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Di Thierno Mbengue

Era il 17 gennaio 1961 quando Patrice Lumumba, leader politico della Repubblica Democratica del Congo, fu fucilato. Il suo corpo venne smembrato e sciolto nell’acido per intero ad esclusione di un dente. Gli esecutori materiali furono il colonnello dei servizi segreti Marlière, il militare belga Siete e l’agente dell’intelligence Devlin. Ma dietro la sua morte si celano ancora dubbi e misteri, l’unica certezza è che fu un omicidio voluto dal governo del Belgio che ne ha le piene responsabilità. Nonostante ciò non è da escludere una responsabilità della CIA e, quindi degli Stati Uniti d’America, i quali, come è noto, si sono più volte macchiati di sangue in assassinii di leader del continente nero, come avvenne con Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso. A pagare il duro prezzo della morte di Lumumba, fautore della creazione di uno Stato unito e indipendente, fu l’intero Congo, da sempre colonia del Belgio, terra tutt’oggi impregnata del sangue dei suoi abitanti sfruttati in nome di un progresso, che è in realtà la prima causa delle morti precoci di bambini che lavorano nelle miniere del Coltan.

A 61 anni dalla sua morte, Lumumba ha lasciato dietro di sé uno spirito rivoluzionario che oggi ispira ancora i giovani che, come lui, sognano un mondo libero dalle ingiustizie sociali, dove tutti possano vivere in pace e con una dignità.

 

La giovinezza e l'inizio della sua lotta
Patrice Lumumba nacque in Congo nella provincia del Kasai nel 1925. Figlio di contadini, dopo gli studi compiuti presso una scuola cattolica di missionari, lavorò come impiegato in una società mineraria nella provincia di Kivu fino al 1945, poi come giornalista a Léopoldville, l'odierna capitale congolese, Kinshasa. Successivamente trovò un impiego nelle poste di Stanleyville, oggi Kisangani, ma continuò a scrivere per vari giornali.
Nel settembre del 1954 ricevette lo statuto di “immatriculé”, che significa “registrato”. Al tempo era un riconoscimento ufficiale da parte dell'amministrazione coloniale belga dell'indigeno come un “evolué”. Ai tempi del dominio belga sull'odierna Repubblica Democratica del Congo, con l'etichetta in lingua francese “evolué”, ovvero “evoluto”, si indicava un nativo africano, o asiatico, che si era appunto evoluto, o sviluppato. Un indigeno “sviluppato” era un indigeno “europeizzato”, un indigeno che attraverso l'istruzione o l'assimilazione aveva accettato i valori e i modelli di vita europei. L'indigeno “evolué” parlava francese, seguiva le leggi europee e  svolgeva mansioni da “colletto bianco”, e inoltre viveva nelle aree urbane delle colonie. Il termine veniva anche usato per indicare la crescente classe media autoctona in quello che era il Congo Belga. Gli amministratori coloniali belga definivano un “evolué” come “un uomo che aveva rotto i legami sociali con il suo gruppo, essendo entrato in un differente sistema di valori”.
Ci si può rendere conto, solamente analizzando un po' i criteri secondo i quali un africano, in Africa (a casa sua quindi, importante tenerlo bene a mente), di quanto poteva essere dura essere una colonia europea. Il sistema coloniale mirava ad estinguere, a distruggere la cultura di un popolo millenario come quello africano. Un popolo con una storia antichissima.

