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trump donald free copyrightdi Francesco Ciotti -
Lei parla di assassini in massa generale, non di guerra”. “Signor Presidente, io non dico che non ci costerà proprio niente, ma dico non più di dieci, venti milioni di morti, massimo!Ehm … Questione di fortuna!”.
Questo era lo spezzone di un celebre dialogo profetico tra il fittizio presidente degli Stati Uniti, Merkin Muffley, e il generale Buck Turgidson sull’ipotesi di un attacco nucleare contro l’Unione Sovietica; magistralmente messo in scena da Stanley Kubric nel film “Il dottor Stranamore - ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”, del 1964.
Se qualcuno avesse rivisto questo capolavoro pochi giorni fa, cambiando canale al fine di non infestare di catastrofismo la dolce atmosfera natalizia, avrebbe potuto imbattersi nell’imperioso faccione di Vladimir Putin, mentre affermava alla conferenza di fine anno del 20 dicembre 2018: "Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare". E  aggiungeva: “Il declino della sicurezza internazionale aumenta l’incertezza".
Cosa sta minando la sicurezza internazionale?Qui, in Italia, non viviamo forse nella pace e nella tranquillità ora che il nostro ministro degli interni, Matteo Salvini, ha imposto porti chiusi e garantito scintillanti festività natalizie con luci, presepi viventi, buona cucina e buoni sentimenti, senza poveri clandestini e straccioni in strada?

