
Storie di lotta, corpi occupati e il silenzio del femminismo occidentale.
Cosa significa essere donna e resistere in Palestina?
C'è una domanda che torna ogni volta che si parla di Palestina: dove sono le donne?
Nei media occidentali, quando e se compaiono, sono sempre "vittime velate, madri in lacrime, corpi da salvare". Non sono mai protagoniste o soggetti politici con una storia e una voce.
Abbiamo deciso di rovesciare questa narrazione. Il nostro sostegno va alle donne che continuano a resistere nelle loro terre contro le aggressioni terroriste degli Stati Uniti e di "Israele".
Le donne palestinesi sono al fianco delle loro sorelle iraniane, libanesi, cubane, venezuelane, sudanesi. Resistono unite contro l'imperialismo e il colonialismo, mentre l'occidente sanguinario le vorrebbe divise.
Questo articolo non vuole essere un catalogo di eroine da contemplare, ma un atto politico. Vogliamo mostrare qualcosa che il femminismo mainstream, sembra aver dimenticato: che la questione palestinese è una questione transfemminista. E vogliamo dirlo chiaramente: rifiutiamo qualsiasi narrazione che provi a mettere sullo stesso piano donne colonizzatrici e donne colonizzate. Gli oppressori, in quanto tali, che siano uomini o donne, commettono gli stessi crimini: occupano, derubano e usano sistematicamente violenze e stupri per affermare il proprio potere.
Come afferma il Centro Culturale Handala Ali: "In quanto avamposto dell'imperialismo nei paesi arabi e progetto coloniale di insediamento, 'Israele' è espressione diretta del patriarcato."
Perché il sistema di occupazione, colonialismo e apartheid non opprime solo in base al genere, ma si intreccia con razzismo, classismo e eteronormatività.
È un sistema che vuole corpi docili, silenziosi e normati.
E il femminismo occidentale è parte del problema, perché se avesse applicato il suo sguardo, cosiddetto intersezionale, avrebbe visto che esiste una dimensione della lotta delle donne palestinesi che resta per lo più invisibile, eppure è tra le più dure e continuative: quella che si svolge dentro le carceri israeliane.

Essere donna e resistere in Palestina significa, prima di tutto, fare i conti con un sistema che trasforma il tuo corpo in un campo di battaglia e le carceri ne sono la prova.
Dal 1967 a oggi, si stima che decine di migliaia di donne palestinesi siano state detenute; numeri che da soli dicono poco, se non si racconta cosa significhi essere donna e prigioniera sotto occupazione.
Abbiamo ritenuto indispensabile cominciare dalle carceri israeliane, perché è lì che il progetto di addomesticamento dei corpi diventa esplicito, brutale, scritto sulla pelle. È lì che il sistema mostra il suo volto senza mediazioni.
Rasmea Odeh aveva vent'anni quando fu arrestata nel 1969.
Militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, venne torturata per settimane durante l'interrogatorio. Nella sua autobiografia "A Mighty Heart" racconta gli stupri, le percosse, le minacce di morte rivolte anche alla sua famiglia. Fu condannata all'ergastolo, scontò dieci anni prima di essere liberata nel 1980 in uno scambio di prigionierə. Esiliata prima in Giordania, poi negli Stati Uniti, non smise mai di organizzarsi. Oggi vive in Giordania e continua a raccontare la sua storia.
Ahed Tamimi
Diventata simbolo della resistenza a soli 16 anni, quando nel 2017 è stata filmata mentre schiaffeggiava un soldato israeliano davanti a casa sua. Quel giorno, durante una manifestazione a Nabi Saleh, i soldati avevano sparato a suo cugino Mohammed, quindicenne, colpendolo in faccia con un proiettile di gomma a bruciapelo. Poco dopo, Ahed trovò gli stessi soldati davanti alla sua porta e li affrontò. Il suo gesto non fu una provocazione gratuita: fu la risposta di una ragazzina che aveva appena visto un membro della sua famiglia ferito davanti ai suoi occhi.
