Oggi, 24 marzo, la giorno della memoria per la verità per le vittime della dittatura

di Dennis Pinzone

Con il colpo di Stato argentino datato 24 marzo 1976 si completava l’ultima fase del Plan Condor: il momento più alto del processo di istituzionalizzazione della repressione contro sigle di sinistra istituzionali e di lotta armata imposta dalle dittature militari e civico-militari di destra ai rispettivi contesti nazionali.

Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Ecuador e Perù. Sono questi i Paesi che fra gli anni Settanta e Ottanta, con la supervisione e l’appoggio logistico ed economico da parte degli Stati Uniti, hanno dato vita sul proprio territorio ad espressioni di massima crudeltà nei confronti della popolazione civile. Un capitolo nero che ha lasciato dietro di sé orrore e sofferenza, paesi divisi, decine di migliaia di morti, desaparecidos, torturati ed esiliati.

Sequestrati, caricati su camionette e condotti nei peggiori inferni terreni, così è stata spenta la gioventù rivoluzionaria che in quegli anni si opponeva ai regimi dittatoriali. Campo de Mayo, Garage Olimpo, ESMA, Colonia Dignidad, Club Atlético, alcuni dei luoghi in cui il tempo si è fermato, all’interno dei quali ragazzi, adulti, anziani, madri, spesso incinte, venivano trattenuti e torturati per ore con il fine di estorcere loro informazioni riguardanti altri dissidenti politici. Di questa triste pagina di storia, non resta che il ricordo e la sofferenza stampata nei lineamenti di chi come le Madri de Plaza de Mayo, ancora oggi marciano e gridano chiedendo che venga fatta luce su quegli anni di terrore.

E l’Italia? Nella messa in pratica della ridondante Dottrina della Sicurezza Nazionale tanto voluta dagli USA, anche il mondo di estrema destra d’Occidente, in particolare quello italiano ha avuto un ruolo chiave. Sono molti infatti, i neofascisti italiani scappati nel Nuovo Mondo in aiuto dei neo dittatori. L’operato di Stefano delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale e implicato in diverse indagini come quella sulla strage di Piazza Fontana, riassume ed è simbolo della profonda connessione fra i regimi del Cono Sud e quanto accaduto nel nostro Paese, decenni colmi di stragi che conosciamo oggi come “Anni di Piombo”.  Delle Chiaie ha svolto un ruolo importante in Cile, dove è stato ospite ed ha lavorato per conto della DINA (Dirección Nacional de Inteligencia) la polizia segreta di Augusto Pinochet che negli anni Settanta e Ottanta ha dato la caccia ai “sovversivi”. In Bolivia, invece, l’estremista ha partecipato alla presa del potere nel 1980 di Luis Garcia Meza Tejada prendendo parte del gruppo soprannominato “i fidanzati della morte”.

Quanto sul lato golpista quanto su quello giudiziario l’Italia ha rappresentato e rappresenta un tassello imprescindibile. Ora però, il nostro Paese ha un ruolo fondamentale, verso il quale non può mancare al fine di restituire (anche se in piccola parte) giustizia ai familiari delle vittime delle dittature. A Roma, il  9 luglio 2021, la Corte di Cassazione ha rilasciato una sentenza storica, confermando la condanna all’ergastolo nei confronti di 14 ex alti ufficiali, esponenti delle giunte militari e dei Servizi di Sicurezza dei regimi del Cono Sud, per omicidio volontario pluriaggravato nei confronti di una dozzina di desaparecidos.

Indubbiamente un grande passo quello svolto dalla giustizia italiana, ma all’appello sembrerebbero mancare alcuni nomi. Sono due per l’esattezza, entrambi vivono in Italia e conducono una vita tranquilla: vanno a pesca, prendono il sole, uno di questi addirittura celebra la messa e predica la parola del signore.

