Di Marco Gaidino Rambaudi

“La guerra è come il cancro, occorre cercare la soluzione, l'antidoto per debellarla. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente” queste le profonde parole di Gino Strada intervistato da Left nel 2016. Sembra però che molti dei grandi personaggi che calcano la scena politica italiana, questo non l’abbiano proprio capito, o forse gli interessi economici e strategici prendono il sopravvento sui valori umani rappresentati dalla nostra carta costituzionale. La rosa dei candidati che aspirano al Quirinale in questo 2022 lascia molto a desiderare e, tra i tanti, ha spiccato fino a poco tempo fa lui, Silvio Berlusconi. Nonostante abbia calcato da inizio anno la scena mediatica e sia stato scelto come candidato del centrodestra, si è ritirato il 22 gennaio, appena prima delle votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica. Sulle spalle di Berlusconi gravano, oltre a tutte le vicende giudiziarie che lo vedono coinvolto nel nostro Paese, anche la guerra in Afghanistan dal 2001, la guerra in Iraq dal 2003 e la guerra in Libia nel 2011 contro il suo ‘amico’ Gheddafi.

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Il disastro dei 20 anni di guerra in Afghanistan

Berlusconi era Presidente del Consiglio già da giugno 2001. A settembre ci fu l’attacco alle Torri Gemelle, con la conseguente dichiarazione di guerra degli Stati Uniti del Presidente George W. Bush contro l’Afghanistan dei Talebani il 7 ottobre. Anche Silvio si schierò con la politica guerrafondaia di Bush tanto che il 7 novembre Camera e Senato diedero il via libera all’entrata in guerra dell’Italia.
L’attacco terroristico alle Torri Gemelle, sul quale comunque rimangono aperti molti interrogativi, fu attribuito al gruppo terroristico Al-Qaida e al suo leader, il saudita Osama bin Laden. Bin Laden si trovava all’epoca in Afghanistan, un paese governato da un gruppo sunnita di ideologia fondamentalista islamica, i Talebani.  Senza richiedere all’ONU un’indagine internazionale sull’accaduto, Bush pretese la consegna del leader musulmano minacciando guerra, ma i Talebani respinsero l'ultimatum in quanto a loro dire non vi era alcuna prova che legasse Bin Laden agli attentati dell'11 settembre.
Ad ottobre Stati Uniti e Regno Unito iniziarono l’invasione ribattezzata Enduring Freedom.
ll 20 dicembre l’ONU votò la Risoluzione n. 1386 per la costituzione dell’International Security Assistance Force (ISAF), una forza militare internazionale a supporto del neogoverno afghano filo occidentale. Il nostro paese prese parte attiva proprio all’ISAF occupando una porzione del territorio del Paese.
Il compianto Gino Strada era contro quella guerra che non avrebbe portato nient’altro che morte e distruzione. Gino conosceva bene la realtà afghana, avendo lavorato sul territorio con Emergency già prima del conflitto. Per la sua posizione antimilitarista, fu criticato da Berlusconi con la frase “un medico integerrimo ma dalle confuse idee, che non saprebbe scegliere tra gli Stati Uniti e l'Afghanistan”, dimostrando così di non aver capito che la guerra è sempre uno strumento di distruzione e sofferenza che non risparmia nemmeno gli innocenti. E il grido di Emergency rimase infatti inascoltato.
Con il ritiro della coalizione internazionale dall’Afghanistan ad agosto 2021 il bilancio si è rivelato catastrofico: l’Italia ha speso 8,7 miliardi in quella guerra trasformatasi poi in occupazione militare durata 20 anni e si stima che i morti, tra civili e militari, siano stati 240 mila. I Talebani che dovevano essere sradicati si sono invece rafforzati e nel giro di una settimana hanno rapidamente ripreso il controllo del Paese, compresa la capitale Kabul. Durante i 20 anni di occupazione, non sono state attuate politiche di rinnovamento del Paese, essendo le elite politiche afghane appoggiate dalla coalizione occidentale, corrotte. Ne è stato un esempio il governo di Hamid Karzai. Nel libro Missione Oppio di Giorgia Pietropaoli si evidenzia come la produzione di oppio aumentò dal 30 al 40% nel paese sempre durante l’occupazione occidentale e i traffici venivano gestiti per la maggior parte non dai Talebani, ma da signori locali legati al governo centrale di Kabul, proprio quel governo tanto decantato dall’occidente, dove però dominava la corruzione.
Oggi l’Afghanistan dei Talebani è un paese arretrato, instabile e poverissimo che rischia una crisi alimentare e sanitaria, un paese dove l’unica fonte di reddito è la produzione di oppio: questo è il vero risultato della guerra in Afghanistan.

