
Il “Deadly Exchange”, il razzismo e le lotte interconnesse da Minneapolis alla Palestina occupata
di Yasmin Dabash
Tra il 7 e il 24 gennaio 2026, a Minneapolis, l'ICE (United States Immigration and Customs Enforcement) uccide Renee Nicole Good e Alex Pretti, entrambi colti a impedire e filmare le operazioni dell'agenzia, delle vere e proprie retate, nei confronti di persone con background migratorio. Le autorità federali parlano di legittima difesa; i video e i testimoni descrivono cittadini e cittadine uccisi mentre esercitavano i propri diritti e nel caso di Renee é stato impedito ad un medico sul posto di raggiungerla.
In Palestina, uno degli ultimi casi documentati riguarda Sondos Jamal Muhammad Shalabi, incinta di 8 mesi, uccisa in un raid israeliano a Nur Shams, a est di Tulkarem, il 9 febbraio 2025. Il ministero della salute ha affermato che i team medici non sono stati in grado di salvare Sondos e il bambino a causa dell’ostruzione e del blocco, da parte dell’esercito israeliano, dell’ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese.
Cosa lega queste morti? Partendo dalle ricerche della campagna "Deadly Exchange" di Jewish Voice for Peace, si dimostra l'esistenza di un parallelismo strutturale tra l'apparato di sicurezza statunitense – in particolare l'ICE militarizzato – e l'esercito israeliano. Un "scambio letale" documentato di tattiche, tecnologie e ideologie che esporta le logiche del controllo coloniale, del razzismo e della supremazia bianca, prendendo di mira comunità razzializzate negli USA e il popolo palestinese nei territori occupati.
Il "Deadly Exchange": Anatomia di un Sistema Interconnesso
Per comprendere questo scambio, è essenziale partire dalla radicale militarizzazione dell'ICE sotto il secondo mandato di Trump (2025-2028). Una retorica dell'"invasione" ha giustificato una trasformazione poggiata su tre pilastri: un finanziamento massiccio (170 miliardi di dollari) che ha raddoppiato gli agenti; un abbassamento degli standard (reclutamento a 18 anni, formazione di sole 8 settimane); e la militarizzazione diretta con la Guardia Nazionale federalizzata. Il risultato è un "esercito" di persone poco preparate e molto manipolabili, terreno fertile perfetto per le tattiche di controllo scambiate con l'IDF.
Questo scambio affonda le sue radici nella riorganizzazione securitaria seguita agli avvenimenti dell'11 settembre 2001, che portò alla creazione del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) e, al suo interno, proprio dell'ICE. In quel momento, Israele si propose agli occhi delle autorità statunitensi come un laboratorio avanzato di "antiterrorismo". Già a pochi mesi da quella data, come documenta la campagna "Deadly Exchange", le prime delegazioni di forze dell'ordine USA – inclusi futuri funzionari dell'ICE – si recarono in Israele per addestrarsi. Ciò che veniva appreso e scambiato non erano semplici tecniche, ma un paradigma di sicurezza fondato sulla sospensione dei diritti, sulla profilazione razziale e sul controllo militare della popolazione civile, presentato come risposta necessaria a una minaccia esistenziale.
Fu l'inizio di una collaborazione strutturale.
Questo sistema si articola su quattro pilastri fondamentali.
1. Lo Scambio Tecnologico: Il Complesso Industriale della Sorveglianza
Il legame è innanzitutto tecnologico e privatizzato. Aziende come Palantir forniscono software di analisi dati fondamentali sia per le deportazioni dell'ICE che per il targeting militare dell'IDF. Allo stesso modo, l'israeliana Elbit Systems vende al Dipartimento per la Sicurezza Interna USA tecnologie di sorveglianza sperimentate e collaudate sui palestinesi.
Si crea un circolo vizioso: le tecnologie di controllo di massa vengono perfezionate nei territori occupati e riesportate come soluzioni per la "sicurezza" interna statunitense.
2. Lo Scambio di Tattiche e Formazione
Organizzazioni come l'Anti-Defamation League (ADL) hanno facilitato per anni scambi formativi tra alti funzionari dell'ICE, della polizia USA e le forze di occupazione israeliane. Dai viaggi in Israele, i funzionari apprendono tattiche di controllo della popolazione, esaminando checkpoint e prigioni.
L'effetto, come denuncia "Deadly Exchange", è lo scambio di "peggiori pratiche": politiche di deportazione, detenzione e sorveglianza di massa.