Lumumba nella politica "afro-belga" dell'epoca
Nel 1955 fondò l'associazione "APIC" (Associazione del Personale Indigeno della Colonia). Patrice voleva che il Congo si evolvesse. Il suo grande desiderio, e dell'allora ministro del Congo Auguste Buisseret, era quello di instituire una scuola pubblica. Lumumba aderì quindi al movimento liberale, insieme ad altri notabili congolesi, e con molti di loro fece anche un viaggio in Belgio, su invito del Primo Ministro.
Una volta tornato in Congo riprese servizio all'ufficio postale di Stanleyville, ma si presentarono alcune difficoltà. Ebbe problemi a riscuotere il suo stipendio e venne condannato ad un anno di reclusione per appropriazione indebita. Riprese le sue attività politiche una volta liberato (in anticipo).
Nel 1958 alcuni congolesi, tra cui Lumumba, furono invitati in Belgio in occasione dell'Esposizione Universale. Patrice Lumumba accettò l'invito, e una volta rientrato in Congo, nello stesso anno, fondò il Movimento Nazionale Congolese (MCN).
Patrice era contrario alle divisioni tribali ed è stato il fautore della creazione di uno Stato indipendente e unito. Questo nuovo movimento rappresentava l'unica forza del paese aperta alla partecipazione di tutte le etnie. Patrice voleva l’indipendenza del Congo, che era ancora una colonia belga, al tempo sotto il dominio di Baldovino del Belgio.
Con la conferenza panafricana di Accra del 1958, dove conquistò la stima di Kwame Nkumah, ai tempi Presidente del Ghana, diventò uno degli esponenti più in vista della scena politica africana. Abile e stimato oratore, fece del suo movimento il fulcro del nazionalismo congolese. In quell'occasione Lumumba rivendicò l'indipendenza di fronte a più di diecimila persone.
Nell'ottobre del 1959 ebbero inizio le prime contese politiche. Il MNC insieme ad altri partiti sostenitori dell'indipendenza del paese organizzarono una riunione a Stanleyville. Lumumba godeva di un grande sostegno da parte del popolo, e le autorità belghe cercarono di isolarlo, toccando il culmine con una sommossa che causò circa una trentina di morti, e l'arresto di Patrice Lumumba, che venne condannato a 6 mesi di detenzione, il 21 gennaio 1960. Le autorità belghe comunque organizzarono varie riunioni con i movimenti indipendentisti del paese, che videro partecipare anche lo stesso Lumumba, che venne liberato il 26 gennaio (solo dopo 5 giorni di detenzione).
Il 30 giugno il Congo ottenne l'indipendenza, e Lumumba divenne Primo Ministro, per la prima volta con un'effettiva elezione democratica.

La crisi e l'uccisione di Patrice Lumumba
Poco dopo la dichiarazione di indipendenza però ci furono alcune ribellioni all’interno del Paese, causate anche dalle forze armate e, approfittando della confusione, Moise Tshombe, aiutato da truppe belghe, dichiarò la secessione della regione del Katanga, molto ricca di materie prime. Il Governo appena formato non era in grado di gestire la situazione e quindi Lumumba chiese aiuto all’ONU poiché inviasse i caschi blu. L’aiuto delle Nazioni Unite non fu però effettivo e così Lumumba si rivolse all’Unione Sovietica (comunista), fatto che ovviamente non fu visto di buon occhio da parte delle potenze occidentali e di organizzazioni come la CIA. Tutto questo causò inoltre una frattura all'interno del Governo congolese. Destituito nel settembre del 1960 dal Presidente Joseph Kasavubu, leader della potente etnia bakongo, venne poi messo agli arresti domiciliari dai quali riuscì tuttavia a fuggire. Poco dopo il colonnello Mobutu prenderà il potere con un colpo di Stato. Furono proprio i soldati di Mobutu a rapire Lumumba assieme ai suoi compagni Joseph Okito e Maurice Mpolo.
Essi vennero trasportati ad Elizabethville e fucilati il 17 gennaio 1961. Dopo l’uccisione i corpi furono smembrati e sciolti nell’acido dal colonnello dei servizi segreti Marlière, dal militare belga Soete e dall’agente dell’intelligence Devlin. Quest’ultimo dichiarò che all’inizio avevano pensato di uccidere Lumumba dandolo in pasto ai coccodrilli o somministrandogli un dentifricio avvelenato.
In questo omicidio era coinvolta molto probabilmente anche la CIA. Infatti, oggi sappiamo che con molte probabilità la CIA aiutò finanziariamente gli avversari di Lumumba e fornì armi a Mobutu. Questo è quello che successe anche in Burkina Faso nel 1987, quando la CIA aiutò finanziariamente e militarmente, aiutando nell'addestramento, gli uomini incaricati di assassinare Thomas Sankara.

