In 5000 per le strade di Palermo in ricordo di Giovanni Falcone
Di Giada Trotta, Vanessa Zaccaria, Mirko Felas
“Ho sentito proprio il bisogno e ho deciso nelle ultime ore di venirvi a fare un saluto. Un bisogno che avverto come magistrato e prima ancora come cittadino in un giorno che sempre più sta diventando un’occasione di parata istituzionale” queste sono state le parole di apertura del corteo popolare organizzato per celebrare, ricordare e portare avanti le idee di Giovanni Falcone. Parole pronunciate dal sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, che puntuale alle 15.00 si è presentato davanti al Tribunale di Palermo, punto di ritrovo della cittadinanza per iniziare il corteo che è arrivato fino sotto l’albero Falcone per il minuto di silenzio. “Palermo ha vissuto sulla propria pelle quei fatti e quelle ferite, vive ancora oggi una situazione che non può continuare a sopportare, per fortuna una parte della città reagisce, per fortuna ci siete voi che oggi ricordate che la voglia di verità e giustizia non si testimonia una volta l’anno ma giorno per giorno, cercando di incalzare il potere che invece vuole nascondere la verità…Voi rappresentate la speranza di quella rivoluzione culturale che può essere la sola strada per sconfiggere le mafie e realizzare il sogno che aveva Giovanni Falcone.”
Foto © Paolo Bassani/ANTIMAFIADuemila
“Le mafie si sconfiggono attraverso il rifiuto della mentalità mafiosa, della mentalità del favore, della raccomandazione, della scorciatoia politica, della commistione tra mafia e politica, tra mafia e pubblica amministrazione” ha poi dichiarato.
Presenti a inizio corteo vi erano anche il presidente del tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini e il senatore M5S ed ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato.
Morosini ha sottolineato l’importanza del continuare a cercare e pretendere le verità in un periodo storico in cui mancano più che mai. In riferimento a figure politiche che vengono indagate e imputate per collusione con la mafia ma che mantengono il proprio posto ha affermato: “Qui c’è un tema di fondo: la responsabilità politica, che stenta a essere applicata come principio. In Italia c’è un grosso problema: molto spesso l’unica risposta rispetto a condotte illegali è quella della magistratura, quando invece organismi della politica o del mondo delle professioni dovrebbero intervenire preventivamente e non lo fanno”.
Il magistrato Scarpinato ha invece posto l’accento sulla Commissione Parlamentare Antimafia definendola come: “La commissione che ha impedito in tutti i modi qualsiasi indagine sui depistaggi, sui mandanti e sui complici esterni delle stragi”. Ha poi aggiunto che “non si possono permettere di tirare fuori i loro scheletri dall’armadio e vogliono raccontare alla gente una storia di appalti della Prima Repubblica che non ha nessuna connessione con le vicende politiche di oggi - affermando poi - sono interessati a chiudere una saracinesca su questa vicenda, ma noi siamo qui perché questa saracinesca deve rimanere aperta!”
A esprimersi sulla Commissione Parlamentare Antimafia e sulla sua presidente è stata anche l’attivista Our Voice Marta Capaccioni che ha ricordato: “La Colosimo è stata fotografata sotto braccio con Luigi Ciavardini, condannato definitivamente per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, in cui morirono 85 persone. Non ci bastano le scuse della presidentessa Colosimo. Noi vogliamo le sue dimissioni: è una questione di opportunità politica e di credibilità di un organo costituzionale - ha poi aggiunto che nel passato ci sono stati grandi parlamentari che hanno dato credito e fiducia alle istituzioni - “come Pio La Torre, che ebbe il coraggio di denunciare le complicità tra mafia e politica senza aspettare le sentenze della magistratura.” La giovane laureata in giurisprudenza ha incalzato: “Noi invece vogliamo sapere tutta la verità su chi erano le “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone, chi ha manomesso i suoi computer al Ministero di grazia e giustizia, chi erano le donne sul cratere di Capaci, che coinvolgimento ha avuto l’eversione nera sulla strage.” Ha poi precisato: “Questo è l’impegno che ci aspettiamo dalle istituzioni che scendono da Roma per partecipare ai festival della legalità dentro i musei privati della memoria.”
A scagliarsi contro le figure politiche arrivate da Roma per commemorare Giovanni Falcone è stato anche Andrea La Torre, fondatore di Attivamente, una delle realtà promotrici del corteo. “Oggi Palermo ha visto il festival dell’ipocrisia, siamo stanchi di parole vuote, stanchi di retorica, di passerelle; cosa stanno diventando queste celebrazioni ufficiali se in prima linea a ricordare Falcone, a battersi la mano sul petto c’è un imputato per corruzione come Gaetano Galvagno? (Il presidente dell’ Assemblea Regionale Siciliana, esponente di fratelli d'Italia imputato per corruzione, peculato e falso (ndr))”
Il giovane si è inoltre indignato su altre figure istituzionali di Palermo come quella di Totò Cuffaro, che nonostante non ricopra oggi un ruolo istituzionale è stata uno dei personaggi più influenti della politica siciliana e che poche settimane prima del 23 maggio, proprio al tribunale di Palermo “ha patteggiato per corruzione e traffico di influenze”.