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Le menzogne sull’Iraq: una guerra che nessuno voleva

Non sazi del conflitto in Afghanistan, gli Stati Uniti assieme ad una coalizione di Stati, la “Coalizione dei volenterosi”, nel 2003 decisero di muovere guerra all’Iraq del dittatore Saddam Hussein, fu la cosiddetta Seconda Guerra del Golfo. Il conflitto durò dal 20 marzo 2003 fino a fine aprile, mentre l’occupazione USA durò fino al 2011, mantenendo comunque basi militari sul territorio.
Le motivazioni della guerra, che poi si rivelarono infondate e false, erano la paura statunitense che Saddam avesse prodotto le famose “armi di distruzione di massa”, tanto che l’allora segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Powell il 5 febbraio 2003 sventolò al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una fialetta come segno della pericolosità delle armi chimiche di Saddam, oltre all’idea che Saddam finanziasse Al-Qaida.
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvò l’8 novembre 2002 la Risoluzione n. 1441 con cui si invitava l’Iraq a consentire i controlli agli ispettori dell’Agenzia Nucleare. Saddam acconsentì, ma gli ispettori riferirono che la collaborazione non fu immediata e nemmeno senza condizioni. Questo fu il pretesto con cui gli USA iniziarono la guerra che ormai era già stata preparata a tavolino e utilizzarono la Risoluzione n. 1441 come fosse un’autorizzazione all’uso della forza, anche se tale non era siccome la risoluzione rimandava ad una delibera successiva la decisione di impiegare la forza. Con l’intervento militare gli USA hanno esplicitamente violato l’articolo 42 della Carta delle Nazioni Unite secondo il quale è il Consiglio di Sicurezza che delibera gli interventi militari per la pace internazionale.
L’allora Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi si cimentò anche in quella guerra al fianco dell’amico guerrafondaio George W. Bush che seguiva la dottrina della “guerra preventiva”. Il 15 luglio 2003 ebbe inizio la missione italiana “Antica Babilonia” nel sud del Paese che durò fino al 2006 ed ebbe un costo complessivo di quasi 4 miliardi di euro secondo i dati di Milex.
In Italia l’opinione pubblica era contraria a quella guerra insensata che avrebbe solo accresciuto il dominio degli USA nel mondo. Molte furono le proteste di piazza.
Da un cablogramma segreto dell'allora ambasciatore americano a Roma Mel Sembler pubblicato da Wikileaks è emerso che “il governo Berlusconi ha portato un Paese che chiaramente si opponeva alla guerra il più vicino possibile allo status di Paese belligerante" come riportato da la Repubblica. E sempre nel cablo: “le autorità di pubblica sicurezza hanno evitato che gruppi di manifestanti ben determinati fermassero treni e camion carichi di materiale statunitense. Il governo ci ha concesso l'uso delle piste aeree civili di Roma e Milano per i charter che trasportavano truppe e munizioni […] Il supporto logistico è stato enorme: abbiamo ottenuto quello che abbiamo chiesto riguardo l'accesso alle basi, il transito, i voli e la certezza che le truppe potessero muoversi senza problemi attraverso l'Italia per arrivare in territorio di guerra. Le piste aeree, i porti e le infrastrutture sono state messe a nostra disposizione. Il porto di Augusta, in Sicilia, è diventato una base importantissima per i rifornimenti. Più di mille missioni sono state portate a termine da Sigonella e Aviano ha sostenuto il maggiore passaggio di C-17 da combattimento in partenza dal territorio italiano della storia […] Berlusconi ha fatto la scelta strategica di stare dalla parte degli americani e l'ha mantenuta”. Il governo Berlusconi avrebbe fatto quindi di tutto per assecondare gli USA in questa guerra anche andando contro la volontà del Paese, quel Paese che lui stesso avrebbe dovuto servire.
Anche l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi era perplesso riguardo alla guerra essendo questa in palese contrasto con l’art 11 della costituzione secondo il quale l’Italia ripudia la guerra. Viene però evidenziato nel cablo dell’ ambasciatore americano a Roma che “il presidente (della Repubblica, ndr) aveva raggiunto un complicato patto con l'esecutivo (governo Berlusconi, ndr), che prevedeva che l'Italia non fosse coinvolta in ‘attacchi diretti all'Iraq’. Quando ha visto in televisione che la partenza della 173sima brigata aviotrasportata da Vicenza per l'Iraq era descritta come un'operazione offensiva, il suo primo pensiero è stato che il governo aveva violato i patti. L'esecutivo a quel punto ha lavorato a stretto contatto con noi per mettere a punto tattiche per essere certi che Ciampi non mettesse in discussione la costituzionalità della partenza dei militari e ci ha chiesto una lettera con lo scopo di fermare un possibile intervento dello stesso Ciampi” si legge nell’articolo di la Repubblica.
Ricapitolando, Ciampi si sarebbe piegato al compromesso con Berlusconi per l’intervento militare italiano con la promessa di evitare attacchi diretti, quindi prevalentemente supporto e logistica, ma il supporto dell’esecutivo alle operazioni USA andò ben oltre tanto da violare il patto con il Presidente della Repubblica. A quel punto, fatta la frittata, Berlusconi avrebbe chiesto all’ambasciatore USA a Roma di fare pressioni sul Quirinale.
Viene da chiedersi perché Ciampi, garante del rispetto della costituzione, non sia intervenuto né prima dell’entrata in guerra e né dopo esser stato raggirato dall’attività illegittima dell’esecutivo. Avrebbe potuto sciogliere le camere ad esempio, facendo così la volontà del popolo italiano che in guerra proprio non ci voleva entrare.