Il flusso è bidirezionale: le forze israeliane studiano a loro volta modelli di "policing" statunitensi come lo "stop and frisk", in un mutuo trasferimento di metodi repressivi.
3. Parallelismi Ideologici e Operativi: Controllo e De-Umanizzazione
ICE e IDF condividono modalità operative simili: checkpoint militarizzati, sorveglianza costante e arresti arbitrari. Entrambe servono a mantenere un ordine socioeconomico razzializzato, radicato nel colonialismo di insediamento.
La narrativa che sostiene queste operazioni è identica: la costruzione di un "Altro" disumano come minaccia. L'amministrazione Trump descrive gli immigrati come "invasori"; l'IDF inquadra la sua azione contro un nemico che "aspira alla cancellazione ebraica". Questa de-umanizzazione è il prerequisito per giustificare violenza e impunità.
4. Lo Scambio Umano: Bambini come Bersaglio
La de-umanizzazione teorica trova la sua realizzazione più cruda nella trasformazione dei bambini in strumenti di controllo. Negli USA, l'ICE rapisce minori migranti o li usa come "esca", come nel caso del piccolo Liam Conejo Ramos (5 anni), prelevato dal vialetto di casa. Il suo caso non è isolato: nel 2025, l'agenzia ha trattenuto 3.800 minori.
Nei Territori Palestinesi Occupati, lo strumento è la "detenzione amministrativa": imprigionamento senza accusa né processo, in un sistema dove ogni anno 500-700 bambini vengono processati da tribunali militari. Le testimonianze descrivono arresti notturni, interrogatori coercitivi e torture.
Sono tutti episodi di una politica di Stato sistematica che usa l'infanzia come moneta di scambio per il controllo demografico e l'obbedienza della comunità.
Intersezionalità della lotta
Dove si consolida un potere oppressivo interconnesso, però, fiorisce una resistenza intersezionale: dalle "Black Panthers contemporanee" che pattugliano i quartieri contro l'ICE, alla pluriforme "Resistenza Palestinese". La parola d'ordine è "intersezionalità": la consapevolezza strategica che le lotte per la liberazione sono intrecciate, perché lo è l'architettura della repressione che devono affrontare.
La risposta organizzata al "Deadly Exchange" non è una semplice dichiarazione di solidarietà, ma una sofisticata strategia di riconoscimento: vedere nel volto dell'altro oppresso il riflesso del proprio nemico. È un'alleanza che nasce proprio grazie alla comprensione delle differenze, trasformandole in un ponte per una resistenza globale consapevole.
Questo ponte ha fondamenta storiche solide. Già alla fine degli anni '60, la sezione internazionale delle Black Panther Party ad Algeri abbracciava apertamente la causa palestinese. Il leader Eldridge Cleaver definiva i combattenti palestinesi (i fedayeen) "fratelli rivoluzionari", vedendo nei ghetti statunitensi e nei campi profughi palestinesi due fronti della stessa guerra anticoloniale.
Oggi, i gruppi che ne raccolgono l'eredità – come le pattuglie di autodifesa comunitaria che contrastano le retate dell'ICE – fanno quel collegamento in modo esplicito e materiale. Come denuncia un attivista di queste reti, "la stessa tecnologia che Palantir vende per tracciare le famiglie migranti a Chicago è quella che l'IDF usa per individuare gli obiettivi a Gaza. Non stiamo combattendo due mostri separati, ma due teste dello stesso mostro".
Allo stesso modo, la pluriforme Resistenza Palestinese ha fatto della denuncia di questi intrecci materiali un cardine della sua lotta per smascherare il sostegno internazionale all'occupazione; le campagne di boicottaggio contro Elbit Systems o le inchieste giornalistiche sui contratti del DHS non sono solo atti di accusa, ma strumenti per mostrare come l'oppressione sia un sistema esportabile.
È qui che le differenze cruciali tra le lotte diventano la fonte della forza dell'analisi intersezionale. Le Black Panthers operano all'interno di uno stato costituzionale, combattendo per l'uguaglianza e l'abolizione di un'istituzione razzista interna. La lotta palestinese è contro un'occupazione militare straniera e un regime di apartheid, per la liberazione nazionale e l'autodeterminazione.
