata di una gioielleria. Prove per verificare la penetrabilità dei proiettili a materiali blindati, poiché la macchina dove fu ritrovato il corpo del capomafia di Salemi era blindata. Elementi che portarono a far capire agli inquirenti che a Palermo una nuova famiglia stava salendo al potere e che tale fosse quella dei Corleonesi.
Si trattò di sperimentazioni di nuovi metodi investigativi che portarono al “metodo Falcone”, poiché Giovanni Falcone era già arrivato all'ufficio Istruzione di Palermo. Chinnici gli assegnò il processo al noto costruttore edilizio Rosario Spatola. Da quel momento Falcone, con la coordinazione delle varie forze di polizia iniziò ad entrare nelle banche, mettendo sotto sequestro conti correnti e assegni a persone sospettate di mafia. Un nuovo metodo che portò alla realizzazione del “pool”.
La nomina del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa a Prefetto di Palermo, indusse a pensare che finalmente il governo voleva davvero combattere la mafia, come per il terrorismo, mandando il suo uomo migliore, ma come il Gen. Pellegrini ha precisato: “dalla Chiesa riuscì a sconfiggere il terrorismo, poiché tutti gli organi di polizia facevano capo a lui. A Palermo fu mandato per replicare lo stesso risultato, ma questa volta lo lasciarono senza poteri”. Per questo il 3 settembre 1982, a pochi mesi dal suo arrivo in Sicilia, fu ammazzato con sua moglie, Emanuela Setti Carraro, e l'agente della prefettura, Domenico Russo. Solo dopo la morte di dalla Chiesa il Parlamento, in pochi giorni, approvò la legge antimafia “Rognoni-La Torre”.



“Continuammo a scrivere il fascicolo “162”
(rapporto sul potere mafioso e legami con la politica a Palermo, che portò a 87 mandati di cattura e 18 arresti, ndr) - ha aggiunto il Generale - con a capo Greco Michele, poiché secondo le soffiate ricevute Greco era il capo dell'organizzazione. Da quel momento non venne considerata la singola famiglia mafiosa, ma l'intera organizzazione”.
Contemporaneamente fu istituito il pool antimafia con a capo Rocco Chinnici. Il magistrato voleva arrestare i Salvo, poiché c'erano delle prove a loro carico, per questo fu assassinato sotto casa il 29 luglio 1983; come comprova la sentenza del 2002 della Corte d'Appello di Caltanissetta che ha confermato la tesi dell’accusa secondo cui l’omicidio di Rocco Chinnici fu chiesto dagli “esattori” Nino e Ignazio Salvo.
“La svolta”, secondo il Gen. Pellegrini, fu data dalla collaborazione del capomafia Tommaso Buscetta, il quale fu arrestato dalle autorità brasiliane e il governo italiano chiese di estradarlo in Italia, poiché c'era la possibilità che potesse collaborare. Non era solo l'Italia a contenderselo: anche gli Stati Uniti erano presenti al processo in cui si decideva l'estradizione di Buscetta. Grazie ai legami che Falcone coltivò con le varie Istituzioni statunitensi, riuscì a far estradare Buscetta in Italia, con le sue dichiarazioni e quelle di altri pentiti come Salvatore Contorno fu istituto il maxi-processo.

In quel periodo, fu ammazzato Nini Cassarà, stretto collaboratore di Falcone e dell'allora Capitano Pellegrini. Oltre a Cassarà fu ucciso il suo collaboratore, Beppe Montana. Angiolo Pellegrini, insieme al suo vice, furono più “fortunati”, ma comunque trasferiti lontano da Palermo. Eventi che potrebbero ipotizzare un collegamento tra l'assassinio di Cassarà e il suo vice con il trasferimento di Pellegrini e del suo sostituto, come se volessero privare Falcone dei suoi migliori collaboratori di polizia giudiziaria.
Ad una domanda sulla trattativa Stato-mafia, il Gen. Pellegrini ha risposto: “Le trattative ci sono sempre state, come quella tra Lucky Luciano e gli Stati Uniti, o quella emersa nel processo Moro. Bisogna comprendere come si è sviluppata questa trattativa Stato-mafia, perché il contatto con un elemento criminale, per il codice penale non è un reato”. “Per avere una risposta in merito al processo di Palermo bisogna aspettare la sentenza. – ha continuato il Generale - Parlare con un mafioso per avere informazioni in un momento in cui succedono cose gravissime non è un reato. Invece lo è promettere un qualcosa a un mafioso”. Certo è che nella sentenza di Firenze per la strage di via dei Georgofili i giudici scrivevano che la trattativa “indubbiamente ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des” e addirittura che “l’iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia”, a seguito di questa osservazione Pellegrini ha affermato con convinzione che per trovare la verità, al di là dei processi, bisognerebbe ugualmente istituire una commissione d'inchiesta che faccia luce su questi fatti, per cercare i riscontri alle ipotesi investigative elaborate negli anni.
Infine il Generale rivolgendosi ai giovani e ai loro genitori e insegnati, ha auspicato che siano proprio questi ultimi a insegnare la legalità e il dovere civico ai loro figli e alunni. Compito che non deve essere delegato alle forze dell'ordine.

Davide de Bari, 22 anni gruppo Our Voice Marche (Italia)

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