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Nel cablo però c’è anche la ciliegina finale: “l'Italia – scrisse Mel Semblerè un posto eccellente per portare avanti i nostri affari politici e militari, anche se va sempre usata una buona dose di pazienza. […] Pur riconoscendo che l’Italia può sembrare un posto arcano e bizantino fino alla frustrazione, riteniamo che sia un posto eccellente per fare i nostri affari politici e militari”. Le parole di Sembler denotano l’atteggiamento servile della politica italiana nei confronti dei diktat statunitensi. Il servilismo dell’Italia al suo alleato, o sarebbe meglio dire padrone, statunitense ha caratterizzato tutta la storia del nostro Paese in politica estera come in politica interna.
Se guardiamo i costi umani dal 2003 al 2011, periodo di occupazione USA in Iraq, le vittime della coalizione militare internazionale sono state circa 5 mila, di cui 33 italiani, mentre si stima siano morti mezzo milione di civili iracheni (60% in scontri armati e 30-40% per mancanza di infrastrutture mediche e sociali, secondo uno studio di Plos Medicine) ed un milione sarebbero i dispersi.
Nel 2004 grazie al programma televisivo statunitense 60 Minutes uscì lo scandalo che documentava le torture inumane perpetrate dall’esercito USA ai danni dei prigionieri iracheni nella prigione di Abu Ghraib.
Inoltre nel libro The Isis Files di Franco Fracassi e Paola Pentimella Testa viene fatta un analisi dettagliata riguardo il coinvolgimento degli USA nel supporto ai leader e ai miliziani di quello che nel 2013-2014 sarebbe diventato lo Stato Islamico, l’ISIS.
Durante l’occupazione USA crebbe l’ostilità irachena verso gli occupanti e a partire dal 2011 sfociò in una guerra civile dove i gruppi sunniti (precedentemente appoggiati da Saddam) si opponevano ai gruppi sciiti, maggioranza nel paese.

Gli accordi con la Libia di Gheddafi e il voltafaccia della guerra

Si sa, il Cavaliere ha sempre avuto amicizie particolari, da Marcello Dell’Utri condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e l’ex stalliere di Arcore e mafioso Vittorio Mangano condannato all’ergastolo per duplice omicidio fino all’ex direttore del Tg4 Emilio Fede condannato in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione. Oltre al presidente guerrafondaio George W. Bush con la sua dottrina della “guerra preventiva”, nel pantheon degli amici di Silvio non poteva mancare un dittatore, il leader libico Muammar Gheddafi.La Libia, colonia italiana dal 1911 fino al 1951, proclamò la sua l’indipendenza grazie alla Risoluzione dell'Onu del 15 dicembre 1950 e al conseguente trattato bilaterale tra Italia e Libia dell’ottobre 1956.
Nel 1969 Muammar Gheddafi assieme ad altri ufficiali fece un colpo di stato con cui nazionalizzò le imprese straniere, chiuse le basi militari di USA e Regno Unito e sequestrò i beni degli italiani residenti obbligandoli a lasciare il Paese. I finanziamenti al terrorismo ed altri episodi isolarono il regime del Colonnello dall’occidente.
Gheddafi riteneva il sequestro dei beni degli italiani residenti in Libia avvenuto nel 1970 come parte del risarcimento per la colonizzazione italiana della prima metà del secolo, mentre l’Italia, ritenendo conclusa la questione coloniale, voleva risarciti i beni sequestrati, essendo l’espropriazione una violazione del trattato bilaterale del 1956. Ma l’accordo di riparazione del 1998 con la Libia non fu ritenuto sufficiente da Gheddafi.