Riconoscere questa distinzione non indebolisce il parallelismo; anzi, rivela l'adattabilità mostruosa della logica di controllo razziale e coloniale: si modella nella "metropoli" come agenzia di polizia e nella "colonia" come esercito d'occupazione, ma la sua grammatica – sorveglianza, de-umanizzazione, impunità – resta identica. L'intersezionalità, quindi, non omologa: tesse. Intreccia fili di lotte diverse per formare una corda più resistente, capace di recidere il disegno unico dell'oppressione.
Il nemico è chi guarda - la guerra alla testimonianza
Se il primo passo della logica repressiva è de-umanizzare il bersaglio designato, il passo successivo è criminalizzare chiunque osi testimoniare.
Il sistema "Deadly Exchange" non tollera occhi indiscreti: la sua violenza deve rimanere incontestata, la sua narrazione indiscussa. Per questo, il nemico si espande dall'"Altro" razzializzato" a chiunque documenti, trasformando un telefono cellulare in un'arma e il suo utilizzatore in un potenziale terrorista.
Negli Stati Uniti, Renee Good e Alex Pretti non erano i soggetti delle retate dell'ICE. Erano cittadini statunitensi il cui "crimine" era cercare di opporsi a queste retate e avere un telefono in mano per registrare e denunciare. La loro colpa è stata quella di fungere da testimoni scomodi, di creare un archivio di contro-informazione visiva alla narrativa ufficiale. La loro uccisione manda un messaggio chiarissimo: l'impunità dell'ICE non conosce confini giuridici; nemmeno la cittadinanza ti protegge se osi interferire con la macchina della deportazione.
In Palestina, questa tattica raggiunge la sua espressione più estrema e sistematica nella presa di mira di giornalisti/e e operatori/rici umanitari. Uccidere, ferire, intimidire chi documenta non è un "effetto collaterale" dell'occupazione, ma una sua componente strategica. Privare il mondo di testimoni oculari indipendenti permette di controllare totalmente la narrazione, di etichettare ogni prova di crimini come "propaganda", e di perpetrare violenze nell'oscurità della non-testimonianza. Il giornalista palestinese diventa quindi un bersaglio doppio: per la sua identità nazionale e per il suo ruolo di cronista della verità.
In entrambi i contesti, sopprimere la prova visiva è fondamentale per mantenere l'impunità. Senza video, la versione dell'ICE su Minneapolis sarebbe stata l'unica. Senza giornalisti, la distruzione di Gaza sarebbe solo una statistica lontana.
Attaccare chi documenta significa attaccare la memoria collettiva, il diritto alla verità e la possibilità stessa di giustizia. In questo senso, la lotta per proteggere il testimone – che sia un attivista o un reporter di guerra – diventa l'ultima e più cruciale frontiera della resistenza intersezionale, per chi come tanti e tante di noi vivono nel privilegio di ricevere queste testimonianze. Proteggere il testimone, quindi, non è solo un atto di solidarietà: è il riconoscimento pratico che la violenza che colpisce il giornalista a Gaza e il cittadino a Minneapolis è la stessa, e che la verità che cercano di sopprimere è unica. È la difesa del diritto di tutti a vedere e, di conseguenza, a giudicare.
Conclusione
All'inizio c'erano i nomi: Renee, Alex, Sondos e tutti e tutte le giornaliste uccise a Gaza... (la lista, purtroppo, continua ad allungarsi). Alla fine, ciò che resta non è solo la loro memoria, ma la chiara geometria del sistema che li ha uccisi. Il "Deadly Exchange" è quella geometria: una griglia di controllo che da Jenin e Tulkarem si estende a Minneapolis. Ma sotto ogni algoritmo, ogni tattica condivisa, ogni giustificazione di sicurezza, pulsa la stessa forza primordiale: il razzismo.
È il razzismo che permette di vedere un essere umano come un bersaglio. È il razzismo che trasforma tetti e strade in campi di battaglia, e i telefoni in armi di resistenza. Le loro storie rivelano che il confine tra "interno" ed "esterno" è un'illusione mantenuta da una violenza il cui nome preciso è questo.
Onorare quelle vite significa rifiutare l'illusione e il suo nome. Significa riconoscere che la lotta è una sola, perché il nemico è uno: non un'agenzia o un esercito, ma la logica razzista che li arma e li giustifica.
La loro testimonianza è stata interrotta. Spetta a noi raccoglierla, farne un'arma di verità e un'accusa incessante contro la radice comune che l'ha spenta. La loro lotta, ora, è la nostra.
Fonti: