
Il governo parla di de‑escalation e diritto internazionale, ma potenzia le basi NATO, firma risoluzioni pro‑USA e trasforma Sicilia e Friuli nel retrofronte dell’Operazione ‘Epic Fury’
Di Francesco Ciotti
Il Medio Oriente è in fiamme più che mai. L’inizio dell’operazione militare “Epic Fury” contro l’Iran, in aperta violazione del diritto internazionale, ha inaugurato un conflitto che sta avendo ripercussione globali e che rischia questa volta di gettare nel caos il mondo intero.
L’Italia, ancora una volta, a parole prende una “non posizione” ipocrita, meditando attentamente i pubblici discorsi in modo da non scomodare l’alleato d’oltreoceano.
La nostra premier Giorgia Meloni ha dichiarato che l'Italia “non prende parte e non intende prendere parte” agli attacchi USA-israeliani contro l'Iran. Parlando in Parlamento, ha descritto il conflitto come una delle crisi internazionali più gravi degli ultimi decenni e ha indicato che l'escalation riflette una più ampia “crisi del diritto internazionale”. Ha poi aggiunto che l'Iran non può dotarsi dell'arma atomica e sul Podcast Pulp di Fedez per un attimo getta la maschera.
“La mia domanda è: è più pericolosa una guerra oggi per impedire all’Iran di avere una bomba nucleare o è più pericoloso che il regime degli ayatollah possa attaccarmi domani con una bomba nucleare?”, afferma la premier, svelando la velata velenosa posizione pro guerra, contro il diritto internazionale e contro la nostra costituzione.
Giorgia Meloni dimentica che il giorno prima degli attacchi, Il ministro dell’Oman Badr al‑Busaidi, aveva dichiarato che durante i negoziati di Ginevra “l’Iran ha accettato di non accumulare mai uranio arricchito”, parlando di “zero stockpiling, zero accumulation” di materiale che possa servire a costruire una bomba.
Un attacco a tradimento che si ha distrutto forse in modo irreversibile quella diplomazia rivendica di voler difendere.

Ma la compagine di governa ci tranquillizza. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito più volte che “l'Italia non è in guerra con nessuno e non sarà in guerra con nessuno”. La riunione straordinaria dei 27 ministri UE del 1° marzo, Tajani ha indicato tre priorità per Roma: sostegno agli sforzi di de-escalation, sicurezza dei cittadini italiani e gestione delle conseguenze economiche del conflitto.
Il 5 marzo 2026 i ministri Tajani e Crosetto hanno riferito al Parlamento e l’Aula ha approvato la risoluzione di maggioranza con 102 voti favorevoli, 66 contrari e un’astensione. Il testo individua tre direttrici principali: il rafforzamento della presenza militare italiana nel Golfo con sistemi di difesa aerea e antimissilistica a tutela delle missioni e dei partner locali, il contributo allo sforzo europeo per proteggere gli Stati membri da minacce missilistiche e droni iraniani, e la conferma della disponibilità all’uso delle basi statunitensi in Italia nel quadro degli accordi bilaterali vigenti.
Nella guerra dunque, di fatto, ci siamo dentro fino al collo e le nostre basi sono state protagoniste di innumerevoli missioni statunitensi che rendono il nostro Paese un sempre più complice bersaglio di primo piano.
Negli ultimi giorni i voli dei droni strategici MQ‑4C Triton della US Navy basati a Sigonella si sono intensificati, con sortite che dal cielo di Sicilia raggiungono il Mediterraneo orientale e, dopo oltre 3.500 km di traversata, orbitano per ore di fronte alle coste iraniane. In almeno una missione, il Triton con matricola 169804 ha sorvolato a lungo il settore tra Bushehr e l’isola di Kharg, cuore nucleare ed energetico dell’Iran, prima di rientrare in serata a Sigonella.

