Di Vittoria Garofalo e Dario Alessandrino

Dall’aumento del costo del gas alla crisi con la Russia, che rischia di lasciarci a secco, l’Italia si trova ad affrontare una crisi energetica in piena regola. La soluzione proposta dal governo, e in particolare dal Ministero della Transizione Ecologica, è l’aumento della coltivazione del gas nostrano.

Nonostante sembri perfettamente coerente agli ultimi avvenimenti, l’ordine di ripresa delle trivellazioni risale allo scorso 11 febbraio. Dopo quasi due anni di moratoria, durante i quali sono rimaste sospese le nuove concessioni per la ricerca e la prospezione di idrocarburi, è stato approvato il Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai).

La mappa delle aree in cui sono permesse le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi non è una risposta alla tensione con la Russia, da cui importiamo il 38% del gas utilizzato in Italia.

Quasi la metà, ossia il 42,5%, del territorio nazionale è stato classificato come idoneo alle trivellazioni. Con l’approvazione del Piteasi si sbloccherebbero subito 50 concessioni attualmente in fase di attesa. In mare, invece, la superficie idonea equivale “solo” all’11,5%.

Insomma, sembra quasi che le uniche aree classificate come non idonee siano quelle prive di giacimenti.

In aggiunta a ciò, il Pitesai ha anche il grave compito di riportare in uso la tecnica dell’air gun. Questo strumento, emettendo bolle di aria compressa nell’acqua, viene utilizzato per l’esplorazione del sottosuolo marino e soprattutto per la ricerca di idrocarburi nei mari.

Già nel 2015, Legambiente si era impegnata nella lotta per il divieto di utilizzo dell’air gun per la ricerca di idrocarburi in mare, producendo il dossier “#Stopoilairgun” e promuovendo l’omonima campagna. Nel rapporto viene analizzato l’impatto ambientale dello strumento ad aria compressa, con un focus particolare sui gravi danni che comporterebbe il rumore da esso causato: infatti “alcuni suoni hanno effetti negativi su diversi phyla di organismi animali, in particolare sui Cetacei”. E il grande rumore provocato può “causare l’alterazione di alcuni segnali acustici, inducendo per esempio gli animali esposti ad allontanarsi dall’area” o addirittura “produrre un vero e proprio disagio fisico o stress negli animali esposti a tale sorgente sonora, arrivando ad un vero e proprio danno fisico”.

zachary theodore unsplash

Ci sono anche dei limiti imposti dal Pitesai, come quello che impedisce di considerare le richieste di concessioni precedenti al 2010 o quello che esclude il petrolio. Proprio quest’ultimo si è rivelato ingannevole. Esso, infatti, non è compatibile con altre leggi attualmente in vigore e incappa in un banale ostacolo logico: è impossibile sapere che tipo di giacimento (gas o petrolio) si andrà a scoprire quando si inizia un’attività di ricerca.

Si attendeva questo piano già dal governo Conte I e dopo anni di attese e proroghe finalmente il Pitesai ha visto la luce del sole. E con essa ha visto anche una pioggia di critiche.

La mappa elaborata, infatti, ha scatenato le ire degli ambientalisti: in primis Greenpeace che lo definisce “piano della finzione ecologica”. Le richieste delle associazioni ambientaliste erano ben altre, come ricorda Greenpeace.

Il Ministero della Transizione Ecologica, per tenere fede al suo nome, avrebbe dovuto in primis approvare uno stop a qualsiasi rilascio di nuove autorizzazioni per concessioni di coltivazioni di idrocarburi liquidi e gassosi e ricerca a terra e a mare”. Attraverso il Pitesai, poi, avrebbe potuto indicare un termine ultimo per chiudere qualsiasi attività estrattiva nel nostro Paese” e stabilire il divieto di proroga “per le concessioni di coltivazione e i permessi di ricerca che non siano stati sottoposti a Valutazione di impatto ambientale”.

Secondo le dichiarazioni di Greenpeace, questo piano mette a rischio 26 mila chilometri quadrati di terra e circa 91 mila chilometri quadrati di mare. Un rischio di proporzioni spropositate che sta passando inosservato e anzi, viene promosso da un Ministero che di ecologico ha solo il nome.

