Di Arianna Viola

Il Ministero della transizione ecologica ha dato il via alle trivellazioni per l’estrazione di idrocarburi in Sicilia. La regione, che aveva già fatto ricorso contro il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTESAI), ha manifestato nuovamente la propria opposizione al provvedimento governativo, insieme ad altri comuni.
L’11 febbraio scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il PiTESAI. Esso avrebbe dovuto “individuare un quadro definito di riferimento delle aree dove è consentito lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi”.
A soli due mesi dalla pubblicazione del Piano, però, sono sorte le prime perplessità e i primi dubbi riguardo l’utilità dello stesso: ben 24 Comuni italiani, in cinque diverse regioni (Abruzzo, Basilicata, Campania, Sicilia e Piemonte) si sono opposti e hanno presentato ricorso alla magistratura contro il PiTESAI, richiedendone l’annullamento.
L’iniziativa è stata vivamente promossa dal Coordinamento nazionale “No Triv”, dall’avvocato Paolo Colasante, firmatario del ricorso, e dal docente universitario Enzo Di Salvatore.
La richiesta per l’annullamento ruota attorno a quattro considerazioni principali.
Innanzitutto, il Piano dovrebbe essere considerato illegittimo in quanto la sua pubblicazione è avvenuta oltre il termine previsto, che, secondo il decreto-legge n.135 del 2018 convertito nella legge n.12 del 2019, avrebbe dovuto coincidere con il 30 settembre 2021.
In secondo luogo, il PiTESAI viola la normativa e la giurisprudenza europea. Infatti, il Piano “avrebbe dovuto valutare se la sommatoria dei progetti esistenti e potenziali possa recare danno al bene ambientale”, si legge nel ricorso, ma “non vi è traccia alcuna di valutazioni circa gli effetti cumulativi dei progetti di ricerca e di coltivazione esistenti e potenziali”.
A tal proposito, è stato fatto appello anche alla Costituzione italiana, nella quale è stata introdotta l’8 febbraio scorso, proprio tre giorni prima della pubblicazione del PiTESAI, “la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, tra i principi fondamentali”. Inoltre, la Carta costituzionale ha “subordinato alla tutela ambientale la libertà di iniziativa economica”. Come ha fatto notare il ricorso, “tali modifiche della Carta fondamentale non possono rimanere prive di effetti concreti”.
In terzo luogo, il Piano non ha individuato con precisione e rigorosità le aree idonee all’estrazione, che dovrebbero essere suddivise in “zone aperte” e “zone chiuse” alle attività di estrazione. Si è limitato, invece, ad indicare semplicemente le possibili aree per trivellare in modo più o meno circoscritto e abbozzato.
Infine, il PiTESAI non appare coerente con quanto affermato nella Conferenza unificata di Regioni ed enti locali, che si è tenuta il 16 aprile 2021. Stando a quanto pattuito durante la Conferenza, le trivellazioni per l’estrazione di idrocarburi potrebbero essere avviate solo ed unicamente per l’estrazione di gas. In realtà, nel Piano non viene fatta distinzione tra idrocarburi liquidi e gassosi. Anzi, spesso ci si riferisce espressamente ed indistintamente ad entrambe le tipologie, quindi sia al gas, sia al petrolio. In più, bisogna anche tener conto del fatto che non si è in grado di conoscere prima della trivellazione quale idrocarburo sia presente nel sottosuolo.

Pitesai

Grazie a questo ricorso, sono emerse le lacune e le contraddizioni presenti nel PiTESAI.
A questo punto, ci si aspetterebbe l’annullamento del Piano o, comunque, una sua revisione con lo scopo di renderlo più chiaro e, dal punto di vista ambientale, più sicuro.
Purtroppo, questo scenario è utopico e le aspettative son presto ridotte in frantumi: il Ministero della transizione ecologica ha, infatti, dato avvio al PITESAI, senza prendere in considerazione la richiesta di annullamento proposta dalle regioni citate sopra.
La regione più colpita dal piano è la Sicilia, che ha visto oltre il 70% del suo territorio classificato come idoneo alle trivellazioni. Ad aggravare ulteriormente la situazione, vi è il fatto che, tra le aree incluse nel PiTESAI, vi sono zone antistanti a luoghi protetti nonché siti patrimonio dell’UNESCO, per un totale di trenta istanze in attesa di concessione a terra (di oltre 3000 chilometri quadrati) e dodici in mare.
“Non c'è pace per la Sicilia […] Il Piano del Governo per lo sfruttamento di nuovi giacimenti di idrocarburi, in fase di valutazione ambientale, calpesterà la biodiversità e l'economia siciliana. Il Pitesai, bocciato dalla Regione, trabocca di lacune e incompatibilità e la procedura VAS (ossia di "valutazione ambientale strategica", nda) è falsata da mancanze gravissime”, ha affermato Ignazio Corrao, eurodeputato del gruppo Verdi/Alleanza libera europea, che si è riproposto di richiedere l’intervento immediato della Commissione europea per annullare il PITESAI.
“Ho chiesto in via urgente alla Commissione Ue di intervenire valutando il Pitesai in Sicilia alla luce del dossier della Regione siciliana. L'Europa deve monitorare l'attuale procedura di valutazione in relazione alla direttiva Vas. Questo Piano lascia l'amaro in bocca, perché non tiene conto delle potenzialità del nostro territorio e ci considera per l'ennesima volta un territorio da spolpare”. Con queste parole, particolarmente sentite e condivise, Corrao conclude il proprio discorso di appello alla Commissione europea.
Ora si attende la risposta della Commissione, nella speranza che non si mostri indifferente di fronte alle richieste di annullamento del PiTESAI: di indifferenza è già bastata quella del governo di Mario Draghi e del Ministero della transizione ecologica di Roberto Cingolani.

Foto © Jonathan Cutrer/Flickr

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