Il Congo, un territorio martoriato
Il Congo è, come gli atri Stati dell'Africa, una terra protagonista di eventi dolorosi e sanguinosi. Nessuno parla mai di uno dei più grandi genocidi della storia, avvenuto proprio in Congo, con l'uccisione di circa dieci milioni di persone; una cifra altissima, la più accreditata, anche se alcuni parlano anche di 15 milioni di persone uccise. Tutto questo avvenne durante l'amministrazione del Re Leopoldo II del Belgio. Il Congo fu macchiato da un genocidio molto sanguinoso, ma ancora oggi, tantissimi altri Stati Africani sono distrutti dalle guerre finanziate dai nostri paesi. Purtroppo però il mondo, soprattutto quello occidentale, sembra non voler vedere. Ogni anno nelle scuole si studia giustamente la storia della Shoah e dei campi di concentramento dove morirono sei milioni di vittime. Questo ricordo però non è accompagnato dalla consapevolezza che i campi di concentramento esistono ancora oggi e la maggior parte di questi sono a cielo aperto, alcuni grandi come interi Stati.
I genocidi, infatti, sono avvenuti in passato e ci sono attualmente in varie parti del mondo, per esempio dove i bambini sono costretti ad andare a combattere. In Congo infatti si registrano dal 2015 circa 8000 bambini arruolati, di cui il 40 per cento bambine, spesso rapiti alle proprie famiglie e costretti ad uccidere, spesso anche assumendo droghe. L'Africa soffre, soffre ormai da troppo tempo. Il continente nero ha bisogno di etica, di giustizia e di verità. Ha bisogno di tornare alla sua bellezza sublime.

Anpi di Roma: “Intollerabile che il 7 gennaio si continuino a fare parate fasciste”

di Alessia Cavallotto

Anche in questo 2022 si è celebrata la cerimonia in commemorazione dei tre esponenti del Fronte della gioventù uccisi il 7 gennaio 1978 a Roma, in quella che viene ricordata come la “Strage di Acca Larentia”. I giovani militanti di estrema destra Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni persero la vita in via Acca Larentia, e proprio in questo luogo, nel quartiere dell’Appio Tuscolano, come accade annualmente, centinaia di individui si sono riuniti per ricordare le vittime. Questo ritrovo però, come spesso accade, si è ben presto trasformato in una sorta di “parata fascista” (definita così da Fabrizio De Sanctis, presidente dell’Anpi provinciale di Roma), nella quale a prevalere sono state la promozione del fascismo e la pratica del saluto romano. Verso le ore 18:00, infatti, si sono elevate le braccia tese dei partecipanti, schierati in file, come risposta al grido “camerati”, effettuato ripetutamente. Come ogni anno, dunque, sono state aperte numerose polemiche in merito allo svolgimento di tale manifestazione: l’Anpi, in primis, aveva proposto di annullare il raduno. In effetti, il componente della segreteria nazionale e presidente dell’Anpi di Roma De Sanctis, all’Adnkronos aveva sottolineato che il vero problema non consiste nella commemorazione della tragicità dei fatti avvenuti nel gennaio 1978, bensì nel mutamento del corteo organizzato in una parata volta ad incentivare il fascismo e le sue ideologie”. 

Il Comitato provinciale dell’Anpi di Roma, la sezione Anpi di San Lorenzo e le sezioni Anpi del VII Municipio, inoltre, si sono soffermate sulle molteplici manifestazioni che hanno avuto luogo a partire dal ricordo della strage, e che si sono svolte nei pressi di Acca Larentia, ma in luoghi che non interessano gli eventi da commemorare; ad esempio, il corteo allestito in piazza Santa Maria Ausiliatrice. Gli enti sopracitati, in vista di ciò, hanno chiesto con forza “il divieto di ogni manifestazione o raduno fascista, che oltre ad essere intollerabili atti di sedizione anticostituzionale, mettono a repentaglio la sicurezza della cittadinanza dal punto di vista dell’ordine pubblico”. L’Associazione Nazionale dei Partigiani romana ha definito quella dei manifestanti “un’azione di sovversione violenta e di atti squadristici per alcuni dei quali sono aperti processi in varie sedi giudiziarie italiane”. Essa si è poi rivolta alle Istituzioni chiedendo “la piena osservanza dei principi Costituzionali e delle leggi della Repubblica affinché le manifestazioni fasciste preannunciate siano vietate e qualora tenute ugualmente, i responsabili puniti a norma di legge”. 

