
di Yasmin Dabash
“Pace". È questa la parola che risuona nei palazzi del potere internazionali, mentre a Gaza, Siria e Libano i bombardamenti non si sono mai fermati e in Cisgiordania prosegue l’esproprio delle terre palestinesi da parte dei coloni.
Questo non è un semplice “blackout” informativo, ma una strategia precisa e duplice: l'ennesimo tentativo di rendere invisibile un popolo, di normalizzare la sua cancellazione fisica, culturale e storica, sotto l'indifferenza e il silenzio. I fari della comunità internazionale non si sono solo spenti; sono stati volontariamente distolti. Ed è proprio in questi momenti che una crisi umanitaria senza precedenti e un'occupazione sempre più disumana vengono lasciate agire, come dati di fatto da accettare.
Il "cessate il fuoco" entrato in vigore il 10 ottobre, pilastro del piano di pace “celebrato” a livello internazionale e tenuto a battesimo con la conferenza di Sharm El Sheikh, si è rivelato per ciò che è: una finzione. Secondo l’ufficio stampa del Governo a Gaza, da quella data il cessate il fuoco è stato violato 591 volte, con più di 360 persone uccise dai bombardamenti israeliani. Questi numeri si sommano al bilancio di più di 70.100 persone uccise e più di 170.900 ferite, riportato dal Ministero della Salute a Gaza; ciò nonostante, uno studio indipendente del "MPIDR" (Max Planck Institute for Demographic Research) stima, attraverso modelli demografici e analisi dei social media, che le vittime totali potrebbero essere comprese tra 99.997 e 125.915, e anche in questo caso i numeri rimangono imprecisi, con corpi che giacciono ancora sotto le macerie.
"L'eredità" dei bombardamenti è la distruzione o il grave danneggiamento di circa il 78% delle strutture, con oltre 60 milioni di tonnellate di macerie: il tutto, aggravato dalla distruzione di sistemi idrici, energetici e sanitari. Per non parlare degli aiuti umanitari ancora centellinati.
È in questo scenario che il 93% delle tende è reso inabitabile dal terzo inverno che Gaza vive nel genocidio, lasciando una popolazione stremata da fame, freddo, malattie e acqua inquinata, in una lotta quotidiana per la sopravvivenza che procede parallela ai raid aerei israeliani.
Questa devastazione materiale procede di pari passo con un blackout informativo intenzionale. Dall'inizio dell'offensiva sono oltre 270 giornalisti e giornaliste uccisi/e, secondo le Nazioni Unite. L'ultimo è Mahmoud Wadi, fotoreporter ucciso a Khan Younis una settimana fa. Gaza continua a perdere le sue voci; ogni telecamera spenta, ogni cronista ucciso, ogni redazione colpita è un tassello della strategia israeliana di invisibilizzare l'orrore, di lasciare che il mondo si abitui all'idea di una "crisi umanitaria".
A tutto questo, la narrazione mediatica globale sulla Conferenza di Sharm El Sheikh e sulla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza ONU del 17 novembre ha portato alla normalizzazione dello status quo. Mentre la sensibilità dell'opinione pubblica diminuisce con il diminuire della pioggia di fuoco quotidiana sui e sulle palestinesi, queste due finestre diplomatiche (che hanno escluso un protagonismo palestinese) hanno fabbricato l'idea falsa e menzognera di un capitolo chiuso. Di un dramma risolto, di una “pace” alle porte.
A Gaza, come detto, continuano a piovere bombe su civili, la popolazione muore ancora di stenti e l’occupazione resta dov’è. Anzi, è avanzata di alcuni chilometri in quella “linea gialla”, oltre la quale Israele continua a colpire a distanza. Questo insieme di fattori, unito all'assenza di soluzioni politiche pragmatiche, sta portando alla cancellazione silenziosa di Gaza. Nell'enclave i palestinesi si trovano con oltre l'80% di scuole ed università danneggiate o distrutte, il che significa che un’intera generazione di bambini, bambine e minori, è senza un’educazione appropriata. Stesso dramma colpisce la sanità: almeno il 94% degli ospedali è stato colpito; quei pochi rimasti in piedi sono teatri di una tragedia continua: donne che partoriscono senza cure, personale sanitario obbligato a operare senza anestesia e con materiale inadatto, persone con malattie croniche abbandonate a sé stesse, il tutto in un ambiente dove anche i bisogni primari più intimi, come la gestione del ciclo mestruale senza acqua pulita e senza assorbenti, diventano una lotta disperata, che procede ininterrotta da due anni.
Il territorio stesso è stato reso ostile. Le macerie "rilasciano sostanze tossiche" come amianto e metalli pesanti, avvelenando l'aria, già compromessa dai residui di bombe e dai continui bombardamenti; l'acqua potabile quasi non esiste più e il mare è inquinato da detriti e rifiuti. In questo contesto di trappole, muoversi è un rischio mortale; l’uccisione dei due bambini “Fadi e Jum’a Abu Assi” il 29 novembre, per aver superato la "linea gialla" imposta militarmente e unilateralmente da Israele mentre cercavano del cibo, è l'ennesimo emblema di questa disumanizzazione. Non è un incidente isolato, ma l'applicazione pratica della logica dell’ “Unchilding”: l’infanzia a Gaza è stata cancellata in anticipo, il movimento dei minori reinterpretato come una minaccia, trasformati, nell'ideologia che guida l'occupazione, da bambini e bambine a "terroristi potenziali", "bersagli legittimi" la cui morte viene normalizzata.
Il 26% delle persone uccise a Gaza durante il genocidio sono proprio bambini e bambine. È la logica estrema che consente di giustificare l'ingiustificabile.
Ogni aspetto di questa crisi agisce in simultanea. Non sono danni collaterali, ma strumenti di una pressione insopportabile. Insieme alle bombe, compongono il quadro completo di quella "strategia dell'invisibilità" che mira non solo a punire, ma a costringere una popolazione allo stremo, a normalizzarne la sofferenza finché il mondo non “smette di guardare”.
Un rapporto dell'UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) stima che ricostruire Gaza costerà almeno 70 miliardi di dollari e richiederà più di 70 anni. È un'impresa resa necessaria dall’azzeramento quasi totale dell'economia locale e dalla distruzione di gran parte delle infrastrutture civili.
Il pericolo è che questa operazione, che dovrebbe restituire una vita dignitosa a 2,3 milioni di persone, si trasformi in un "business senza scrupoli".
Come documenta il rapporto della relatrice speciale ONU Francesca Albanese, esiste infatti una vera e propria "economia del genocidio".
Le stesse corporation internazionali che forniscono armi, tecnologia di sorveglianza e macchinari all'esercito israeliano: "Lockheed Martin", "Caterpillar", "Elbit Systems", "HP" (per citarne alcune), sono anche posizionate per trarre profitto dalla fase della ricostruzione. Sono gli "stessi attori" che hanno contribuito materialmente alla devastazione, a vario titolo, a guardare ora a un mercato da 70 miliardi.
Si rischia così di chiudere un cerchio perverso: si guadagna sulla distruzione e si guadagnerà sulla ricostruzione, normalizzando un ciclo di violenza e affari.
Ricostruire case su un regime di oppressione non crea pace, ma un nuovo inferno.
Il "piano di pace" attualmente in discussione, addirittura approvato dall'ONU, rimane volutamente vago sulla prospettiva di uno Stato Palestinese sovrano. Lo stesso Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito la sua "opposizione a uno Stato palestinese". Il piano si concentra infatti sulla sicurezza e sulla ricostruzione materiale, ma senza un radicale cambio di paradigma politico, ogni sforzo di ricostruzione è inutile.
Richiede il riconoscimento e la fine del "sistema di apartheid" che Israele impone ai e alle palestinesi per mantenere un dominio sistematico. Questo sistema si basa sulla "frammentazione" del popolo palestinese, sull’"esproprio" di terre, sulla "segregazione", sul "controllo" della vita quotidiana e sulla "privazione" dei diritti economici e sociali. Tutti strumenti che la macchina coloniale israeliana porta avanti da quasi 80 anni.
L'unica ricostruzione duratura è quella politica: il pieno diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese, la fine dell'occupazione e dello stato di apartheid, e il rispetto del diritto al ritorno.
Finché i "fari" della comunità internazionale continueranno a distogliere lo sguardo da questa verità scomoda, preferendo parlare di aiuti e cantieri piuttosto che di diritti e libertà, la "strategia dell'invisibilità" avrà vinto, e con essa, anche la pulizia etnica.
Distogliere lo sguardo significherebbe completare la "strategia dell'invisibilità", permettendo che la normalizzazione dell'orrore si trasformi nella normalizzazione del business sulle sue macerie. Significherebbe accettare che la pace sia un affare tra distruttori e ricostruttori, anziché un diritto fondato sulla giustizia.
Tenere accesi i riflettori è un atto di resistenza: è uno dei modi per rompere questo cerchio perverso, per opporsi alla trasformazione di un genocidio in un'opportunità economica, e per ricordare al mondo che la vera ricostruzione inizia solo quando si spegne l'ultimo riflettore dell'apartheid, e non l'ultimo riflettore della verità.