A Portorosa vive Carlos Luis Malatto, ex tenente argentino che, tra il 1976 e il 1983, anni della dittatura di Jorge Rafael Videla, è stato ai vertici del RIM22 (reggimento 22 della fanteria di montagna). Un gruppo di militari che nella provincia di San Juan ha seminato dolore e orrore, con centinaia di omicidi, sequestri, stupri e torture efferate perpetrate contro rivoluzionari, oppositori politici, filosofi, letterati, sindacalisti e semplici cittadini, dei quali non si è saputo più nulla. Nel 2013, l’Argentina ha condannato quei militari all’ergastolo. Anche Malatto, che del reggimento era il n.2, doveva finire dietro le sbarre. Nel 2010 però è scappato in Italia sfruttando la doppia cittadinanza. A Sorbolo, un piccolo borgo emiliano in provincia di Parma celebra la messa don Franco Reverberi, un sacerdote accusato nel 2012 dall’Interpol per crimini contro l’umanità e tortura. Don Franco, per oltre 40 anni ha vissuto ed esercitato come parroco nella città di San Rafael in Argentina, dove negli anni della dittatura, è stato creato un centro clandestino di tortura e sterminio, la “Casa Departamental”. Nel 2010 è iniziato un maxi-processo, Don Franco Reverberi, negli anni della dittatura, era cappellano dell’esercito di quella città ed è stato chiamato a testimoniare. Durante il processo, diversi testimoni hanno riconosciuto in Franco il cappellano militare che presenziava durante le sessioni di tortura: “Indossava abiti militari e assisteva ai pestaggi con la Bibbia in mano invitando i torturatori a collaborare”. Don Franco, è scappato in Italia il 10 maggio 2011, poco prima di essere convocato dal procuratore federale José Maldonado con una mandato di comparizione. Il 26 settembre del 2012, l'Argentina ha richiesto l’estradizione e l’Interpol ha emesso un mandato di ricerca internazionale nei confronti del parroco. Il 20 ottobre 2013 la richiesta di estradizione è stata negata dalla Corte d’appello di Bologna.

Oggi, 24 marzo a Plaza de Mayo sono previste più di 500.000 persone. Da quarantasei anni, ogni 24 di marzo non è una data in più, ma rappresenta una memoria viva, che passa da generazione a generazione in modo tale che sia davvero “Nunca Mas”.

Foto © Paulo Slachevsky/Flickr

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Con il colpo di Stato argentino datato 24 marzo 1976 si completava l’ultima fase del Plan Condor: il momento più alto del processo di istituzionalizzazione della repressione contro sigle di sinistra istituzionali e di lotta armata imposta dalle dittature militari e civico-militari di destra ai rispettivi contesti nazionali.

Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Ecuador e Perù. Sono questi i Paesi che fra gli anni Settanta e Ottanta, con la supervisione e l’appoggio logistico ed economico da parte degli Stati Uniti, hanno dato vita sul proprio territorio ad espressioni di massima crudeltà nei confronti della popolazione civile. Un capitolo nero che ha lasciato dietro di sé orrore e sofferenza, paesi divisi, decine di migliaia di morti, desaparecidos, torturati ed esiliati.

Sequestrati, caricati su camionette e condotti nei peggiori inferni terreni, così è stata spenta la gioventù rivoluzionaria che in quegli anni si opponeva ai regimi dittatoriali. Campo de Mayo, Garage Olimpo, ESMA, Colonia Dignidad, Club Atlético, alcuni dei luoghi in cui il tempo si è fermato, all’interno dei quali ragazzi, adulti, anziani, madri, spesso incinte, venivano trattenuti e torturati per ore con il fine di estorcere loro informazioni riguardanti altri dissidenti politici. Di questa triste pagina di storia, non resta che il ricordo e la sofferenza stampata nei lineamenti di chi come le Madri de Plaza de Mayo, ancora oggi marciano e gridano chiedendo che venga fatta luce su quegli anni di terrore.