La richiesta di procedere con il consueto svolgimento dell’evento celebrativo è partita dalla Lega: il capogruppo Emanuele Licopodio l’avrebbe presentata al Presidente del Consiglio del Municipio VI Antonio Villino il 21 dicembre 2021. Egli stesso ha ammesso: “L’iniziativa è stata organizzata da me, consigliere democraticamente eletto da 600 preferenze. Ho invitato tutti i cittadini a partecipare, i consiglieri di maggioranza e opposizione. Si tratta di polemiche strumentali da parte dei soliti noti perché si ricorderanno tutte le vittime degli anni di piombo, saranno ospitate le loro famiglie, per noi non ci sono morti di serie A e serie B.” Le azioni della Lega, tuttavia, sono state rese note solo in seguito alla pubblicizzazione sulla piattaforma Facebook dell’evento da parte del movimento politico fascista di ispirazione cattolica (definito così dagli stessi membri del gruppo) “Azione Frontale”. L’operazione di un’organizzazione di stampo fascista all’interno di un luogo istituzionale ha sollevato molteplici polemiche e indignato diversi enti. Lo sdegno ha interessato in primo luogo le opposizioni del Sesto Municipio e del Campidoglio: le parole che in questo luogo sono state pronunciate dai membri di diversi partiti politici sono accomunate da una chiara opposizione nei confronti di un movimento apertamente fascista e mirano ad un allontanamento da esso. 

Ad oggi, è inammissibile pensare di dover tollerare ancora raduni all’interno dei quali la Costituzione e i suoi principi fondamentali vengono violati, insieme alla memoria dei martiri del fascismo e delle sue atrocità. Questi fatti costituiscono reato per apologia del fascismo, i funzionari politici che rappresentano il popolo italiano dovrebbero condannare ogni attività di matrice fascista e ogni movimento che si ispira a tale corrente per rispetto nei confronti della storia e delle sue vittime. Gli stessi cittadini italiani godono di certi diritti e hanno la possibilità di esercitare la propria libertà anche grazie a chi si è sacrificato durante l’epoca buia della dittatura fascista, proprio per questo motivo, il popolo italico dovrebbe lottare per debellare ogni forma di fascismo che ancora persiste nella penisola italiana.

Di Thierno Mbengue

La  notte fra il 9 e il 10 gennaio, le Forze dell'Ordine Libiche hanno violentemente interrotto il presidio portato avanti dai migranti accampati davanti alla sede di Tripoli dell’UNHCR (agenzia ONU per i Rifugiati).

Le proteste conclusesi con l'intervento delle milizie pochi giorni fa, iniziarono poco più di 3 mesi fa, a causa della diminuzione dell'assistenza e della garanzia di sicurezza da parte dell'agenzia UNHCR, il cui compito dovrebbe essere quello di proteggere e assistere tutti i richiedenti asilo e rifugiati presenti in Libia.

Molte di queste persone, in seguito al raid delle Forze dell’Ordine Libiche avvenuto lo scorso 1 ottobre nel quartiere di Gargaresh, sono state arrestate e registrate presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Secondo Amnesty International, il raid avvenne perché oltre 4000 persone avevano deciso di recarsi davanti al CDC (Community Day Center) dell'agenzia ONU, per richiedere una maggiore sicurezza e un rifugio.

Da allora i migranti hanno vissuto per le strade davanti al CDC, occasionalmente coperti da tende o rifugi improvvisati, in segno di protesta e di richiesta di aiuto nei confronti dell’Agenzia delle Nazioni Unite.