Foto © Jeremy Bishop/Unsplash

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Dall’aumento del costo del gas alla crisi con la Russia, che rischia di lasciarci a secco, l’Italia si trova ad affrontare una crisi energetica in piena regola. La soluzione proposta dal governo, e in particolare dal Ministero della Transizione Ecologica, è l’aumento della coltivazione del gas nostrano.

Nonostante sembri perfettamente coerente agli ultimi avvenimenti, l’ordine di ripresa delle trivellazioni risale allo scorso 11 febbraio. Dopo quasi due anni di moratoria, durante i quali sono rimaste sospese le nuove concessioni per la ricerca e la prospezione di idrocarburi, è stato approvato il Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai).

La mappa delle aree in cui sono permesse le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi non è una risposta alla tensione con la Russia, da cui importiamo il 38% del gas utilizzato in Italia.

Quasi la metà, ossia il 42,5%, del territorio nazionale è stato classificato come idoneo alle trivellazioni. Con l’approvazione del Piteasi si sbloccherebbero subito 50 concessioni attualmente in fase di attesa. In mare, invece, la superficie idonea equivale “solo” all’11,5%.

Insomma, sembra quasi che le uniche aree classificate come non idonee siano quelle prive di giacimenti.

In aggiunta a ciò, il Pitesai ha anche il grave compito di riportare in uso la tecnica dell’air gun. Questo strumento, emettendo bolle di aria compressa nell’acqua, viene utilizzato per l’esplorazione del sottosuolo marino e soprattutto per la ricerca di idrocarburi nei mari.

Già nel 2015, Legambiente si era impegnata nella lotta per il divieto di utilizzo dell’air gun per la ricerca di idrocarburi in mare, producendo il dossier “#Stopoilairgun” e promuovendo l’omonima campagna. Nel rapporto viene analizzato l’impatto ambientale dello strumento ad aria compressa, con un focus particolare sui gravi danni che comporterebbe il rumore da esso causato: infatti “alcuni suoni hanno effetti negativi su diversi phyla di organismi animali, in particolare sui Cetacei”. E il grande rumore provocato può “causare l’alterazione di alcuni segnali acustici, inducendo per esempio gli animali esposti ad allontanarsi dall’area” o addirittura “produrre un vero e proprio disagio fisico o stress negli animali esposti a tale sorgente sonora, arrivando ad un vero e proprio danno fisico”.

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Ci sono anche dei limiti imposti dal Pitesai, come quello che impedisce di considerare le richieste di concessioni precedenti al 2010 o quello che esclude il petrolio. Proprio quest’ultimo si è rivelato ingannevole. Esso, infatti, non è compatibile con altre leggi attualmente in vigore e incappa in un banale ostacolo logico: è impossibile sapere che tipo di giacimento (gas o petrolio) si andrà a scoprire quando si inizia un’attività di ricerca.

Si attendeva questo piano già dal governo Conte I e dopo anni di attese e proroghe finalmente il Pitesai ha visto la luce del sole. E con essa ha visto anche una pioggia di critiche.

La mappa elaborata, infatti, ha scatenato le ire degli ambientalisti: in primis Greenpeace che lo definisce “piano della finzione ecologica”. Le richieste delle associazioni ambientaliste erano ben altre, come ricorda Greenpeace.

Il Ministero della Transizione Ecologica, per tenere fede al suo nome, avrebbe dovuto in primis approvare uno stop a qualsiasi rilascio di nuove autorizzazioni per concessioni di coltivazioni di idrocarburi liquidi e gassosi e ricerca a terra e a mare”. Attraverso il Pitesai, poi, avrebbe potuto indicare un termine ultimo per chiudere qualsiasi attività estrattiva nel nostro Paese” e stabilire il divieto di proroga “per le concessioni di coltivazione e i permessi di ricerca che non siano stati sottoposti a Valutazione di impatto ambientale”.

Secondo le dichiarazioni di Greenpeace, questo piano mette a rischio 26 mila chilometri quadrati di terra e circa 91 mila chilometri quadrati di mare. Un rischio di proporzioni spropositate che sta passando inosservato e anzi, viene promosso da un Ministero che di ecologico ha solo il nome.

Foto © Jeremy Bishop/Unsplash

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