Giovanni Falcone ci diceva di non guardare ciò che ci divide ma cosa ci unisce. Dobbiamo continuare ad esserci insieme nella speranza che ci sia un giorno, un 23 maggio senza più debiti morali da ripagare.
Foto © Paolo Bassani/ANTIMAFIADuemila
L’attivista ha poi concluso esprimendo tutto ciò a cui la società e l’antimafia popolare si oppongono: “Oggi rinnoviamo un no alla mafia, al sistema politico-affaristico- mafioso, no all’illecito arricchimento di pochi a discapito di molti, no alla violenza come codice di dialogo.” Ha poi ricordato i giovani che a Palermo hanno perso la vita nell’ultimo anno: “Massimo Pirozzo, Salvatore Turdo, Andrea Miceli, Paolo Taormina; vittime della mentalità mafiosa e di una città in cui di armi e droga ce ne sono fin troppe.” “ No allo sfruttamento incondizionato della terra e delle persone che la vivono, no al patriarcato mafioso, no ai comitati d’affari e complicità, no alla guerra che è anch’essa una mafia e alle sue infrastrutture di cui Cosa Nostra è sempre stato il primo sostenitore, no a Sigonella, no al ponte sullo stretto come fu un no quello di Pio La Torre alla base missilistica di Comiso, no al decreto sicurezza, all’articolo 31”.
Ha parlato di intersezionalità come l’unico modo di lottare e sconfiggere la mafia anche la rappresentante della CGIL che ha asserito: “Parlare di mafia e antimafia significa parlare di lavoro, di contratti, di salari, di sicurezza, di dignità. La lotta alla mafia non si fa soltanto nei tribunali, si fa nei cantieri, negli appalti pubblici, nei luoghi di lavoro: lì si misura la capacità dello stato di garantire diritti e legalità. Al posto di anticipare il minuto di silenzio (riferendosi a quanto successo lo scorso anno, quando sul palco di via Notarbartolo Maria Falcone aveva deciso di anticipare il minuto di silenzio per evitare che il corteo popolare non commemorasse il giudice Falcone - ndr), anticipiamo le misure necessarie a fare riforme sociali utili, a garantire una vita dignitosa a lavoratorǝ di questo paese, anticipiamo i tempi per strutturare un sistema di controllo e sicurezza nei luoghi di lavoro, di trasparenza negli appalti, di stabilità occupazionale.
Foto © Paolo Bassani/ANTIMAFIADuemila
Presente in giacca e camicia vi era anche Nino Morana, nipote di Vincenzo Agostino, il gigante buono, padre dell’agente di polizia di Palermo ucciso dalla mafia insieme alla moglie Ida Castelluccio incinta. Ricordando suo nonno ha affermato: “Vincenzo Agostino chiedeva sempre una reale verità sul terribile massacro che stroncò la mia famiglia, verità sulle stragi del ‘92/’93 di uno stato complice e spietato che ha permesso, per coprire se stesso e i suoi uomini deviati e corrotti.” Ha poi dichiarato: “Non importa se per dire queste verità si faranno nomi impronunciabili, dateci delle risposte senza nascondervi dietro il penoso tentativo di far passare per reali e attendibili delle fantasiose ricostruzioni giudiziarie, costruite con evidente malafede e utilizzate per screditare il lavoro di una certa magistratura tali in cui la ricostruzione dei fatti è stata basata su penose congetture quando ormai prove storicamente incontrovertibili, per quanto scomode per alcuni.” Il grido di chi ha vissuto sulla propria pelle e ha deciso di essere testimone e continuare a lottare pretende verità: “vogliamo per l’ennesima volta evocare, urlando per chi sembra essere sordo, memoria, verità e giustizia. Vogliamo rivolgerci ai più giovani, a chi sta manifestando, a chi come me in quegli anni non era ancora nato: non dobbiamo delegare mai la memoria e fermarci ai soliti discorsi commemorativi, la verità non risiede in quei discorsi, contribuite a costruirvi documentandomi personalmente, pretendendo che ne parlino nelle scuole, università, nei luoghi di lavoro. Tutti insieme dobbiamo fare la nostra parte con consapevolezza e senso di responsabilità, saremo sempre accanto a chi è a tutela del nostro stato democratico.”