“La situazione sta diventando un massacro, si sentono forti colpi di pistola, le tende sono messe a fuoco, le nostre donne sono in fila per un altro centro di detenzione. @UnhcrLibya dovrebbe essere ritenuta responsabile per questo" ha scritto su twitter la pagina "Refugees in Libya" gestita da un organizzazione composta da ragazzi che vivono in Libia, e segueno in prima persona la vita che i migranti richiedenti asilo e i rifugiati stanno vivendo ormai da mesi.

La stessa organizzazione che ha accusato l’Agenzia dell’Onu di non essersi mai esposta in loro aiuto e di essere persino andata contro all’interesse stesso dei migranti.

Secondo un documento pubblicato sempre su twitter dai ragazzi, l’UNHCR si sarebbe infatti rifiutata di prestare assistenza medica e rifugio ai migranti appostati davanti al  CDC.

“Ci hanno minacciato di chiudere in modo permanente l’ufficio e di lasciar cadere la propria bandiera che, secondo ciò che ci hanno detto, era l’unica salvezza per i manifestanti e che una volta tolta dall’edificio saremmo stati attaccati dalle milizie” come poi è accaduto nei primi giorni di questo Gennaio 2022, secondo quanto sostiene “Refugees in Libya”, l’agenzia delle Nazioni Unite avrebbe anche usato le proprie milizie per attaccare i migranti che stavano pacificamente manifestando.

Dopo mesi di "stallo" vissuti dai migranti in condizioni critiche, con un continuo ritiro graduale dell'assistenza dell'UNHCR ultimatosi con la chiusura degli uffici. L'inferno per i profughi ha iniziato a scatenarsi definitivamente nella notte tra il 9 e 10 gennaio, in cui come ai tempi di Auschwitz, le milizie Libiche hanno iniziato ad effettuare rastrellamenti nei luoghi in cui avvenivano le manifestazioni e nei campi di fortuna in cui i migranti si rifugiavano e a deportare le persone arrestate in centri di detenzione.

In questo momento la direzione della prigionia di Ain Zara ha confermato che centinaia di persone sono state condotte al centro di detenzione ma ancora non è noto il numero preciso, ciò che è sicuro è che come già era accaduto nei mesi scorsi per piú di 4000 profughi arrestati e detenuti nei campi di prigionia non sono state risparmiate né donne incinta, né bambini e nemmeno anziani.

La richiesta dell'Onu era quella di trovare una soluzione per le persone accampate e allo stesso tempo di garantire che non venissero violati i diritti umani. Nonostante queste richieste, l'associazione istituita dalla stessa ONU per effettuare le assistenze necessarie ha troncato le proprie attività, lasciando così la via libera alle forze speciali libiche per poter continuare a perpetuare le violenze e le torture che da anni avvengono in tutta la Libia.

Violenze e torture che sono anche frutto dell'addestramento fornito dal contingente italiano previsto dagli accordi in vigore tra Italia e Libia e rinnovati dal governo Draghi. Accordi che, oltre a prevedere il finanziamento di circa 10 milioni di euro, hanno come scopo finale quello di diminuire il numero di migranti in arrivo in Italia. Il tutto senza un reale controllo dei mezzi utilizzati atti a perseguire tale scopo.

 

Di Marta Capaccioni

È finito il tempo. Il 24 gennaio Camera, Senato e rappresentanti delle Regioni si riuniranno per eleggere il nuovo garante della Costituzione italiana. 
Silvio Berlusconi, Mario Draghi, “una donna”. Al di là della profonda misoginia, maschilismo e denigrazione con cui i mezzi di informazione e il dibattito politico hanno trattato la possibilità della elezione di una donna come Capo dello Stato, ciò che più fa rabbrividire è leggere in tutti i giornali i nomi dei primi due candidati.
Per questo è doveroso secondo noi ricordare, di fronte a quella insopportabile abitudine a dimenticare o per ignoranza, o per indifferenza, o peggio, per complicità, la storia, i fatti e i tabù che macchiano in modo indelebile queste due figure, insignite di grandi meriti dal 99% della stampa italiana, ormai mera servitrice del potere.
Ma procediamo con ordine.