E l’Italia? Nella messa in pratica della ridondante Dottrina della Sicurezza Nazionale tanto voluta dagli USA, anche il mondo di estrema destra d’Occidente, in particolare quello italiano ha avuto un ruolo chiave. Sono molti infatti, i neofascisti italiani scappati nel Nuovo Mondo in aiuto dei neo dittatori. L’operato di Stefano delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale e implicato in diverse indagini come quella sulla strage di Piazza Fontana, riassume ed è simbolo della profonda connessione fra i regimi del Cono Sud e quanto accaduto nel nostro Paese, decenni colmi di stragi che conosciamo oggi come “Anni di Piombo”.  Delle Chiaie ha svolto un ruolo importante in Cile, dove è stato ospite ed ha lavorato per conto della DINA (Dirección Nacional de Inteligencia) la polizia segreta di Augusto Pinochet che negli anni Settanta e Ottanta ha dato la caccia ai “sovversivi”. In Bolivia, invece, l’estremista ha partecipato alla presa del potere nel 1980 di Luis Garcia Meza Tejada prendendo parte del gruppo soprannominato “i fidanzati della morte”.

Quanto sul lato golpista quanto su quello giudiziario l’Italia ha rappresentato e rappresenta un tassello imprescindibile. Ora però, il nostro Paese ha un ruolo fondamentale, verso il quale non può mancare al fine di restituire (anche se in piccola parte) giustizia ai familiari delle vittime delle dittature. A Roma, il  9 luglio 2021, la Corte di Cassazione ha rilasciato una sentenza storica, confermando la condanna all’ergastolo nei confronti di 14 ex alti ufficiali, esponenti delle giunte militari e dei Servizi di Sicurezza dei regimi del Cono Sud, per omicidio volontario pluriaggravato nei confronti di una dozzina di desaparecidos.

Indubbiamente un grande passo quello svolto dalla giustizia italiana, ma all’appello sembrerebbero mancare alcuni nomi. Sono due per l’esattezza, entrambi vivono in Italia e conducono una vita tranquilla: vanno a pesca, prendono il sole, uno di questi addirittura celebra la messa e predica la parola del signore.

A Portorosa vive Carlos Luis Malatto, ex tenente argentino che, tra il 1976 e il 1983, anni della dittatura di Jorge Rafael Videla, è stato ai vertici del RIM22 (reggimento 22 della fanteria di montagna). Un gruppo di militari che nella provincia di San Juan ha seminato dolore e orrore, con centinaia di omicidi, sequestri, stupri e torture efferate perpetrate contro rivoluzionari, oppositori politici, filosofi, letterati, sindacalisti e semplici cittadini, dei quali non si è saputo più nulla. Nel 2013, l’Argentina ha condannato quei militari all’ergastolo. Anche Malatto, che del reggimento era il n.2, doveva finire dietro le sbarre. Nel 2010 però è scappato in Italia sfruttando la doppia cittadinanza. A Sorbolo, un piccolo borgo emiliano in provincia di Parma celebra la messa don Franco Reverberi, un sacerdote accusato nel 2012 dall’Interpol per crimini contro l’umanità e tortura. Don Franco, per oltre 40 anni ha vissuto ed esercitato come parroco nella città di San Rafael in Argentina, dove negli anni della dittatura, è stato creato un centro clandestino di tortura e sterminio, la “Casa Departamental”. Nel 2010 è iniziato un maxi-processo, Don Franco Reverberi, negli anni della dittatura, era cappellano dell’esercito di quella città ed è stato chiamato a testimoniare. Durante il processo, diversi testimoni hanno riconosciuto in Franco il cappellano militare che presenziava durante le sessioni di tortura: “Indossava abiti militari e assisteva ai pestaggi con la Bibbia in mano invitando i torturatori a collaborare”. Don Franco, è scappato in Italia il 10 maggio 2011, poco prima di essere convocato dal procuratore federale José Maldonado con una mandato di comparizione. Il 26 settembre del 2012, l'Argentina ha richiesto l’estradizione e l’Interpol ha emesso un mandato di ricerca internazionale nei confronti del parroco. Il 20 ottobre 2013 la richiesta di estradizione è stata negata dalla Corte d’appello di Bologna.

Oggi, 24 marzo a Plaza de Mayo sono previste più di 500.000 persone. Da quarantasei anni, ogni 24 di marzo non è una data in più, ma rappresenta una memoria viva, che passa da generazione a generazione in modo tale che sia davvero “Nunca Mas”.

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