Le responsabilità italiane e l’ipocrisia dell’Europa che prima uccide e poi commemora

Di Giulio Raffaele e Lorenzo Capretta

Domenica 6 febbraio si è celebrata la Commemor-Action, un evento globale nato in particolare per commemorare le vittime del massacro di Tarajal. Un fatto gravissimo. Una strage consumatasi nell'omonima nel 2014, dove persero tragicamente la vita 15 migranti al confine spagnolo. La Guardia Civil spagnola decise di accogliere un'imbarcazione che ospitava circa 300 persone provenienti dal Marocco intraprendendo violente pratiche di antisommossa: aprirono il fuoco in mare con proiettili di gomma e lanciarono fumogeni contro i naufraghi che tentarono invano a nuoto di raggiungere Tarajal, una spiaggia di Ceuta, in Spagna.
Si è trattato solo di una delle miriadi di narrazioni in cui a una disperata richiesta di aiuto si è preferito rispondere attraverso odio e razzismo, solo al fine di respingere i migranti ed impedire il loro ingresso in territorio nazionale. L’accaduto viene quindi ricordato ogni anno con la Commemor-Action, portata avanti dalle famiglie che hanno perso i loro cari in mezzo al mediterraneo. Questa vicenda è così divenuta vergognoso simbolo delle spietate politiche migratorie disumane, infatti la ricorrenza ha assunto un significato più ampio: è diventata sinonimo di lotta contro tale sistema e l'occasione per commemorare tutte quelle vittime del regime di morte e disperazione alle frontiere, nonché per esigere verità giustizia.
La giornata di commemorazione rappresenta una chiamata all'azione per associazioni e tutti i cittadini, che prevede la sottoscrizione di un appello. Un invito ad organizzare un evento anche nella propria città. Si sono seguite decine di manifestazioni che quest'anno, fra il 3 e il 6 febbraio, hanno avuto luogo in tutta Europa e non solo. Dall'America del Nord in Messico, fino all’ Africa e al Regno Unito. Diverse iniziative sono state portate avanti oltre a quella di Tarajal, luogo della settima edizione della "Marcia per la Dignità - Tarajal non dimentichiamo". Anche in Italia si sono ricordate le vittime di questa strage in differenti città come Roma, Palermo, Milano, Torino, Genova, Bari, Messina, Varese e Porto Recanati. E numerose sono state le adesioni di attivisti ed organizzazioni, tra le quali eravamo presenti anche noi.

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Proprio a Milano, teatro di incontro multietnico, il pomeriggio del 3 febbraio si è vista la cittadinanza unirsi per dare voce ai diritti di coloro che perdono la vita in cerca di un futuro migliore. La mobilitazione milanese, organizzata da Milanosenzafrontiere e dal titolo "Marcia per i nuovi desaparecidos", si è svolta sotto forma di una marcia costante in fila indiana dove si sono commemorate le vittime dell’immigrazione nel mediterraneo, rotta migratoria più letale al mondo. Toccanti sono state le parole dell'attivista Thierno Mbengue, afrodiscendente di origini senegalesi, uno degli Stati Africani ospitanti la mobilitazione internazionale. Presente assieme ai compagni, ha espresso il suo parere su quello che sta accedendo, nonché sull'ipocrisia dell’Italia: "I nostri governi, europei e africani, non concedono quei documenti necessari alle persone per intraprendere un viaggio sicuro. Perché quando un migrante sale su un barcone, sa che al 90% morirà. Però non ha alternativa. Quello che il nostro Stato fa, è creare quelle condizioni per cui le persone sono costrette, a fuggire! Sono costrette, a lasciare il loro paese!”. A dimostrazione di quest'ultima affermazione ha ricordato proprio come un giorno prima della manifestazione ricorreva il quinquennale del memorandum Italia-Libia, firmato il 2 febbraio 2017 e recentemente rinnovato da Mario Draghi e dal primo ministro libico Abdul Hamid Dbeibeh. Un memorandum che riprende le indicazioni del Trattato di Bengasi: accordi risalenti al 2008, stipulati da Silvio Berlusconi e Gheddafi, secondo i quali l'Italia si impegnava a sborsare 5 miliardi di dollari alla Libia come risarcimento per l'occupazione militare avvenuta in epoca coloniale. L’accordo prevedeva inoltre l’impegno della Libia a trattenere i flussi migratori in partenza dalle proprie coste. Dal Trattato di Bengasi, prima vera convergenza tra i due paesi, tali finanziamenti sono stati accompagnati per giunta dall'approvvigionamento e dall'addestramento militare alla guardia costiera libica da parte dell’Italia, come attesta il report aggiornato dell’organizzazione per la lotta alla povertà di Oxfam. I flussi finanziari per queste attività sono aumentati considerevolmente negli anni fino a raggiungere circa 33 miliardi di euro. Di questi, 10 milioni sono dediti alla creazione dei lager libici. Moderni campi di concentramento che come ha ricordato l'attivista Thierno Mbengue, sono finanziati con le nostre tasse. Il nostro movimento era presente anche a Roma all’assemblea "Basta Stragi di Stato” in cui, la mattina del 6 febbraio, si è assistito ad un susseguirsi di interventi, storie e canzoni come "La Danza nel freddo", scritta dalla cantautrice salentina Silvana Simone, composta in onore del popolo curdo dopo che nel 1998 in Italia venne per chiedere asilo l'attivista politico Abdullah Öcalan.