La prima scelta sarebbe proprio quella di Silvio Berlusconi
Parliamo del garante per decenni della corruzione in Parlamento, che ha comprato senatori, pagandoli fior di milioni, per ribaltare sconfitte elettorali e addirittura causare la caduta di governi in carica (come governo Prodi, del 2008). Il suo gruppo, con soldi suoi, ha corrotto politici, giudici, ufficiali della Guardia di Finanza e testimoni.
Parliamo del sostenitore della prostituzione, anche minorile e dell’emblema del maschilismo e del sessismo più maleducato e volgare. È impossibile oggi elencare tutte le sue uscite offensive dette pubblicamente ai danni di donne rappresentanti della politica italiana, europea e non solo.

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L'ex premier, Silvio Berlusconi e l'ex senatore Marcello Dell'Utri

Parliamo di un soggetto con una scheda giudiziaria forse peggiore di quella di svariati criminali. Più di 100 procedimenti, 588 visite della polizia giudiziaria e della Guardia di finanza, 2600 udienze in 14 anni, 36 processi in totale in cui Berlusconi è stato indagato: frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita, corruzione giudiziaria, corruzione generica e istigazione alla corruzione, finanziamento illecito ai partiti, rivelazione di segreto istruttorio d'ufficio, falsa testimonianza, prostituzione minorile, concussione aggravata, evasione fiscale e altri reati tributari, diffamazione aggravato, abuso d’ufficio. Berlusconi è stato sempre salvato grazie ai vari lodi (Maccanico, Schifani e Alfano) che hanno garantito l’immunità assoluta e la sospensione dei processi per cinque cariche istituzionali, grazie alle numerosissime leggi ad personam (come la legge Severino) emanate proprio quando era presidente in carica e grazie alle prescrizioni in altri processi (che comunque hanno provato i fatti e accertato i reati commessi).
E così l’unica condanna è stata quella a 4 anni per frode fiscale, per aver derubato le casse dello Stato e dei cittadini italiani.
Parliamo di un soggetto che per 20 anni ha finanziato la mafia ed è sancito in una sentenza definitiva della Corte di Cassazione. Il suo storico braccio destro, nonché co-fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, è stato condannato in via definitiva a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa e per essere stato l’intermediario di quell’accordo stipulato tra Forza Italia e le famiglie mafiose palermitane operante tra il 1974 e il 1992.


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Il boss di Cosa nostra, Giuseppe Graviano

Ed è doveroso ricordare, per quanto faccia male, che mentre l’ex premier pagava la mafia, la stessa mafia faceva saltare in aria giornalisti, magistrati, forze dell’ordine e cittadini.
Quel patto, firmato dopo una riunione tra Berlusconi, Dell’Utri e alcuni capimafia, tra cui Stefano Bontade e Francesco Di Carlo prevedeva il versamento da parte di Berlusconi a Cosa Nostra di somme ingenti di denaro, in cambio della protezione personale ed imprenditoriale garantita dall’organizzazione mafiosa. Proprio il boss Vittorio Mangano, presentato pubblicamente dall’ex premier come lo “stalliere di Arcore” (anche se nella villa non c’erano cavalli all’epoca), era il garante di quel patto all’interno della villa.
Questi sono fatti storici, che il tempo non potrà mai cancellare. Ma i processi fanno comodo solo quando si prescrivono e le sentenze vanno rispettate solo quando assolvono gli imputati.
Per la coppia Berlusconi-Dell’Utri non è finita qui.
Perché in questo momento entrambi sono indagati alla procura di Firenze per concorso in stragi, come mandanti esterni di quella stagione sanguinaria che nel 1993 colpì Roma, Firenze e Milano e che rappresentò l’ultimo colpo di grazia inferto alla nostra Repubblica dopo gli attentati di Capaci e Via D’Amelio, in cui morirono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e i loro agenti di scorta (Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina).
Rispetto ai mandanti esterni, il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza aveva raccontato l’incontro al Bar Doney di Roma, avvenuto il 22 gennaio ‘94, assieme allo stragista Giuseppe Graviano. Quest’ultimo gli aveva fatto il nome di Berlusconi spiegandogli di “avere il paese nelle mani” grazie “al nostro compaesano Dell’Utri”.


