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Quasem Soleimani

di Francesco Ciotti

“Volete la guerra totale?”
“Sii!!!!!!”
“Una guerra ancora più totale e radicale di qualsiasi cosa possiamo immaginare?”
“Siiiii!!!!!!”
“Tedeschi, sollevatevi, è il momento di iniziare la tempesta!”
Queste erano le parole di Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, pronunciate il 18 febbraio del 1943 al Palazzo dello sport di Berlino. Litanie infernali, costruite per galvanizzare le folle e chiedere il consenso alla continuazione di una guerra che avrebbe necessariamente determinato la quasi totale distruzione della Germania assieme ai paesi occupati.
Oggi sembra che il potere non abbia più bisogno del consenso ottenuto attraverso modalità così plateali e sceniche, con folle ammaliate e riverenza verso il dittatore supremo. Il consenso oggi è ottenuto in modo molto più subdolo, scientifico, impalpabile: si fonda sull’indifferenza. Il pensiero viene modellato sui bisogni primari e le distrazioni secondarie; ed ecco i paradisi artificiali dell’individuo che hanno creato miliardi di mondi distaccati da quello conosciuto: ci sono 4 mura, uno o più schermi, led, luci stroboscopiche e magari qualche sostanza psicotropa. Là fuori si prendono le decisioni, non ci riguardano, guai a metterle in discussione, il potere è competente ed ha sempre ragione.
Forse oggi qualche individuo in più arriverà a comprendere che eravamo le pecore felici di pascolare nel prato del padrone, pronte al macello.
Un’esplosione nel deserto, un tuono di fuoco su Baghdad che ha fatto eco sul mondo intero la notte del 3 gennaio 2020; ferro e lamiere contorte ancora incandescenti nell’anima del medio oriente.
Qasem Soleimani, il comandante iraniano delle forze Quds, l’uomo che condusse la guerra all’Isis in Iraq ed in Siria,una delle figure più importanti del paese, è stato assassinato da un drone americano.

mappa iran basi usa

L’ordine di attacco, di cui si è assunto il merito Donald Trump, nasce in realtà dallo stato profondo Americano(Pentagono, CIA, FBI, NSA),interprete della vera elite che possiede oltre metà della ricchezza mondiale. Non manca Israele, che da anni sogna la distruzione dell’Iran nella realizzazione dei suoi desideri egemoni. Il sogno di conquista del paese medio orientale non è nuovo: già nel 2001, come affermato dall’ex comandante Supremo delle forze alleate della Nato Wesley Clark esisteva un memorandum ricevuto dall’allora Ministero della Difesa Rumsfeld in cui si programmava di attaccare sette nazioni in cinque anni. Nell’ordine: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e infine Iran.
Entrambi i poteri tengono in pugno il presidente, la lobby israeliana ha praticamente in mano il Congresso americano; nessun candidato alla Presidenza può vincere le elezioni senza l’approvazione dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee). Con l’approssimarsi del voto in senato sull’impeachment di Trump, non sono mancate le pressioni belligeranti: il senatore Lindsay Graham, ha minacciato che, se le truppe in Siria fossero state ritirate, i repubblicani avrebbero votato a favore della sua destituzione. I ricatti si sono evidentemente accentuati negli ultimi giorni, la guerra all’Iran si deve fare a tutti i costi, non si può più aspettare, bisogna prima distruggere il paese sciita, per poi dedicarsi alla guerra “orrendamente devastante” con Cina a Russia, come espresso nella “Strategia per la Sicurezza Nazionale del Pentagono” pubblicato nel 2018. In fretta e furia viene preparato in nuovo “Casus Belli”.
Il 29 dicembre il Segretario di Stato Mike Pompeo, il Segretario alla Difesa, Mark Esper e il Capo degli Stati Maggiori Riuniti del Pentagono, Mike Miley raggiungono il presidente a Mar-a-lago, negli Stati Uniti per informarlo degli ultimi eventi in medio Oriente: l’attacco contro una base Usa in Siria, in cui sarebbe morto un “contractor” statunitense e le successive proteste popolari a Baghdad, sfociate nell’assalto ad un’ambasciata statunitense che viene poi respinto dalle pronte difese americane.
Nel mentre, secondo le dichiarazioni del primo ministro irakeno Mahdi, il generale Qassem Suleimani era arrivato a Baghdad a seguito di un suo invito per discutere di una mediazione tra USA e Iran, su richiesta, pensate un po’, dello stesso Donald Trump. Una trappola meschina che lo avrebbe colto di sorpresa e senza scorta, bersagliato tra l’altro da un drone comandato comodamente su una scrivania a migliaia di chilometri di distanza. Obbiettivo colpito, o come hanno evidenziato alcuni nostri professionali giornalisti, “eliminato”. Si procede già alla disumanizzazione del nemico, si cerca di sorvolare sull’atto terroristico, sulla violazione del diritto internazionale nei confronti di uno stato sovrano. Questi, ovviamente sono principi che assumono importanza soltanto quando vengono attaccati i nostri legittimi interessi economici occidentali a svantaggio del resto del mondo. “Voleva colpire diplomatici americani” , si afferma in un notiziario, oppure “Odiava l’America sopra ogni cosa” , si mormora, mentre viene mostrata la foto del generale col volto più serio e minaccioso che la redazione poteva trovare nel suo repertorio.
Se l’Italia avesse intenzione di essere un paladino della pace non potrebbe avere oggi una classe politica più inadatta allo scopo. Mentre un tracotante Matteo Salvini , ringrazia Donald Trump dell’uccisione del malvagio super terrorista Islamico, colpevole tra l’altro di aver combattuto l’Isis in iraq ed in Siria, il nostro ministro degli esteri Di Maio preme per il mantenimento della pace; senza ipotizzare il ritiro delle nostre truppe in Iraq e senza mettere in dubbio la presenza del nostro paese nella Nato, che ci obbligherebbe in ogni caso ad intervenire in caso di risposta dell’Iran nei confronti delle basi e navi statunitensi in medio oriente.

stretto di hormuz

Lo scenario che si apre è l’eco di un esplosivo già detonato, come fu l’assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914: sia che Theran risponda militarmente o rimanga in attesa, è necessario per il deep state trovare un pretesto di attacco, il limite è solo la loro fantasia perversa. Potrebbe essere un attentato in qualche città americana, europea; potrebbe essere un blocco navale sullo stretto di Hormuz, a seguito dell’affondamento di una o più petroliere, che spingerebbe l’intera europa in una crisi economica senza precedenti, in mancanza della materia prima fondamentale. Nel 2003 per attaccare l’Iraq fu sufficiente una fialetta armeggiata da Colin Powell, come prova della presenza armi chimiche mai rinvenute nel paese, oggi forse ,come nei film della Marvel il nemico deve avere presenza scenica che raggiunga l’inconscio più profondo.
L’importante è che la giusta indignazione sia gettata tra le pecore, quelle che ora stanno iniziando quasi guardare fuori dal recinto e che dovranno, assopite nella coscienza, dire ancora “si, vogliamo la guerra totale!”.

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