gheddafi amico berlusconi

E qui subentrò Silvio Berlusconi che, dopo un riavvicinamento nel 2004, tentò il colpo grosso stipulando con il dittatore il trattato di Bengasi del 30 agosto 2008, definito “storico”. Il trattato prevedeva il risarcimento di 5 miliardi di dollari alla Libia da destinarsi alla creazione di infrastrutture, come l’autostrada costiera dal confine tunisino a quello egiziano, la cooperazione in ambito economico e industriale, la rinuncia all’uso della forza tra le due nazioni, l’eliminazione di tutte le restrizioni ai cittadini italiani espulsi nel 1970, la collaborazione contro terrorismo e immigrazione clandestina.
Proprio la lotta congiunta all’immigrazione ha portato al controllo dei confini marittimi dei due paesi e del confine terrestre nel sud della Libia. Human Rights Watch aveva fortemente denunciato il trattato italo-libico, ritenendo il Rais non idoneo a proteggere i rifugiati, oltre al fatto che la Libia “non è Stato parte alla Convenzione sui Rifugiati e non ha legislazione in materia d'asilo”. Anche le autorità italiane avrebbero violato la “Convenzione relativa allo status dei rifugiati, articolo 33” in quanto i migranti venivano respinti senza neanche valutare i singoli casi. Il trattato fu criticato addirittura dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e da Medici Senza Frontiere secondo cui “il rimpatrio forzato è un atto illegale fuori da ogni legislazione italiana ed internazionale”.
Ma dopo aver suggellato una profonda amicizia, cambiò il vento. Il 17 febbraio 2011 iniziarono una serie di sommosse popolari a Bengasi che si allargarono ad altre città, sull’onda delle primavere arabe del Nord Africa. La Libia sprofondò in una guerra civile con Gheddafi che cercava a tutti i costi di mantenere il potere. Il 17 marzo 2011, su richiesta di USA, Francia e Gran Bretagna viene votata la Risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la quale si imponeva un cessate il fuoco immediato, la no-fly zone sulla Libia e l’impiego di tutti i mezzi necessari per proteggere i civili. Il 19 marzo il bombardamento dell’aeronautica francese diede inizio alla guerra a cui si unirono attivamente anche USA e GB. Il 23 marzo subentrò la NATO per il pattugliamento delle coste libiche.
Italia di Berlusconi, con Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica che non si oppose minimamente, mise inizialmente a disposizione solo le basi aeree, come Sigonella, Gioia del Colle e Aviano, senza un intervento diretto. Dal mese di aprile in avanti però, cacciabombardieri italiani, partiti dalle basi italiane e dalla portaerei Giuseppe Garibaldi, eseguirono dei bombardamenti sul suolo libico.
Con la morte di Gheddafi il 20 ottobre 2011 la guerra era conclusa, ma il paese era ormai nel caos. L’instabilità creatasi e i vari gruppi che miravano al potere causarono una seconda guerra civile nel 2014. La Libia è tutt’oggi un paese frazionato e instabile, dove molti paesi stranieri portano avanti i loro interessi.
Mettendo insieme il confronto militare del 2011, le due guerre civili libiche e i migranti provenienti dall’Africa subsahariana, i morti sono incalcolabili.
Durante l’intervento della coalizione internazionale contro la Libia, Gheddafi si sentì tradito e Berlusconi disse “quello mi vuole morto, me l’ha giurata” e secondo una fonte de il Fatto Quotidiano “Silvio Berlusconi, fece una richiesta un po’ irrituale ai servizi segreti guidati allora da Gianni De Gennaro: ‘Non è che potreste far fuori Gheddafi?’”. Le relazioni strette tra il Cavaliere e il Rais erano probabilmente diventate motivo d’impaccio rispetto agli alleati di guerra: Francia, Gran Bretagna e USA.
Sicuramente la Francia del Presidente Nicolas Sarkozy aveva motivi per far saltare il dittatore libico.

berlusconi sarkozy

Infatti lo stesso Sarkozy fu poi indagato per i finanziamenti illeciti ricevuti dalla Libia durante la sua campagna elettorale per la presidenza francese nel 2007: si parlava di 50 milioni di euro. Tali accuse sono state anche sostenute dal figlio di Gheddafi, Saif al-Islam.
Il Fatto Quotidiano ha fatto riferimento ad una mail del 2 aprile 2011 inviata da Sidney Blumenthal a Hillary Clinton in cui emerge come dittatore libico volesse creare una nuova moneta africana, il Dinaro Oro, per sostenere il quale aveva accumulato ingenti quantitativi di oro. La nuova moneta avrebbe sostituito il Dollaro e il Franco CFA, mettendo così in crisi gli interessi francesi in Africa. Il piano del Rais sarebbe stato scoperto dai servizi segreti francesi proprio ad inizio 2011.   
Secondo il giornalista Julian Assange intervistato da Russia Today il movente principale della Clinton fu il fatto che “percepiva la destituzione di Gheddafi e il rovesciamento del suo governo come un elemento da usare per le elezioni da presidente”, inoltre “la Libia è stata la guerra di Hillary Clinton […] Barack Obama all'inizio si opponeva […] E' documentato dalle mail”. Barack Obama quindi sarebbe stato contro la guerra, ma avrebbe in seguito ceduto alle pressioni della Clinton, nonostante avesse ricevuto nel 2009 il Premio Nobel per la Pace.

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Silvio Berlusconi ha sulla coscienza ben tre guerre catastrofiche tali da cambiare il volto del mondo e da aver mandato in rovina popoli interi. Una personalità del genere non può obiettivamente rivestire una carica istituzionale così alta come quella di Presidente della Repubblica italiana.
Il Presidente è capo delle forze armate e garante della costituzione, proprio quella costituzione dove sta scritto a caratteri cubitali l’art 11 che recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. L’articolo 11 non nasce dal nulla, ma è il frutto del sudore dei padri costituenti sopravvissuti alla dittatura di Mussolini e alla Seconda Guerra Mondiale. La guerra segnò le loro vite e vollero sancire a chiare lettere che la violenza militare si può usare solo a scopo difensivo e non per offendere altri popoli che, come noi italiani, hanno il diritto inalienabile di vivere in pace.