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Recentemente anche lo stesso Graviano, potente capomafia di Cosa Nostra, picciotto ed erede di Riina e Provenzano, attualmente in carcere al 41 bis, ha parlato ai magistrati di Reggio Calabria, raccontando degli investimenti della sua famiglia al Nord, attraverso le società di Berlusconi e dichiarando di aver incontrato l’ex premier mentre era latitante per “almeno tre volte” a Milano 3. L’ultimo incontro sarebbe avvenuto nel dicembre del 1993.
Certo, rimangono le dichiarazioni di un boss mafioso e non di un pentito, ma le sue parole, inserite nel quadro storico e politico dei fatti che vedono coinvolto l’ex premier e molti esponenti del suo partito, dovrebbero lanciare un gravissimo allarme.
Parliamo di un affiliato alla loggia massonica segreta P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli. Quest’ultimo aveva elaborato un Piano di rinascita democratica, che prevedeva una vera e propria strategia di conquista dall’interno della politica, della magistratura, dell’informazione. È preoccupante che oggi proprio i punti di quel Piano si stanno realizzando e certe normative vergognose e oltraggiose nei confronti dei principi costituzionali tornano di nuovo sulla bocca di Berlusconi: la riforma del Csm, che prevede di fatto la sottrazione dell’autonomia al Consiglio, la responsabilità civile dei magistrati; l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione in primo grado di giudizio; nonché norme più liberali e garantiste sulle intercettazioni, che ovviamente andrebbero a tutelare i soliti colletti bianchi. Alla faccia di una giustizia uguale per tutti.
Parliamo di un soggetto che nel 2017 dichiarò che “Mussolini forse proprio un dittatore non lo era” e che “fece anche cose buone”. Parole sconcertanti che rappresentano un oltraggio alla morte di milioni di italiani, alle sofferenze di madri, padri e figli e alla distruzione di intere famiglie.

E la seconda scelta? Il Presidente del Consiglio Mario Draghi.
Parliamo del figlio delle più grandi lobby finanziarie ed economiche del Paese, delle élite oligarchiche e dei grandi interessi finanziari anglo-americani che hanno distrutto economicamente il nostro Paese e guidato la svendita del patrimonio nazionale.
Parliamo del figlio delle grandi banche d’affari, come la statunitense Goldman Sachs, che tramite condotte illegali ha provocato la crisi finanziaria mondiale del 2008.


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Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi

Parliamo di un personaggio che il 2 giugno del 1992, dopo pochissimi giorni dalla strage di Capaci, in veste di Direttore Generale del Tesoro, ha partecipato insieme ai dirigenti delle più grandi banche, delle maggiori società finanziarie anglo-americane ed i manager delle principali aziende di Stato ad una riunione in cui si stabilì l’inizio dell’ondata di privatizzazione che avrebbe messo da parte il benessere del popolo e la democrazia, per accomodare le pretese delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali.
Parliamo di un soggetto che, il 5 agosto 2011, nei panni di Governatore della BCE, aveva fatto arrivare al Governo Berlusconi una lettera, firmata anche da Jean-Claude Trichet, l’allora Vice Presidente della BCE, in cui si incitava il governo italiano appunto, ad applicare tutte quelle riforme e politiche neoliberiste a cui ci hanno abituati negli ultimi trent’anni: tagli alla spesa pubblica, peggioramento delle condizioni di lavoro e delle condizioni salariali per “aumentare la competitività”, privatizzazioni, innalzamento dell’età pensionabile, libertà garantite solo alle imprese multinazionali ed alle grandi banche, leggi ad hoc a favore della finanza speculativa, ma distruttive per l’economia reale.
Parliamo di un soggetto che attualmente è Senior Member del Gruppo dei Trenta, lobby composta dai banchieri e finanzieri più potenti a livello mondiale, e che nel 2020 ha firmato un report inammissibile intitolato “Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid”. Questo report invita le nazioni a permettere e ad incoraggiare un processo di “distruzione creativa”, lasciando fallire le imprese in difficoltà e aiutando soltanto quelle più competitive. Invita ad indurre al fallimento i ristoranti, i bar, gli artigiani, le piccole medie attività perché non sosterrebbero la competizione futura, abbandonando intere famiglie in nome delle spietate logiche di mercato.
Parliamo di un presidente del consiglio che recentemente, in collaborazione con il Ministro della giustizia Marta Cartabia, ha elaborato una riforma della giustizia che taglierà i processi, garantirà l’impunità a politici e colletti bianchi, creando una fortissima disuguaglianza tra cittadini, aumenterà il carico di lavoro per gli uffici giudiziari, spoglierà i magistrati della propria indipendenza e agevolerà la proliferazione dei traffici della mafia e dei sistemi criminali.


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Il premieri Mario Draghi e la ministra della Giustizia, Marta Cartabia

Parliamo di un personaggio che di fronte alla crisi pandemica, al disagio sociale, alla disoccupazione, alla povertà, all’aumento dei suicidi, al fallimento di migliaia di imprese, alle pessime condizioni degli istituti scolastici e sanitari e alla distruzione dei servizi pubblici, quest’anno ha stanziato 25 miliardi di euro per la spesa di armamenti militari e nucleari e per il prossimo anno 27 miliardi.
Parliamo di un soggetto che, quindi, in ogni ambito politico ed istituzionale da lui ricoperto, ha unicamente applicato “la democrazia” dei mercati, delle banche, delle multinazionali, totalmente in contrasto con la nostra Costituzione che prevede un modello economico, politico e sociale basato sulla cooperazione, sull’armonia, sulla pace e la giustizia tra le persone e le nazioni.
Come potrebbero questi due personaggi, Berlusconi o Draghi, essere “degni” garanti della nostra Costituzione, rappresentare l’Unità della Nazione, presiedere l’organo di indipendenza della magistratura, comandare le forze armate, avere il potere, di convocare e sciogliere le camere, di concedere la grazia e di impedire la promulgazione delle leggi?
Come potrebbero farsi portavoce di quei profondi valori di legalità, giustizia, eguaglianza, che animano la Carta, o dei pilastri della nostra democrazia, come l’autonomia dei magistrati, la dignità delle donne, la parità di genere, la libertà di stampa, l’equità fiscale, la scuola e la sanità pubblica?
Come potrebbero prestare giuramento di fedeltà di fronte al popolo italiano, se lo hanno già tradito prima di entrare nelle stanze del Quirinale?

PER TUTTI QUESTI MOTIVI CHIAMIAMO TUTTI E TUTTE A PARTECIPARE ALLA CALL TO ACTION CHE LANCEREMO PRESTO SUI NOSTRI SOCIAL.

NON POSSIAMO SCENDERE A COMPROMESSI O A PATTI NÉ ACCONTENTARCI DEL COLUI O COLEI CHE CI VIENE PRESENTATO/A COME IL “MENO PEGGIO”: NESSUN NOME DI CANDIDATO/A CHE È USCITO PER ADESSO PUBBLICAMENTE, OLTRE A QUELLI DI DRAGHI E DI BERLUSCONI, È DEGNO/A DI RAPPRESENTARE IL NOSTRO PAESE.
Pretendiamo che la carica di PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA venga veramente ricoperta da una persona (donna o uomo) ispirata dai valori a cui è ispirata la nostra Costituzione, che sia fuori dalle logiche lobbistiche, corrotte e mafiose del potere politico, economico e finanziario, che sia super partes e che metta da parte i propri interessi personali per garantire indistintamente ad ogni cittadino e ad ogni cittadina una GIUSTIZIA UGUALE PER TUTTI/E ed una tutela SOSTANZIALE E “DI FATTO” dei diritti umani, civili e politici sanciti dalla nostra Carta costituzionale.

Foto di copertina: rielaborazione grafica by Davide De Bari
Foto © Imagoeconomica