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ghandi mahatma
di Beatrice Boccali* -

Tre colpi di pistola, tre spari, tre soltanto e tutto si spegne.
Mohandas Karamchand Gandhi se ne va il 30 gennaio 1948. Dopo aver portato l’India all’indipendenza, dopo una vita di lotte per la non violenza e aver resistito alla fame e alle torture, muore.
Muore colto alla sprovvista, mentre andava a pregare, accompagnato dalle nipoti.
Muore per via di un conflitto religioso, per mano di un fanatico che gli riconosceva debolezza nei confronti del nuovo governo pakistano e dei musulmani.
Ma il desiderio di pace può essere considerato una debolezza? È possibile ritenere debole un uomo che a 78 anni continua a digiunare perché cessi la violenza tra la comunità indiana e pakistana, affinché venga garantita la libertà religiosa in tutti i paesi?

"La morte sarebbe una gloriosa liberazione per me, piuttosto che restare un testimone impotente della distruzione dell'India, dell'induismo, del sikhismo e dell'Islam".

L’amore era dunque la sua debolezza? L’amore per un’umanità intera ha contraddistinto la sua vita, rendendolo insofferente dinanzi a ogni tipo di ingiustizia.

Dopo aver terminato gli studi in Giurisprudenza, Gandhi lascia l’Inghilterra e si reca in Africa per difendere la causa di un cliente; qui inizia le sue battaglie come attivista e conosce l’orrore dell’apartheid. Comprende le ingiustizie vissute dal suo popolo, il pregiudizio razziale e le condizioni di quasi schiavitù.
Il periodo passato in Sud Africa gli permette di riflettere su se stesso e lo porta sulla strada della resistenza. Pochi gesti simbolici sono l’inizio di una vita di militanza: rifiuta di togliersi il turbante in tribunale, di sedersi in terza classe dopo aver acquistato un posto di prima, rifiuta … E il rifiuto è simbolico: è il rifiuto ai mille soprusi, all’iniquità, il rifiuto ad abbassare la testa.
Non passano molti anni e Gandhi comincia a praticare la sua metodologia della satyagraha, una teoria etica e politica che è alla base della disobbedienza civile, la quale consiste in una lotta nonviolenta e segue il principio buddista dell'ahimsa (assenza di danneggiamento). Gandhi fomenta così il popolo indiano a sfidare le nuove leggi di stampo razzista, ma a subirne le eventuali punizioni senza vendetta.

Per quanto possa condividere e apprezzare le degne motivazioni, sono un intransigente oppositore dei metodi violenti anche laddove vengono posti al servizio delle più nobili cause. L'esperienza mi convince che un bene duraturo non può mai essere frutto della menzogna e della violenza”.

La stessa pratica porterà alla vittoria di molte battaglie per il popolo indiano fino a giungere all’indipendenza tanto agognata. Un’indipendenza pagata al caro prezzo di morti, prepotenze e violenze di ogni tipo. Un’indipendenza da un governo inglese che non aveva intenzione di concedere alcun tipo di libertà, promuovendo le lotte religiose interne al Paese.
La forza del popolo indiano era la sua unità, la sua coesione. La nazione coloniale inglese lo aveva capito e attraverso l’odio ha indotto la divisione.
La stessa divisione, che ha portato anche alla morte di Gandhi 71 anni fa, oggi continua a insanguinare il territorio indiano.

Gandhi credeva nella non violenza perché, ispirato dal vangelo, confidava in una fratellanza dei popoli appartenenti a un’unica umanità.

Tu e io non siamo che una cosa sola. Non posso farti del male senza ferirmi.

Egli ha vissuto per amore, per il raggiungimento della giustizia e della verità, per difendere i più deboli. Gandhi, semplicemente, ha vissuto nell’unico modo che riteneva fosse possibile in un mondo tanto malato e distrutto da guerre e atrocità: portando vita e speranza dove c’era solo distruzione.
Gandhi ha vissuto.
Non importa se non gli è mai stato riconosciuto il premio Nobel per la pace. Non importa a nessuno, in quanto la storia gli renderà per sempre onore per aver dimostrato il coraggio e la forza che sono necessari per amare.

Il giorno in cui il potere dell’amore supererà l’amore per il potere, il mondo potrà scoprire la pace”.

Gandhi, noi quel giorno lo aspettiamo ancora e mentre lo aspettiamo portiamo avanti la tua lotta; perché se l’amore è una debolezza, vogliamo essere deboli con te.

Direttrice Our Voice Friuli venezia Giulia (Italia)*

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