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Di Marco Gaidino Rambaudi

“La guerra è come il cancro, occorre cercare la soluzione, l'antidoto per debellarla. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente” queste le profonde parole di Gino Strada intervistato da Left nel 2016. Sembra però che molti dei grandi personaggi che calcano la scena politica italiana, questo non l’abbiano proprio capito, o forse gli interessi economici e strategici prendono il sopravvento sui valori umani rappresentati dalla nostra carta costituzionale. La rosa dei candidati che aspirano al Quirinale in questo 2022 lascia molto a desiderare e, tra i tanti, ha spiccato fino a poco tempo fa lui, Silvio Berlusconi. Nonostante abbia calcato da inizio anno la scena mediatica e sia stato scelto come candidato del centrodestra, si è ritirato il 22 gennaio, appena prima delle votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica. Sulle spalle di Berlusconi gravano, oltre a tutte le vicende giudiziarie che lo vedono coinvolto nel nostro Paese, anche la guerra in Afghanistan dal 2001, la guerra in Iraq dal 2003 e la guerra in Libia nel 2011 contro il suo ‘amico’ Gheddafi.

guerre berlusconi 2

Il disastro dei 20 anni di guerra in Afghanistan

Berlusconi era Presidente del Consiglio già da giugno 2001. A settembre ci fu l’attacco alle Torri Gemelle, con la conseguente dichiarazione di guerra degli Stati Uniti del Presidente George W. Bush contro l’Afghanistan dei Talebani il 7 ottobre. Anche Silvio si schierò con la politica guerrafondaia di Bush tanto che il 7 novembre Camera e Senato diedero il via libera all’entrata in guerra dell’Italia.
L’attacco terroristico alle Torri Gemelle, sul quale comunque rimangono aperti molti interrogativi, fu attribuito al gruppo terroristico Al-Qaida e al suo leader, il saudita Osama bin Laden. Bin Laden si trovava all’epoca in Afghanistan, un paese governato da un gruppo sunnita di ideologia fondamentalista islamica, i Talebani.  Senza richiedere all’ONU un’indagine internazionale sull’accaduto, Bush pretese la consegna del leader musulmano minacciando guerra, ma i Talebani respinsero l'ultimatum in quanto a loro dire non vi era alcuna prova che legasse Bin Laden agli attentati dell'11 settembre.
Ad ottobre Stati Uniti e Regno Unito iniziarono l’invasione ribattezzata Enduring Freedom.
ll 20 dicembre l’ONU votò la Risoluzione n. 1386 per la costituzione dell’International Security Assistance Force (ISAF), una forza militare internazionale a supporto del neogoverno afghano filo occidentale. Il nostro paese prese parte attiva proprio all’ISAF occupando una porzione del territorio del Paese.
Il compianto Gino Strada era contro quella guerra che non avrebbe portato nient’altro che morte e distruzione. Gino conosceva bene la realtà afghana, avendo lavorato sul territorio con Emergency già prima del conflitto. Per la sua posizione antimilitarista, fu criticato da Berlusconi con la frase “un medico integerrimo ma dalle confuse idee, che non saprebbe scegliere tra gli Stati Uniti e l'Afghanistan”, dimostrando così di non aver capito che la guerra è sempre uno strumento di distruzione e sofferenza che non risparmia nemmeno gli innocenti. E il grido di Emergency rimase infatti inascoltato.
Con il ritiro della coalizione internazionale dall’Afghanistan ad agosto 2021 il bilancio si è rivelato catastrofico: l’Italia ha speso 8,7 miliardi in quella guerra trasformatasi poi in occupazione militare durata 20 anni e si stima che i morti, tra civili e militari, siano stati 240 mila. I Talebani che dovevano essere sradicati si sono invece rafforzati e nel giro di una settimana hanno rapidamente ripreso il controllo del Paese, compresa la capitale Kabul. Durante i 20 anni di occupazione, non sono state attuate politiche di rinnovamento del Paese, essendo le elite politiche afghane appoggiate dalla coalizione occidentale, corrotte. Ne è stato un esempio il governo di Hamid Karzai. Nel libro Missione Oppio di Giorgia Pietropaoli si evidenzia come la produzione di oppio aumentò dal 30 al 40% nel paese sempre durante l’occupazione occidentale e i traffici venivano gestiti per la maggior parte non dai Talebani, ma da signori locali legati al governo centrale di Kabul, proprio quel governo tanto decantato dall’occidente, dove però dominava la corruzione.
Oggi l’Afghanistan dei Talebani è un paese arretrato, instabile e poverissimo che rischia una crisi alimentare e sanitaria, un paese dove l’unica fonte di reddito è la produzione di oppio: questo è il vero risultato della guerra in Afghanistan.