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Il 6 febbraio invece siamo scesi in piazza Verdi, Palermo, per opporci all’impunità dei responsabili delle atrocità avvenute a Tarajal. Dopo anni di indagini, i tribunali spagnoli hanno assolto gli ufficiali della Guardia Civil, stabilendo che non è stato commesso alcun reato. L’evento è stato organizzato da diverse associazioni, come Stra Vox, Mediterranea Saving Humans Palermo ed altre. Le ragazze e i ragazzi di OV hanno dato vita ad una performance artistica, raccontando di un viaggio che parte dalla rassegnazione di non avere scelte. Da una speranza, dall’essere costretti a lasciare tutto e tutti. Un viaggio che termina in una terra governata da chi disprezza tutto ciò che è diverso. Vengono sfruttati, perseguitati, vengono create guerre nelle loro terre per portare avanti dei saccheggi delle risorse, per poi essere lasciati morire quando vengono a cercare una speranza per una vita dignitosa. Una giornata intensa, immersa in un dolore figlio di tutti coloro che sono morti andando alla ricerca di un qualcosa, che è stato strappato a queste umanità. Si sono ricordati

tutti quei genitori straziati, soli, privati dei figli da questa terra ormai soffocata dall’odio. Innumerevoli fogli sono caduti a terra ricordando tutti coloro che ci hanno lasciato. Centinaia di barche di carta hanno preso i colori della speranza per un futuro migliore. È stata un’occasione per unire la cittadinanza e portare maggiore consapevolezza sulle responsabilità dell’occidente nella morte dei migranti. L’intervento di Thierno Mbengue ha dato voce alla sofferenza di un popolo oppresso, che chiede verità e giustizia. L’intervento di Marta Capaccioni ha risvegliato le coscienze con un discorso disarmante che ha smascherato il volto di coloro che oggi, come ieri, sono colpevoli dello sfruttamento e delle stragi nel mediterraneo. In fine l’evento si è concluso con il confronto di storie ed esperienze di coloro che si battono per i diritti umani e che si stanno unendo per dare vita ad un cambiamento.

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Bisogna fermare le attività colonialiste delle potenze occidentali nei territori africani come forma di ingerenza politica ed economica, che causano povertà, fame, disuguaglianze, persecuzioni, guerre. L’opinione pubblica occidentale deve fare pressione sulle istituzioni per promuovere un programma per lo sviluppo e l’indipendenza del continente africano. E per raggiungere questo obiettivo è necessario abolire la moneta coloniale del Franco CFA, che viene stampata vicino a Lione e imposta in 15 paesi africani. Si deve porre fine ai colpi di Stato e abolire gli accordi coloniali fermando il saccheggio delle terre africane. Questi sono alcuni dei passi che l’intera comunità internazionale deve muovere per costruire delle alternative al modello neocolonialista che affligge il popolo africano.