In realtà la sua storia inizia ancora prima, quando a 12 anni cercava già di impedire l'arresto di suo fratello. Condannata a 8 mesi, ha affrontato la prigione studiando per gli esami: "Non potermi diplomare mi causava grande stress", ha detto. In carcere ha preso un corso di diritto e ha avuto la possibilità di leggere libri. Ma le sue prime parole da libera sono state: "La resistenza continuerà fino alla fine dell'occupazione”.
Quello che le storie delle donne palestinesi hanno in comune è l'uso sistematico della violenza fisica, psicologica, sessuale e di genere, da parte dell’esercito di occupazione, come strumento di repressione. Rapporti di organizzazioni come Al-Haq, B'Tselem e Amnesty International hanno documentato decenni di abusi: perquisizioni umilianti condotte da soldati uomini, minacce di stupro durante gli interrogatori, violenze sessuali e stupri veri e propri contro donne, ma anche uomini, negazione di cure ostetriche e ginecologiche. Nel 2021, un rapporto delle Nazioni Unite ha denunciato che le detenute palestinesi subiscono "trattamenti degradanti e discriminatori" sistematici, tra cui il trasferimento forzato in strutture lontane dalle famiglie e la privazione di contatti con i figli minori.
Questa violenza non è incidentale: è strutturale.
Fa parte del funzionamento stesso del sistema carcerario israeliano, che usa il corpo delle donne come campo di battaglia. Come ha scritto la ricercatrice Nadera Shalhoub-Kevorkian in "Militarization and Violence against Women in Conflict Zones", il colonialismo d'insediamento non si limita a occupare la terra: occupa i corpi, li penetra, li marchia, cerca di distruggerli dall'interno.
Questo meccanismo non appartiene solo alla Palestina; in tutto il mondo, il colonialismo e l’occupazione hanno usato e usano i corpi delle donne. In Sudan, le milizie usano lo stupro come arma di pulizia etnica. In Congo, decenni di genocidio hanno prodotto quella che i medici chiamano "epidemia di stupri", con centinaia di migliaia di donne violentate sistematicamente da tutte le fazioni armate. In Myanmar, l'esercito ha usato la violenza sessuale contro la minoranza Rohingya come parte della campagna di genocidio. Lo stupro è stato riconosciuto come pratica sistematica di pulizia etnica.
Eppure, di questa violenza sistematica – documentata, denunciata, provata – si parla poco e male, quando se ne parla. Perché c'è una gerarchia del dolore.

Gli Epstein Files
C'è un criterio invisibile che decide quali stupri fanno scandalo e quali sono semplicemente 'normale amministrazione'. Lo abbiamo visto bene con un caso che il mondo intero conosce, ma di cui forse non ha capito la lezione più profonda: il caso Epstein.
Per la prima volta nella storia contemporanea, tutto il mondo ha accesso al database di un pedofilo e abusatore seriale e della sua rete di clienti: nomi, date, luoghi, voli, documenti desecretati, foto e testimonianze. Eppure, la maggior parte dei personaggi che compaiono in quei file continua a girare per il mondo senza conseguenze.
Qualche figura secondaria è stata data in sacrificio all'indignazione pubblica, ma i veri detentori del potere – quelli che hanno volato su quell'aereo, che hanno frequentato quell'isola, che sapevano e hanno coperto – sono rimasti impuniti.
La lezione è chiara: puoi costruire un sistema di abusi per decenni, puoi essere smascherato con prove schiaccianti, e anche in quel caso il potere sa proteggere i più forti. Lo stupro è tollerato, nascosto, archiviato – soprattutto se chi lo commette ha il mondo in mano e gioca con la vita di miliardi di persone.
Questa è la lezione che il caso Epstein dovrebbe insegnare, e invece i media lo hanno trattato come un giallo, come una storia di perversione individuale, non come la dimostrazione di come funziona il mondo: il potere viola e protegge chi viola. Mentre le donne palestinesi continuavano a essere stuprate in silenzio, dentro le carceri, sotto le bombe, nei checkpoint.

Voci soffocate
Nelle carceri israeliane, intanto, le detenute palestinesi continuano comunque a organizzarsi. Scioperi della fame, proteste collettive, richieste di migliori condizioni. Come ha documentato Addameer, hanno creato reti di mutuo soccorso, programmi di studio clandestini, momenti di formazione politica. Non lo fanno perché sono eroine. Lo fanno perché la resistenza è l'unica alternativa alla cancellazione, in carcere come fuori.
Ma il quadro cambia quando nel 2025, il parlamento israeliano ha approvato in prima battuta un disegno di legge che introduce di fatto la pena di morte per prigionierə palestinesi condannatə per "atti terroristici". Una norma pensata su misura per loro, per chi viene dalle carceri, per chi ha lottato.
Significa che d'ora in poi, per migliaia di detenutə, non ci sarà più nemmeno la possibilità di aspettare. Non ci saranno scambi, non ci saranno rilasci, solo la morte, legale, approvata, firmata.
Quando una legge così passa, dice una cosa sola: il tempo delle possibilità è finito. Non ci sarà miglioramento, non ci sarà giustizia. La violenza è diventata la norma scritta, firmata, approvata.
Ma nonostante ciò, lə prigionierə continuano comunque a organizzarsi.
Perché quando la legge ti condanna a morte, resistere è l'unico modo per non essere “già” cancellatə.
Organizzarsi, per loro, non significa solo resistere dentro le mura del carcere. Significa anche immaginare modi diversi di esistere, di lottare, di abitare il mondo. La resistenza ha molti nomi e molte forme: attraversa generazioni, classi sociali e scelte politiche diverse.

Esistere altrimenti
Shadia Abu Ghazaleh è un'altra storia. Nata a Gaza nel 1949, cresciuta in una famiglia di rifugiati, diventa militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Negli anni Settanta e Ottanta è tra le organizzatrici dei comitati femminili che tengono in piedi la resistenza nei territori occupati. Arrestata più volte, passa anni nelle carceri israeliane, dove subisce torture e isolamento.
Anche da reclusa, continua a organizzare, a studiare, a scrivere e anche dopo il rilascio, non smette di organizzarsi.
Fonda centri per donne, coordina progetti di formazione politica, viaggia per portare la voce della Palestina nel mondo. Muore nel 2022, dopo una vita spesa interamente per la liberazione. Il suo corpo è sepolto in Giordania, ma la sua testa – letteralmente, secondo il testamento – è stata portata a Gaza, perché anche da morta voleva restare nella sua terra.
E ancora. Muna ElKurd è una voce della nuova generazione. Nata a Gerusalemme Est, è diventata il volto della resistenza a Sheikh Jarrah, quartiere palestinese a Gerusalemme, dove decine di famiglie palestinesi rischiano l'espulsione per lasciare spazio a coloni. Con suo fratello Mohammed, ha trasformato la lotta per la sua casa e il quartiere in una campagna globale. Il suo viso, con il sorriso, è diventato un'immagine della Palestina che resiste con la presenza, con il rifiuto di andarsene.
Essere donna e resistere in Palestina significa anche utilizzare modi diversi di esistere, di lottare, di abitare il mondo.
Nelle case minacciate con Muna ElKurd, nelle macchine bersagliate con Hind Rajab, nei corpi che sfidano le norme con chi il mondo preferisce ignorare.
Accanto ai loro nomi, ci sono i nomi di coloro che il mondo rifiuta persino di vedere. Le persone queer palestinesi, cancellate due volte: dall'occupazione che le opprime e da una narrazione che non le nomina mai. Come se in Palestina non esistessero corpi che sfidano il colonialismo e insieme le norme patriarcali. Esistono, eccome. Lottano, resistono. Ma di loro non si parla, schiacciate tra chi vorrebbe una Palestina tradizionale e chi in Occidente le userebbe per fare rainbowwashing contro il 'nemico arabo omofobo'. Anche loro sono resistenza. Anche loro esistono altrimenti.
Shadia, Muna, Ahed. E intorno a loro migliaia di altrə: quelle che hanno tenuto in piedi i comitati popolari durante la Prima Intifada, quelle che hanno tramandato il tatreez (il ricamo tradizionale palestinese, diventato spazio di organizzazione politica), quelle che hanno aperto le loro case ai feriti, quelle che hanno aspettato i figli davanti alle prigioni. Non esiste un solo modo di resistere. Esistono milioni di persone che ogni giorno scelgono di farlo.

Il silenzio del femminismo occidentale
E allora viene la domanda successiva: se tutto questo accade – se le donne, come abbiamo detto, resistono in carcere, nelle case, nei corpi – perché il femminismo occidentale, che si dice intersezionale e universale, non lo vede? Perché non lo racconta?
Secondo Al Jazeera, le donne a Gaza hanno partorito più di 70.000 bambinə dall'inizio della guerra. Settantamila bambinə natə sotto le bombe, nelle tende, negli ospedali senza elettricità. Molti sono già orfanə. I loro primi pianti sono stati accompagnati dal ronzio dei droni. Non esiste dato che racconti meglio cosa significhi distruggere un popolo: cancellare il futuro ancora prima che arrivi.
Mentre questo accadeva, mentre le detenute venivano stuprate, mentre le giornaliste come Shireen Abu Akleh venivano uccise con un colpo di fucile alla testa nonostante il giubbotto con la scritta PRESS, i collettivi femministi bianchi hanno prodotto silenzi assordanti. Quando hanno parlato, spesso lo hanno fatto per equiparare vittime e carnefici, per invocare "pace" senza nominare l'oppressore. Come se il femminismo dovesse restare "neutrale" davanti a un genocidio.
E il silenzio è continuato anche l'8 marzo 2026, durante la Giornata Internazionale della Donna quando l'esercito israeliano uccideva un'altra giornalista palestinese. Amal Hammad Al-Shamali, 46 anni, corrispondente di Radio Qatar, è stata massacrata mentre dormiva in una tenda di sfollati ad Az-Zawayda, nel centro di Gaza . Con lei, in quegli stessi attacchi, sono morte altre donne e bambini .
Quest'ennesimo femminicidio è la dimostrazione più cruda di come funziona la gerarchia del dolore. I corpi delle giornaliste palestinesi continuano a essere bersaglio, e il femminismo internazionale continua a tacere.
E poi c'è l'altra faccia: il femminismo liberale che quando parla di donne arabe le vuole salvare da culture arretrate. “Noi libere, loro oppresse”. È la stessa retorica che l'occidente usa da decenni per giustificare guerre. E poi le stesse voci tacciono mentre i bombardamenti uccidono bambinə palestinesi nelle scuole. Donne da liberare, sì, ma solo se sono dalla parte giusta. Solo se il loro nemico è il nostro nemico; altrimenti, i loro corpi sotto le bombe non fanno notizia.
La filosofa Djamila Ribeiro ha lavorato su quello che chiama "luogo della parola". Non è una teoria astratta: è la vita concreta di chi ogni giorno deve fare i conti con il fatto che la propria storia viene raccontata da altri, usata quando serve e scartata quando non fa comodo. Le donne palestinesi questa cosa la conoscono bene.
Il collettivo femminista arabo in Italia Qumi scrive: "Il femminismo occidentale non ci rappresenta. Ha contribuito a portare avanti una visione neocoloniale, in cui le donne non occidentali sembrano aver bisogno di essere liberate". È esattamente questo. Uno sguardo che decide chi può parlare e chi no. Che decide quale dolore merita attenzione.
Perché è una gerarchia del dolore che decide quali corpi meritano attenzione. E i corpi delle donne palestinesi, delle donne congolesi, delle donne sudanesi, delle donne, delle persone queer. Questi corpi stanno in fondo alla gerarchia. Il femminismo occidentale, quando tace, conferma quella gerarchia.

Stare dalla parte giusta
Allora ripetiamolo chiaro: la questione palestinese è una questione transfemminista. Lo è perché il colonialismo non occupa solo la terra: occupa i corpi, li violenta, li cancella. Lo stupro, la tortura, la negazione di cure ostetriche non sono incidenti. Sono strumenti sistematici di dominio e resistere a tutto questo è già un atto politico. È già femminismo.
Non chiedono a nessuno di salvarle, non ne hanno bisogno, chiedono a chi si dice femminista di stare dalla parte giusta. Di rompere il silenzio. Di usare il proprio privilegio per amplificare le nostre voci, non per sovrapporvisi. Di riconoscere che il luogo della parola non si concede: si conquista. E le donne palestinesi l’hanno conquistato.
E allora cosa significa essere donna e resistere in Palestina?
Significa essere un bersaglio primario nel piano di cancellazione sionista. Da oltre un secolo, le donne palestinesi sono uno dei primi obiettivi. Perché sono loro che trasmettono la Resistenza di generazione in generazione. Per questo hanno attaccato i reparti di maternità degli ospedali a Gaza: per minare il diritto a essere madre, per spezzare la catena della memoria e della lotta.
Nulla cancellerà la Resistenza: delle dottoresse, infermiere e personale medico che hanno continuato a curare il popolo palestinese nonostante la carenza di materiali e medicinali; delle giornaliste che hanno rischiato e perso la vita per raccontare la verità ignorata dall'Occidente; delle madri e sorelle che hanno visto morire i propri familiari, caduti martiri per la violenza coloniale; delle studentesse che ogni giorno scelgono di andare a scuola e all'università, perché la formazione è emancipazione e libertà; delle prigioniere nelle carceri sioniste, in detenzione amministrativa, isolate, torturate, ma mai spezzate.
Non chiedono più di essere viste; dichiarano la loro esistenza.
Resistono unite contro il tentativo dei governi occidentali, incluso quello italiano, di cancellare con la repressione e la criminalizzazione il genocidio di oltre due anni a Gaza e la pulizia etnica in corso in tutta la Palestina.
Nonostante il tentativo di "Israele" di dividerle tra palestinesi del '48, palestinesi della Cisgiordania, di Gaza e della diaspora, loro restano unite per la liberazione dal fiume al mare. La loro liberazione come donne non può esistere senza la liberazione dell'intero popolo palestinese dal sistema capitalista, imperialista, colonialista e patriarcale
Ecco cosa significa essere donna e resistere in Palestina oggi.
Non chiedono il nostro sguardo, chiedono la nostra lotta.
FONTI:
https://www.instagram.com/p/DG7qzBQgKq2/?igsh=MjJ1MmRnaW10MWJ3
https://www.instagram.com/p/DVo1JDoiBBf/?igsh=aTZnZnhqaXZva2I5
https://www.instagram.com/p/DGBVSP9Nh2m/?igsh=Y2M0NnUzOHl5dnV4
https://www.instagram.com/reel/DVqOO5oiB0v/?igsh=cWszb2ZmeW94ajF6
Djamila Ribeiro – "Luogo della parola" (Lugar de fala) Ribeiro, D. (2019).
https://en.wikipedia.org/wiki/Addameer
https://www.palestine-studies.org/en/node/232661
https://cpj.org/data/people/shireen-abu-akleh/
Shalhoub-Kevorkian, N. (2009). Militarization and Violence against Women in Conflict Zones in the Middle East: A Palestinian Case-Study.
https://www.un.org/sexualviolenceinconflict/
https://www.palestine-studies.org/en/node/214549
https://www.instagram.com/reel/DUdjOP-iltm/?igsh=MTllMG85NHoyMTU3ag==
https://www.instagram.com/reel/CzUF0fkPQxq/?igsh=ZGF2Nm1kZ3JsdjFm
https://www.instagram.com/p/DUQyAR9iuJU/?igsh=aWp5ZGZqMnBwY2Z0
https://www.instagram.com/p/DVqfLdxDfiv/?igsh=MXB6dG1kZHd6azN3Zw==
https://www.globalr2p.org/publications/atrocity-alert-no-457/