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Le menzogne sull’Iraq: una guerra che nessuno voleva

Non sazi del conflitto in Afghanistan, gli Stati Uniti assieme ad una coalizione di Stati, la “Coalizione dei volenterosi”, nel 2003 decisero di muovere guerra all’Iraq del dittatore Saddam Hussein, fu la cosiddetta Seconda Guerra del Golfo. Il conflitto durò dal 20 marzo 2003 fino a fine aprile, mentre l’occupazione USA durò fino al 2011, mantenendo comunque basi militari sul territorio.
Le motivazioni della guerra, che poi si rivelarono infondate e false, erano la paura statunitense che Saddam avesse prodotto le famose “armi di distruzione di massa”, tanto che l’allora segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Powell il 5 febbraio 2003 sventolò al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una fialetta come segno della pericolosità delle armi chimiche di Saddam, oltre all’idea che Saddam finanziasse Al-Qaida.
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvò l’8 novembre 2002 la Risoluzione n. 1441 con cui si invitava l’Iraq a consentire i controlli agli ispettori dell’Agenzia Nucleare. Saddam acconsentì, ma gli ispettori riferirono che la collaborazione non fu immediata e nemmeno senza condizioni. Questo fu il pretesto con cui gli USA iniziarono la guerra che ormai era già stata preparata a tavolino e utilizzarono la Risoluzione n. 1441 come fosse un’autorizzazione all’uso della forza, anche se tale non era siccome la risoluzione rimandava ad una delibera successiva la decisione di impiegare la forza. Con l’intervento militare gli USA hanno esplicitamente violato l’articolo 42 della Carta delle Nazioni Unite secondo il quale è il Consiglio di Sicurezza che delibera gli interventi militari per la pace internazionale.
L’allora Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi si cimentò anche in quella guerra al fianco dell’amico guerrafondaio George W. Bush che seguiva la dottrina della “guerra preventiva”. Il 15 luglio 2003 ebbe inizio la missione italiana “Antica Babilonia” nel sud del Paese che durò fino al 2006 ed ebbe un costo complessivo di quasi 4 miliardi di euro secondo i dati di Milex.
In Italia l’opinione pubblica era contraria a quella guerra insensata che avrebbe solo accresciuto il dominio degli USA nel mondo. Molte furono le proteste di piazza.
Da un cablogramma segreto dell'allora ambasciatore americano a Roma Mel Sembler pubblicato da Wikileaks è emerso che “il governo Berlusconi ha portato un Paese che chiaramente si opponeva alla guerra il più vicino possibile allo status di Paese belligerante" come riportato da la Repubblica. E sempre nel cablo: “le autorità di pubblica sicurezza hanno evitato che gruppi di manifestanti ben determinati fermassero treni e camion carichi di materiale statunitense. Il governo ci ha concesso l'uso delle piste aeree civili di Roma e Milano per i charter che trasportavano truppe e munizioni […] Il supporto logistico è stato enorme: abbiamo ottenuto quello che abbiamo chiesto riguardo l'accesso alle basi, il transito, i voli e la certezza che le truppe potessero muoversi senza problemi attraverso l'Italia per arrivare in territorio di guerra. Le piste aeree, i porti e le infrastrutture sono state messe a nostra disposizione. Il porto di Augusta, in Sicilia, è diventato una base importantissima per i rifornimenti. Più di mille missioni sono state portate a termine da Sigonella e Aviano ha sostenuto il maggiore passaggio di C-17 da combattimento in partenza dal territorio italiano della storia […] Berlusconi ha fatto la scelta strategica di stare dalla parte degli americani e l'ha mantenuta”. Il governo Berlusconi avrebbe fatto quindi di tutto per assecondare gli USA in questa guerra anche andando contro la volontà del Paese, quel Paese che lui stesso avrebbe dovuto servire.
Anche l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi era perplesso riguardo alla guerra essendo questa in palese contrasto con l’art 11 della costituzione secondo il quale l’Italia ripudia la guerra. Viene però evidenziato nel cablo dell’ ambasciatore americano a Roma che “il presidente (della Repubblica, ndr) aveva raggiunto un complicato patto con l'esecutivo (governo Berlusconi, ndr), che prevedeva che l'Italia non fosse coinvolta in ‘attacchi diretti all'Iraq’. Quando ha visto in televisione che la partenza della 173sima brigata aviotrasportata da Vicenza per l'Iraq era descritta come un'operazione offensiva, il suo primo pensiero è stato che il governo aveva violato i patti. L'esecutivo a quel punto ha lavorato a stretto contatto con noi per mettere a punto tattiche per essere certi che Ciampi non mettesse in discussione la costituzionalità della partenza dei militari e ci ha chiesto una lettera con lo scopo di fermare un possibile intervento dello stesso Ciampi” si legge nell’articolo di la Repubblica.
Ricapitolando, Ciampi si sarebbe piegato al compromesso con Berlusconi per l’intervento militare italiano con la promessa di evitare attacchi diretti, quindi prevalentemente supporto e logistica, ma il supporto dell’esecutivo alle operazioni USA andò ben oltre tanto da violare il patto con il Presidente della Repubblica. A quel punto, fatta la frittata, Berlusconi avrebbe chiesto all’ambasciatore USA a Roma di fare pressioni sul Quirinale.
Viene da chiedersi perché Ciampi, garante del rispetto della costituzione, non sia intervenuto né prima dell’entrata in guerra e né dopo esser stato raggirato dall’attività illegittima dell’esecutivo. Avrebbe potuto sciogliere le camere ad esempio, facendo così la volontà del popolo italiano che in guerra proprio non ci voleva entrare.

