
Il cambiamento climatico accelera, ma non spiega tutto: la vulnerabilità nasce da decisioni politiche, urbanistiche e amministrative
di Dario Cirillo
Il recente voto referendario ha aperto una crepa politica che il governo Meloni non può più far finta di non vedere. La bocciatura della riforma costituzionale sulla giustizia, respinta dagli elettori il 22 e 23 marzo 2026 con il 53,56% di No, non è stata soltanto una sconfitta simbolica per la maggioranza: è diventata il punto da cui si è riaperta, con maggiore forza, una critica generale alle scelte compiute dal governo in questi anni. Una critica tanto più inevitabile perché questo esecutivo è arrivato al potere promettendo discontinuità assoluta, accusando chi c’era prima di incapacità e inerzia. Doveva essere il governo capace di risolvere. Oggi, invece, proprio quella promessa si rovescia contro chi l’ha brandita. Perché quando si governa rivendicando di avere la soluzione per tutto, ogni fallimento pesa il doppio. E a pagare il prezzo di questa distanza tra propaganda e realtà amministrativa sono, ancora una volta, i cittadini.
È in questo quadro che il dissesto idrogeologico smette di apparire come una semplice emergenza ambientale e si rivela per quello che è davvero: un test politico fallito, ripetuto più volte sugli stessi territori. Non è più una sequenza di disastri: è una strategia che non c’è. Tra il 2023 e il 2026, ponendo un focus sul periodo dell’attuale legislatura, l’Italia ha contato alluvioni, frane ed esondazioni negli stessi luoghi, con danni per miliardi e comunità travolte più di una volta. Mentre il clima accelera, la risposta pubblica resta inchiodata alla logica dell’intervento tardivo: prevenzione insufficiente, opere lente, fondi che si muovono con fatica, norme che continuano a convivere con edificazioni dove non si dovrebbe costruire. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: non è il maltempo a sorprenderci, è l’assenza di scelte strutturali. E ogni nuova emergenza rende solo più evidente una verità scomoda: lo Stato continua a intervenire dopo, pur sapendo da anni dove e come sarebbe successo.

L’Emilia-Romagna resta il simbolo più evidente di questo fallimento. Nel maggio 2023 una delle peggiori alluvioni della storia recente della regione ha provocato 17 morti, l’esondazione di 23 corsi d’acqua e danni stimati in circa 8,5 miliardi di euro. Numeri enormi, ma ancora più eloquente è ciò che quei numeri raccontano: non solo la violenza dell’evento, ma la fragilità di un territorio che era già noto come vulnerabile. Le relazioni dell’ISPRA lo indicavano chiaramente da anni, così come le mappe di rischio. Eppure, a distanza di tempo, la stessa regione continua a fare i conti con ritardi nella ricostruzione, opere non completate e una messa in sicurezza che procede più lentamente della velocità con cui tornano le piogge. Non una sorpresa, ma una replica. Lo stesso schema si ripete altrove. A Ischia, dopo la frana del 2022 a Casamicciola, il rischio non è mai stato davvero affrontato alla radice. Le allerte e gli smottamenti successivi hanno dimostrato che il problema non è stato superato, ma semplicemente sospeso. In Liguria, e in particolare a Genova, il dissesto continua a manifestarsi in una città dove i torrenti tombati e l’urbanizzazione spinta rappresentano da decenni una criticità nota. In Toscana e in altre aree dell’Appennino, frane e alluvioni seguono una logica simile: piogge intense su territori già saturi, con effetti amplificati da una gestione del suolo spesso insufficiente.
I dati confermano che non si tratta di eventi imprevedibili. Oltre il 90% dei comuni italiani è esposto a rischio idrogeologico. Le mappe del rischio coincidono con quelle degli eventi. Questo significa che non siamo davanti a una casualità, ma a una condizione strutturale.

E quando una condizione è strutturale, non può essere affrontata come un’emergenza sporadica. Eppure è esattamente questo che continua ad accadere. La prevenzione resta il punto più debole. Le analisi della Corte dei Conti hanno evidenziato ritardi significativi nell’utilizzo dei fondi destinati alla mitigazione del dissesto. Risorse stanziate che non si traducono in cantieri, progetti che si fermano nelle maglie della burocrazia, competenze distribuite tra livelli istituzionali che faticano a coordinarsi. Il paradosso è evidente: l’emergenza funziona meglio della prevenzione. Si interviene quando il danno è già avvenuto, mentre si procede con lentezza quando si tratterebbe di evitarlo. A rendere più fragile il sistema contribuisce il consumo di suolo. Ogni anno migliaia di ettari vengono trasformati in superfici impermeabili, riducendo la capacità del terreno di assorbire l’acqua. È un processo meno visibile di una frana o di un’alluvione, ma altrettanto determinante. E su questo fronte pesa un’assenza che dura da anni: quella di una legge nazionale efficace che limiti davvero il consumo di suolo. Nel frattempo, le decisioni restano frammentate e il territorio continua a perdere resilienza.
Dentro questo quadro si inseriscono scelte politiche che non possono essere considerate neutre. Il caso di Ischia è emblematico. Con il Decreto-legge n. 186 del 2022 sono state accelerate le procedure per la definizione delle pratiche di condono edilizio in un territorio ad altissimo rischio. È una scelta che si inserisce in una lunga storia di sanatorie e che finisce per legittimare, almeno in parte, costruzioni nate in condizioni di rischio evidente. Allo stesso modo, il Decreto-legge n. 61 del 2023 sull’alluvione in Emilia-Romagna ha messo in campo risorse importanti, ma senza riuscire a trasformare l’emergenza in un cambio strutturale di approccio. Si continua a intervenire dopo, mentre prima si interviene poco e lentamente.

Anche il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza avrebbe potuto rappresentare un’occasione per invertire questa tendenza. Tuttavia, tra rallentamenti e difficoltà attuative, la prevenzione resta una componente meno visibile e meno prioritaria rispetto ad altri investimenti. Ancora una volta, ciò che dovrebbe ridurre il rischio nel lungo periodo fatica a trovare spazio nell’immediato. Il conto economico di questa impostazione è già evidente. Solo l’alluvione dell’Emilia-Romagna del 2023 ha prodotto danni per circa 8,5 miliardi di euro. A questi si aggiungono i costi degli eventi successivi e quelli, meno visibili ma continui, legati a frane e allagamenti diffusi. Una stima complessiva per il periodo 2023–2026 porta a una cifra tra i dodici e i quindici miliardi di euro. Una cifra che rende evidente una contraddizione: si spende enormemente per riparare, ma troppo poco per prevenire.
Il cambiamento climatico è un fattore reale e sempre più rilevante. Le precipitazioni sono più intense, gli eventi più concentrati, i fenomeni più difficili da gestire. Ma attribuire tutto al clima rischia di diventare una semplificazione pericolosa. Il clima amplifica il rischio, ma non lo crea. La vulnerabilità è il risultato di scelte. Alla fine, il dissesto idrogeologico in Italia si rivela per ciò che è: non solo un problema ambientale, ma un problema politico. Riguarda le priorità, i tempi, la capacità di pianificare. Finché il sistema continuerà a funzionare secondo una logica reattiva — evento, danno, emergenza, ricostruzione — ogni nuovo episodio verrà raccontato come straordinario, anche quando è perfettamente prevedibile. Le mappe, i dati, le relazioni tecniche indicano da anni cosa accadrà e dove. Continuare a ignorarle non è più una mancanza di informazioni, ma una scelta. E quando una scelta produce conseguenze così evidenti e ripetute, smette di essere un errore e diventa responsabilità. Il punto, allora, non è più soltanto quante alluvioni, quante frane o quanti miliardi di danni serviranno ancora.

Il punto è che una politica incapace di tradurre le promesse in pianificazione, la retorica in atti e il potere in protezione concreta del territorio ha già ammesso il proprio fallimento. E forse, prima di impartire lezioni ad altri poteri dello Stato, dovrebbe iniziare a rispondere del modo in cui esercita il proprio. Anche per questo negli ultimi anni cresce l’astensionismo: non come semplice disinteresse, ma come risposta amara a una politica che occupa il discorso pubblico, promette soluzioni, invoca ordine e poi lascia i cittadini soli davanti agli stessi problemi di sempre.
La storia lo insegna molto bene: quando la distanza tra parole e fatti diventa strutturale e sistematica, la sfiducia si trasforma in giudizio collettivo.
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