Nino ha poi concluso: “Non possiamo permettere che quella valanga di merda che è la mafia, si prenda il controllo della nostra Palermo, la quale ha visto cadere tanti nostri fratelli e sorelle, figlie e figli, madri e padri. Come società civile abbiamo il compito fondamentale di continuare ad essere sentinelle, dobbiamo restare al fianco di chi ha avuto il coraggio di denunciare. Per chi giunge da Roma dobbiamo ricordare che non basta venire qua il 23 maggio 19 luglio a battersi il petto per sentirsi assolti, se permettete il degrado violento di questa città ne sarete ugualmente coinvolti.”
Il giovane ha inoltre portato i saluti di Brizio Montinaro, il fratello dell’agente di scorta del giudice Falcone: Antonio Montinaro dilaniato a Capaci nel 1992.
Contro la “nauseante retorica di stato” si è espressa la rappresentante di UDU, l’unione degli universitari palermitani. “Oggi 23 maggio, tenetevi le passerelle e noi ci teniamo la rabbia. Assisteremo al consueto pellegrinaggio di figure presenti a Palermo per mettersi al favore delle telecamere, depositare una corona di fiori e riempirsi la bocca con la parola legalità, ma la narrazione sta mutando: Palermo riconosce la nostra voce! … Noi che questa città, questa provincia e i suoi quartieri li viviamo gli altri 364 giorni all’anno sappiamo bene che questa è solo una farsa, la realtà fuori dai palazzi parla un’altra lingua, la lingua del terrore mafioso, a isola delle Femmine dove le bottiglie di benzina davanti alle saracinesche ricordano che l’estorsione e il pizzo continuano a dissanguare chi prova a lavorare. Ha poi concluso il suo intervento affermando che: “Piangere i morti del ‘92 è un’ipocrisia se poi si è complici del sistema che gli ha uccisi, non accettiamo lezioni di legalità da chi affama il Sud, da chi toglie le risorse dalla nostra istruzione, chi favorisce le privatizzazioni selvagge, chi stringe la mani a quei poteri forti che con la criminalità fanno affari da decenni.”
In quella piazza, a dare forma al grido di denuncia della società civile di Palermo, è stata la performance artistica e teatrale organizzata dall’associazione di Our Voice contro l’attuale gestione della Commissione Parlamentare Antimafia.
L* artist* hanno messo in scena un potere oscuro che tiene al guinzaglio Chiara Colosimo, Presidente della Commissione Antimafia, e l’ex generale Mario Mori, rappresentati mentre si accordano per concentrare le indagini sulla strage di Via d’Amelio sulla pista mafia-appalti.
Una scelta che secondo la performance finisce per frammentare la verità, scollegando la morte del giudice Paolo Borsellino, da quella del suo amico e collega Giovanni Falcone e dalle stragi 1993-1994.
Foto © Paolo Bassani/ANTIMAFIADuemila
I due personaggi diventano così il simbolo di una politica sterile e collusa, che incatena con depistaggi e verità occulte un intero popolo all’ inferno, eternamente affamato di verità e giustizia.
“Il nostro nemico sono la mafia e i padroni. Solo quando ci libereremo di loro e delle loro istituzioni avremo pace e fino ad allora non un passo indietro” così si sono espressi i giovani, dichiarando che non siamo un popolo che delega “la nostra liberazione a chi 30 anni fa ci faceva saltare in aria nelle piazze, a chi distrugge i nostri territori per arricchirsi con grandi opere inutili, come il ponte e la tav e infrastrutture militari, a chi quando alziamo la testa manda i suoi servi a pestarci a sangue, a chi sgombera gli spazi che creiamo dal basso”.
“Quando portiamo avanti una memoria critica, che parla di complicità dello stato, arrivano repressioni e silenzi. Due anni fa i manganelli, l’anno scorso l’anticipo del minuto di silenzio, tutto questo perché hanno più paura di una memoria viva e conflittuale che della mafia che dicono di combattere” queste le parole sentite e chiare di tutti quei giovani che hanno organizzato e hanno partecipato al corteo organizzato per onorare la memoria di Giovanni Falcone. Giovani che hanno deciso di prendersi la responsabilità di cittadini attivi e che continueranno a chiedere verità e giustizia così come recitava lo striscione di apertura: "Finché avremo voce contro silenzi e depistaggi di Stato”.
Arrivato in via Notarbartolo alle 17.40, in anticipo per vivere appieno il minuto di silenzio, il corteo si è fermato e alle 17.58 su Palermo è sceso un silenzio sacrale. Mentre la città ricordava i suoi martiri, la voce ha ceduto il posto agli sguardi, alle mani che si stringono e alle lacrime negli occhi. A distanza di 34 anni Palermo continua ricordare. E le ferite di quel cratere, come le ha descritte Andrea La Torre, sono diventate carne e memoria viva, che oggi, sotto quell'albero, continua a chiedere verità e giustizia