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Nel cablo però c’è anche la ciliegina finale: “l'Italia – scrisse Mel Semblerè un posto eccellente per portare avanti i nostri affari politici e militari, anche se va sempre usata una buona dose di pazienza. […] Pur riconoscendo che l’Italia può sembrare un posto arcano e bizantino fino alla frustrazione, riteniamo che sia un posto eccellente per fare i nostri affari politici e militari”. Le parole di Sembler denotano l’atteggiamento servile della politica italiana nei confronti dei diktat statunitensi. Il servilismo dell’Italia al suo alleato, o sarebbe meglio dire padrone, statunitense ha caratterizzato tutta la storia del nostro Paese in politica estera come in politica interna.
Se guardiamo i costi umani dal 2003 al 2011, periodo di occupazione USA in Iraq, le vittime della coalizione militare internazionale sono state circa 5 mila, di cui 33 italiani, mentre si stima siano morti mezzo milione di civili iracheni (60% in scontri armati e 30-40% per mancanza di infrastrutture mediche e sociali, secondo uno studio di Plos Medicine) ed un milione sarebbero i dispersi.
Nel 2004 grazie al programma televisivo statunitense 60 Minutes uscì lo scandalo che documentava le torture inumane perpetrate dall’esercito USA ai danni dei prigionieri iracheni nella prigione di Abu Ghraib.
Inoltre nel libro The Isis Files di Franco Fracassi e Paola Pentimella Testa viene fatta un analisi dettagliata riguardo il coinvolgimento degli USA nel supporto ai leader e ai miliziani di quello che nel 2013-2014 sarebbe diventato lo Stato Islamico, l’ISIS.
Durante l’occupazione USA crebbe l’ostilità irachena verso gli occupanti e a partire dal 2011 sfociò in una guerra civile dove i gruppi sunniti (precedentemente appoggiati da Saddam) si opponevano ai gruppi sciiti, maggioranza nel paese.

Gli accordi con la Libia di Gheddafi e il voltafaccia della guerra

Si sa, il Cavaliere ha sempre avuto amicizie particolari, da Marcello Dell’Utri condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e l’ex stalliere di Arcore e mafioso Vittorio Mangano condannato all’ergastolo per duplice omicidio fino all’ex direttore del Tg4 Emilio Fede condannato in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione. Oltre al presidente guerrafondaio George W. Bush con la sua dottrina della “guerra preventiva”, nel pantheon degli amici di Silvio non poteva mancare un dittatore, il leader libico Muammar Gheddafi.La Libia, colonia italiana dal 1911 fino al 1951, proclamò la sua l’indipendenza grazie alla Risoluzione dell'Onu del 15 dicembre 1950 e al conseguente trattato bilaterale tra Italia e Libia dell’ottobre 1956.
Nel 1969 Muammar Gheddafi assieme ad altri ufficiali fece un colpo di stato con cui nazionalizzò le imprese straniere, chiuse le basi militari di USA e Regno Unito e sequestrò i beni degli italiani residenti obbligandoli a lasciare il Paese. I finanziamenti al terrorismo ed altri episodi isolarono il regime del Colonnello dall’occidente.
Gheddafi riteneva il sequestro dei beni degli italiani residenti in Libia avvenuto nel 1970 come parte del risarcimento per la colonizzazione italiana della prima metà del secolo, mentre l’Italia, ritenendo conclusa la questione coloniale, voleva risarciti i beni sequestrati, essendo l’espropriazione una violazione del trattato bilaterale del 1956. Ma l’accordo di riparazione del 1998 con la Libia non fu ritenuto sufficiente da Gheddafi.