Tradizionalmente, quando Washington vuole una copertura persistente sullo Stretto di Hormuz e sul Golfo dell’Oman, dispiega i Triton in basi avanzate negli Emirati, in particolare ad Abu Dhabi, da cui garantisce un “ponte ISR” continuo sul Nord dell’Oceano Indiano. Il fatto che ora missioni di questo tipo vengano lanciate direttamente dalla Sicilia indica un possibile riposizionamento temporaneo della postura ISR statunitense: più distanza dal fronte, più sicurezza politica e fisica per le infrastrutture, ma con piattaforme capaci di colmare quel vuoto grazie ad autonomia, quota operativa e sensori di fascia strategica.
La sortita più rivelatrice è quella che ha visto operare in tandem un Triton e un Boeing P‑8A Poseidon, entrambi della US Navy, su un arco che va dall’Arabia Saudita orientale alla costa iraniana. Secondo i tracciati open‑source, il P‑8A – probabilmente decollato da una base del Golfo – ha volato a distanza di sicurezza, restando su territorio saudita nell’area di Hafr al‑Batin, mentre il Triton spingeva il suo “occhio elettronico” fino alle acque prospicienti Bushehr, con orbite serrate molto vicino alla linea costiera.
Bushehr ospita una centrale nucleare e importanti infrastrutture navali delle Guardie Rivoluzionarie, mentre poche decine di miglia più a largo si trova l’isola di Kharg, terminal principale per l’export petrolifero iraniano. È in questo contesto che fonti statunitensi hanno iniziato a ventilare scenari che includono il sequestro o la neutralizzazione di Kharg, un’operazione che taglierebbe drasticamente la capacità di esportazione del greggio iraniano e offrirebbe agli USA un punto d’appoggio nel nord del Golfo Persico.
La missione Triton–Poseidon sembra funzionale a tre obiettivi: mappare con precisione l’attività navale e missilistica iraniana lungo la costa, studiare le vie d’accesso marittime a Kharg e costruire un quadro ISR aggiornato per l’eventuale protezione – o ingaggio – del gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln, che opera tra il Mar Arabico e il Golfo dell’Oman. In questo scenario, Sigonella è il “back office” remoto di una campagna di sorveglianza ad altissima intensità su uno dei choke‑point energetici più sensibili al mondo.
Sigonella è oggi uno degli hub principali dell’Alliance Ground Surveillance della NATO e il nodo MUOS di Niscemi è parte integrante del sistema satellitare che connette droni, navi, aerei e forze a terra statunitensi a livello globale.
L’intensificarsi delle missioni Triton dalla Sicilia verso il Levante e il Golfo, confermato da siti di tracking e da analisti specializzati, dimostra che gli Stati Uniti stanno già sfruttando in modo esteso la rete di basi in Italia per sostenere la campagna ISR contro l’Iran. È un uso che il governo Meloni definisce “logistico” e coerente con i trattati bilaterali, ma che nella pratica fornisce agli USA quella “copertura sensoriale” di lungo raggio senza la quale raid aerei, operazioni navali e pianificazione degli attacchi sarebbero molto più rischiosi

La farsa dello stop di utilizzo della base siciliana per gli Usa
È notizia di poche ore fa che l’Italia avrebbe quindi negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base siciliana per un piano piano di volo che prevedeva l’atterraggio di alcuni velivoli Usa. Nei giorni scorsi, il Capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, sarebbe stato messo al corrente della situazione quando gli aerei erano già in volo. A quel punto, Portolano avrebbe informato il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Le verifiche successive avrebbero escluso che si trattasse di normali voli logistici, evidenziando come tali operazioni non rientrino negli accordi bilaterali tra Roma e Washington. Su mandato del ministro, il Capo di Stato maggiore avrebbe quindi comunicato al comando statunitense il diniego all’atterraggio a Sigonella, motivato dall’assenza di autorizzazione e di un confronto preventivo con le autorità italiane.
Una notizia che ha avuto una gran risonanza mediatica, salvo constatare che mentre la Spagna ha negato in toto il proprio spazio aereo ai velivoli militari americani diretti verso l’Iran, gli Stati Uniti continuano a utilizzare la base italiana di Aviano. Secondo Il Fatto Quotidiano, sarebbero stati registrati almeno cinque voli del cargo strategico Lockheed C-5M Super Galaxy nella settimana precedente all’attacco all’Iran e fino al 3 marzo. Il velivolo, il più grande in dotazione all’US Air Force per il trasporto di mezzi ed equipaggiamento, è stato inoltre tracciato anche presso la base britannica di Fairford, dove sono stati schierati bombardieri B-1B.
A confermare l’indiscutibile postura prona del nostro Paese alle esigenze belliche Usa ci sono le operazioni di intelligence delle ultime ore partite – guarda caso – proprio dalla solita base di Sigonella.
Mentre Trump lanciava ultimatum nucleari, minacciando di far scomparire una civiltà intera, un Northrop Grumman MQ-4C Triton della Marina statunitense (Callsign VVPE804 , immatricolazione 169804), un drone HALE (High Altitude Long Endurance) progettato per la sorveglianza marittima a lunghissimo raggio, partiva dalla base siciliana per entrare nello spazio aereo internazionale sul Golfo Persico.
Una volta raggiunta la sua destinazione, VVPE804 ha iniziato a tracciare una serie di orbite strette e prolungate (visibili nell'inserto dettagliato in basso a sinistra) proprio al largo della costa dell'isola di Kharg, di fronte alla città costiera iraniana di Bushehr. Si tratta del "polmone" energetico del Paese che funge da principale terminale marittimo iraniano, gestendo il 90% greggio destinato all'esportazione. Una ricognizione che doveva misurare le potenzialità di un attacco e di una potenziale invasione di terra per la quale il nostro Paese sarebbe stato direttamente coinvolto.
Ebbene si, l’Italia resta un avamposto avanzato delle guerre made in USA e non c’è ipocrita rassicurazione di questo governo che tenga.
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