Ma andiamo con ordine.
Mentre in Siria la situazione si è momentaneamente assopita con la decisione di Trump di ritirare le duemila truppe americane presenti, nel continente europeo la tensione e il fermento per un possibile conflitto tra le due superpotenze, Russia e Stati Uniti, è tornata a farsi sentire.
Le cose sono iniziate a peggiorare gravemente dal febbraio 2014. Il colpo di Stato ucraino si era concluso nel migliori dei modi per l’alleanza atlantica, filtrato dai media di tutto il mondo con il dolciastro sapore di uno stucchevole marshmallow, ovvero decantando la rivoluzione di un popolo oppresso dall’allora presidente eletto, nonché dittatore Yanukovich. Il Paese, storico alleato russo anche per vicinanza geografica, sarebbe entrato nell’Unione Europea, nella sfera di influenza americana, magari anche nella Nato con il privilegio di poter ospitare i missili americani a 300 km da Mosca. Insomma, il bene e la giustizia, soprattutto la “sicurezza”, stavano trionfando ancora. Questo, salvo scoprire che tutto il cambio di regime è stato finanziato dagli americani, parole dell’allora assistente del segretario di Stato americano, Victoria Nuland, che ha ammesso l’investimento di cinque miliardi di dollari da parte degli Stati per dare all’Ucraina il futuro che meritava. Per non parlare dei famosi cecchini di regime che hanno causato decine di morti, tanto vicini al vecchio dittatore fin quando non è trapelata un’intercettazione tra il ministro degli Esteri estone, Urmas Paet, e l’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Catherine Ashton; in cui il primo ha rivelato alla rappresentante che i cecchini non sono  stati mandati dal governo Yanukovich, ma hanno agito su indicazione di "qualcuno all’interno della coalizione d’opposizione", anche perché il nuovo governo si è rifiutato  con ostinazione di indagare sull’accaduto. Lo stesso Gabriel Gatehouse della Bbc ha documentato in un’approfondita inchiesta che il 20 febbraio di quell’anno, nel mezzo delle proteste, alcuni militanti del fronte anti Yanukovich hanno aperto il fuoco sui manifestanti e sulle forze dell’ordine da due edifici affacciati su Piazza Maidán, a Kiev.
Pochi ricordano cosa è accaduto dopo: la guerra civile interna, innescata dal nuovo potere apertamente russofobo (mentre oltre metà della popolazione ucraina era russa), gli undici mila morti nelle regioni dell’est che hanno proclamato l’indipendenza da Kiev, l’ascesa di gruppi paramilitari di estrema destra come “svoboda” e “settore destro”; il massacro di decine di cittadini inermi nel palazzo dei sindacati a Odessa da parte di queste orride squadracce nostalgiche del vecchio metodo nazista, il referendum per l’annessione alla Russia da parte della Crimea e infine gli accordi di Minsk per pacificare la guerra tra est (russo) e ovest (antirusso). Insomma, un micro conflitto interno, specchio di un possibile macro conflitto tangibile tra Stati Uniti e Russia, dove la propaganda a cui siamo sottoposti trasforma gli aggrediti in aggressori. Il 25 novembre 2018 il termometro della tensione è tornato a risalire con l’incidente avvenuto nello stretto di Kerch. Le cannoniere ucraine Berdyansk, Nikopol e il rimorchiatore Yany Kapu hanno attraversato il confine marittimo russo, verso lo stretto, dove sono stati sequestrati dalle forze russe dell’FSB, a seguito della mancata risposta alla richiesta di abbandonare l’area. Il 19 dicembre, il segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale, Alexander Turchinov, ha annunciato in un’intervista alla tv britannica Bbc una nuova provocazione con l’invio a breve di ulteriori navi nello stretto, al fine di rivendicare il controllo del Mar d’Azov, tagliato fuori dall’Ucraina dopo l’annessione della Crimea alla Russia, preceduta dal referendum.
Anziché ricomporre il Paese diviso da anni di conflitti, i folli istrioni della leadership ucraina, capeggiata da Petro Poroshenko, ma manovrata da altre menti degenerate d’oltreoceano, continuano ad alimentare il fuoco della guerra; e lo scenario internazionale complessivo rende tutto ancora più preoccupante.
Il 20 ottobre di quest’anno, Trump ha annunciato l’uscita dal trattato INF, uno storico accordo stipulato da Mikhail Gorbaciov e Ronald Regan nel 1987, che imponeva la distruzione completa dei missili a medio raggio da parte dell’allora Unione Sovietica e degli Stati Uniti. Un’azione quanto mai necessaria per mantenere un livello di sicurezza accettabile e prevenire una guerra su larga scala: i missili a medio raggio possono spostare la bilancia dell’equilibrio strategico verso una delle due superpotenze. A titolo esemplificativo, un’Europa che ospitasse tali sistemi di armi rappresenterebbe un paraurti per gli Stati Uniti nel loro ipotetico intento di lanciare un attacco nucleare sulla Russia e avere basi di lancio in prossimità dei suoi confini, che consentirebbero di distruggere i missili nucleari del nemico prima di raggiungere l’orbita, nonché  di veicolare la prima rappresaglia su un territorio alleato.
Effettivamente, sarebbe già operante un sistema Aegis Ashore, costruito in Romania nel 2016, dotato di potente radar SPY-1 e missili SM-3 capaci di ingaggiare i bersagli prima che essi rientrino nell’atmosfera; un altro in Polonia che sarà pronto nel 2020, mentre ad ottobre di quest’anno è già stato annunciato il dispiegamento di lanciatori MK41 in entrambi i Paesi. Certo, i nostri cari alleati d’oltreoceano affermano che servono solo come sistemi di difesa anziché di attacco, ma oramai il discorso di Putin sembra quasi rassicurante dopo queste premesse.
Per fortuna, in Italia abbiamo la nostra ministra della difesa, Trenta, che a “Radiorock” ci canta con qualche stonatura: “C’era un ragazzo che come me, amava i Beatles e i Rolling Stones …”, vecchia hit, a suo dire, che dovrebbe ricordarci il grande valore della pace. Certo, ci sarebbe la questione degli F35 da acquistare, novanta aerei da guerra, novanta miliardi di euro. Il M5S ci ha promesso che l’acquisto sarebbe stato interrotto, perché non valeva la pena, era inutile, ma capiamoli, era un programma iniziato nel ‘98, sarebbe da irresponsabili interromperlo ora, come afferma Angelo Tofalo. Stessa cosa il Muos, la Tap, la nostra presenza nella Nato, i settanta milioni di euro al giorno per la difesa che, secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, dovranno essere portati a oltre cento milioni di euro; meglio non essere irresponsabili con i padroni. Ci  sarà poi un motivo se l’embargo Usa contro l’Iran, reintrodotto nel novembre di quest’anno, abbia visto l’Italia come unico Paese europeo esentato dall’obbligo di interrompere rapporti commerciali con il Paese!
Insomma, parliamoci chiaro, il governo del cambiamento è tale se ci porta un po’ più di soldi e un po’ più di consumi, la vedo dura che le promesse siano mantenute anche in quel senso, ma forse è meglio così. Meglio poveri, ma di nuovo desiderosi di giustizia che ricchi come un tempo e nuovamente desiderosi di indifferenza. Non vale solo per l’Italia ovviamente, non si può sperare che qualche governo si mobiliti. Solo l’individuo, e poi tutto un popolo senza bandiere e fazioni contrapposte può unirsi e gridare a gran voce che vuole un mondo libero dalle folli spese militari, dalle guerre, dalle mafie. Dovremmo smetterla di delegare il “cambiamento” ad altri e cambiare prima noi stessi, se davvero vogliamo questo.

Francesco Ciotti, 26 anni, gruppo Our Voice Marche (Italia)*

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