gheddafi amico berlusconi

E qui subentrò Silvio Berlusconi che, dopo un riavvicinamento nel 2004, tentò il colpo grosso stipulando con il dittatore il trattato di Bengasi del 30 agosto 2008, definito “storico”. Il trattato prevedeva il risarcimento di 5 miliardi di dollari alla Libia da destinarsi alla creazione di infrastrutture, come l’autostrada costiera dal confine tunisino a quello egiziano, la cooperazione in ambito economico e industriale, la rinuncia all’uso della forza tra le due nazioni, l’eliminazione di tutte le restrizioni ai cittadini italiani espulsi nel 1970, la collaborazione contro terrorismo e immigrazione clandestina.
Proprio la lotta congiunta all’immigrazione ha portato al controllo dei confini marittimi dei due paesi e del confine terrestre nel sud della Libia. Human Rights Watch aveva fortemente denunciato il trattato italo-libico, ritenendo il Rais non idoneo a proteggere i rifugiati, oltre al fatto che la Libia “non è Stato parte alla Convenzione sui Rifugiati e non ha legislazione in materia d'asilo”. Anche le autorità italiane avrebbero violato la “Convenzione relativa allo status dei rifugiati, articolo 33” in quanto i migranti venivano respinti senza neanche valutare i singoli casi. Il trattato fu criticato addirittura dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e da Medici Senza Frontiere secondo cui “il rimpatrio forzato è un atto illegale fuori da ogni legislazione italiana ed internazionale”.
Ma dopo aver suggellato una profonda amicizia, cambiò il vento. Il 17 febbraio 2011 iniziarono una serie di sommosse popolari a Bengasi che si allargarono ad altre città, sull’onda delle primavere arabe del Nord Africa. La Libia sprofondò in una guerra civile con Gheddafi che cercava a tutti i costi di mantenere il potere. Il 17 marzo 2011, su richiesta di USA, Francia e Gran Bretagna viene votata la Risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la quale si imponeva un cessate il fuoco immediato, la no-fly zone sulla Libia e l’impiego di tutti i mezzi necessari per proteggere i civili. Il 19 marzo il bombardamento dell’aeronautica francese diede inizio alla guerra a cui si unirono attivamente anche USA e GB. Il 23 marzo subentrò la NATO per il pattugliamento delle coste libiche.
Italia di Berlusconi, con Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica che non si oppose minimamente, mise inizialmente a disposizione solo le basi aeree, come Sigonella, Gioia del Colle e Aviano, senza un intervento diretto. Dal mese di aprile in avanti però, cacciabombardieri italiani, partiti dalle basi italiane e dalla portaerei Giuseppe Garibaldi, eseguirono dei bombardamenti sul suolo libico.
Con la morte di Gheddafi il 20 ottobre 2011 la guerra era conclusa, ma il paese era ormai nel caos. L’instabilità creatasi e i vari gruppi che miravano al potere causarono una seconda guerra civile nel 2014. La Libia è tutt’oggi un paese frazionato e instabile, dove molti paesi stranieri portano avanti i loro interessi.
Mettendo insieme il confronto militare del 2011, le due guerre civili libiche e i migranti provenienti dall’Africa subsahariana, i morti sono incalcolabili.
Durante l’intervento della coalizione internazionale contro la Libia, Gheddafi si sentì tradito e Berlusconi disse “quello mi vuole morto, me l’ha giurata” e secondo una fonte de il Fatto Quotidiano “Silvio Berlusconi, fece una richiesta un po’ irrituale ai servizi segreti guidati allora da Gianni De Gennaro: ‘Non è che potreste far fuori Gheddafi?’”. Le relazioni strette tra il Cavaliere e il Rais erano probabilmente diventate motivo d’impaccio rispetto agli alleati di guerra: Francia, Gran Bretagna e USA.
Sicuramente la Francia del Presidente Nicolas Sarkozy aveva motivi per far saltare il dittatore libico.

berlusconi sarkozy

Infatti lo stesso Sarkozy fu poi indagato per i finanziamenti illeciti ricevuti dalla Libia durante la sua campagna elettorale per la presidenza francese nel 2007: si parlava di 50 milioni di euro. Tali accuse sono state anche sostenute dal figlio di Gheddafi, Saif al-Islam.
Il Fatto Quotidiano ha fatto riferimento ad una mail del 2 aprile 2011 inviata da Sidney Blumenthal a Hillary Clinton in cui emerge come dittatore libico volesse creare una nuova moneta africana, il Dinaro Oro, per sostenere il quale aveva accumulato ingenti quantitativi di oro. La nuova moneta avrebbe sostituito il Dollaro e il Franco CFA, mettendo così in crisi gli interessi francesi in Africa. Il piano del Rais sarebbe stato scoperto dai servizi segreti francesi proprio ad inizio 2011.   
Secondo il giornalista Julian Assange intervistato da Russia Today il movente principale della Clinton fu il fatto che “percepiva la destituzione di Gheddafi e il rovesciamento del suo governo come un elemento da usare per le elezioni da presidente”, inoltre “la Libia è stata la guerra di Hillary Clinton […] Barack Obama all'inizio si opponeva […] E' documentato dalle mail”. Barack Obama quindi sarebbe stato contro la guerra, ma avrebbe in seguito ceduto alle pressioni della Clinton, nonostante avesse ricevuto nel 2009 il Premio Nobel per la Pace.

guerre berlusconi 4

Silvio Berlusconi ha sulla coscienza ben tre guerre catastrofiche tali da cambiare il volto del mondo e da aver mandato in rovina popoli interi. Una personalità del genere non può obiettivamente rivestire una carica istituzionale così alta come quella di Presidente della Repubblica italiana.
Il Presidente è capo delle forze armate e garante della costituzione, proprio quella costituzione dove sta scritto a caratteri cubitali l’art 11 che recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. L’articolo 11 non nasce dal nulla, ma è il frutto del sudore dei padri costituenti sopravvissuti alla dittatura di Mussolini e alla Seconda Guerra Mondiale. La guerra segnò le loro vite e vollero sancire a chiare lettere che la violenza militare si può usare solo a scopo difensivo e non per offendere altri popoli che, come noi italiani, hanno il diritto inalienabile di vivere in pace.

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