
Il nuovo pacchetto del governo Meloni che reprime le libertà democratiche
Di Maria Cipriano e Mirko Felas
Il governo guidato da Giorgia Meloni ha presentato un nuovo pacchetto di misure in materia di sicurezza che promette di incidere in modo significativo su ordine pubblico, diritto di manifestazione, gestione dei flussi migratori e tutela delle forze dell’ordine. Il provvedimento, annunciato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi alla Camera il 14 gennaio, si compone di un disegno di legge e di un decreto che dovrebbero essere approvati dal Consiglio dei ministri entro la fine del mese, avente l’obiettivo di rafforzare gli strumenti di prevenzione e contrasto alla criminalità giovanile e la microcriminalità urbana. Non sono mancate le reazioni da parte di associazioni e reti civiche, che evidenziano un’impostazione repressiva e denunciano un progressivo restringimento degli spazi di libertà. L’iniziativa dell’esecutivo prende forma in un contesto segnato da alcuni gravi fatti di cronaca che hanno scosso l’opinione pubblica negli ultimi mesi, come omicidi e violente aggressioni nelle grandi città. Nonostante ciò, i dati ufficiali dell’Istat e del ministero dell’Interno rivelano l’Italia come uno dei paesi più sicuri al mondo grazie ad un andamento stabile o persino in calo dei reati da oltre un decennio. Il sistema penale italiano presenta ugualmente la problematica del sovraffollamento carcerario, che ha raggiunto una media di 118 detenuti ogni 100 posti disponibili, comprendendo anche gli istituti minorili.
Il nuovo pacchetto sicurezza interviene su più fronti: repressione della microcriminalità, prevenzione della violenza giovanile, limitazione delle manifestazioni pubbliche, rafforzamento delle misure sull’immigrazione e ampliamento delle tutele per le forze dell’ordine.
È prevista la reintroduzione della procedibilità d’ufficio per il furto aggravato e l’inasprimento delle pene per il furto in abitazione, che salgono da sei a otto anni di reclusione, introducendo possibilità di arresto in flagranza differita.
Il decreto amplia l’elenco dei reati per cui può essere disposto l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni tra i 12 e i 14 anni, includendo lesioni personali, rissa, violenza privata e minacce commesse con armi o strumenti offensivi. Viene inoltre vietata la vendita di coltelli, riguardante lame facilmente occultabili o superiori a determinate lunghezze, con pene che vanno da sei mesi a tre anni di reclusione, e in specifici casi è consentito l’arresto facoltativo in flagranza per i minori.
La parte più rilevante del pacchetto riguarda le proteste: vengono estesi i divieti di accesso alle aree urbane anche a persone denunciate o condannate, per reati commessi durante le manifestazioni, purtroppo senza sentenza definitiva. Vengono estese le possibilità di effettuare perquisizioni durante cortei e assemblee pubbliche, introducendo la facoltà per le forze dell’ordine di disporre fermi preventivi per soggetti ritenuti pericolosi per il pacifico svolgimento delle manifestazioni. Infine sono previste sanzioni amministrative elevate, fino a 20 mila euro, per manifestazioni non autorizzate, per eventuali modifiche non comunicate dei percorsi dei cortei o per la mancata osservanza degli ordini di scioglimento.
La normativa introduce persino uno “scudo penale” per le forze dell'ordine: in caso di legittima difesa o uso legittimo delle armi, il pubblico ministero non procederà all’iscrizione automatica degli agenti nel registro degli indagati, tutelando legalmente il personale di polizia, forze armate e vigili del fuoco, nonché un ampliamento delle prerogative per le polizie straniere presenti sul territorio nazionale. Infine è previsto un nuovo illecito per chi non si ferma all’alt delle forze dell’ordine.
Il provvedimento prevede anche la possibilità di negare temporaneamente l’accesso alle acque territoriali italiane in caso di grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale. I migranti a bordo delle imbarcazioni sottoposte al divieto potranno essere trasferiti anche in paesi terzi sicuri, nuova definizione introdotta nell’ordinamento, con cui l’Italia ha stretto accordi specifici. Vengono inoltre rafforzate le misure di espulsione e rimpatrio, restringendo ulteriormente il ricongiungimento familiare e modificata la disciplina per i minori stranieri non accompagnati, riducendo l’età massima di accesso ai percorsi di accoglienza da 21 a 19 anni. Entra infine nell’ordinamento la definizione di “paese terzo sicuro”.
Organizzazioni per i diritti civili e diverse associazioni hanno reagito duramente. Antigone, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, ha denunciato un impianto normativo utilizzatore del diritto penale e amministrativo come strumento di gestione dell’ordine pubblico e del consenso, con l’azione di accorpare diverse categorie – migranti, minorenni, attivisti e autori di reati comuni – sotto un’unica logica securitaria. L’inasprimento delle pene rischia di compromettere il principio di proporzionalità, mentre le misure sulle manifestazioni e lo “scudo penale” per le forze dell’ordine, secondo Antigone, solleverebbero profili critici sul piano costituzionale e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. Sulla stessa linea, la Rete No Ddl Sicurezza ha definito il pacchetto un attacco diretto a libertà e diritti fondamentali, annunciando iniziative di mobilitazione e assemblee pubbliche contro l’approvazione delle nuove norme.
Al di là delle intenzioni dichiarate dal governo, il nuovo pacchetto sicurezza segna un ulteriore passo verso una concezione dell’ordine pubblico fondata prevalentemente sul controllo, sulla repressione e sull’estensione dei poteri di polizia. La scelta di introdurre nuovi illeciti, aumentare le pene e limitare il diritto di manifestare appare difficilmente giustificabile sul piano dell’emergenza reale. Ridurre il conflitto sociale, la protesta e il fenomeno migratorio a semplici questioni di polizia significa imboccare una pericolosa deriva che normalizza misure eccezionali e pone al centro la compressione dei diritti fondamentali.
Di fronte a questo scenario, la mobilitazione della società civile non è solo legittima, ma necessaria perché la sicurezza non può diventare il pretesto per svuotare la democrazia, difendere il diritto di dissentire oggi significa difendere le libertà di tuttə domani.