
Quando la rivolta diventa “contestazione radicale dell’assetto autoritario”, un femminismo strutturato che mette in discussione l’ordine del sistema
Di Karim El Sadi e Mirko Felas
“Negli ultimi mesi la situazione in Iran non può essere ricondotta a una semplice sequenza di proteste episodiche, siamo di fronte a una crisi strutturale del rapporto tra Stato e società”. A sottolinearlo è Marina Misaghi Nejad, antropologa e attivista italo-iraniana intervistata da Our Voice, secondo la quale le mobilitazioni attuali si inseriscono all’interno di “una lunga traiettoria di conflitto che attraversa il paese da almeno due decenni” e che ha conosciuto una forte intensificazione a partire dalle rivolte del 2019 e del 2022. Il riemergere delle proteste è strettamente dovuto all’intreccio tra il peggioramento delle condizioni materiali di vita, segnate da inflazione e impoverimento, e una contestazione politica sempre più radicale dell’assetto autoritario della Repubblica islamica.
“Si tratta di una repressione sistematica e deliberata”, afferma Misaghi Nejad, evidenziando l’affiancamento tra rivendicazioni economiche, salari che non tengono il passo con l’inflazione e l’impatto delle sanzioni, e richieste politiche precise: “la volontà della fine della repressione, la libertà di espressione e di organizzazione e l’abolizione della polizia morale e una riforma radicale del sistema giudiziario”. Un nuovo elemento, sottolinea, è la diffusione delle proteste anche nelle province e nelle aree periferiche del Paese.
Al centro della mobilitazione il motto “Donna, vita, libertà”, viene definito “una pratica politica, la comunicazione di una lunga genealogia di lotte contro il patriarcato, l’autoritarismo, la violenza di Stato”, spiega, ricordando l'importanza del movimento femminista iraniano e della resistenza delle compagne curde. Secondo l'antropologa, il motto è soprattutto un’espressione capace di unificare diverse rivendicazioni in una “grammatica politica condivisa”, fondata su un approccio intersezionale e sul protagonismo delle donne: “le donne, le persone queer e trans marginalizzate, in questo momento stanno facendo la differenza nella narrazione della rivolta”.
Uno sguardo critico viene riservato anche alla narrazione occidentale delle proteste, “in Occidente ci dimentichiamo che i popoli hanno la possibilità di contraddirsi”, osserva Misaghi Nejad, denunciando il rischio di proiettare sull’Iran simbolismi estranei alle istanze reali della popolazione. In particolare, definisce “estremamente problematico” l’uso di bandiere di Stati Uniti e Israele nelle piazze occidentali, volenterosi di esporsi come “gli emblemi della liberazione del popolo iraniano”, perché vengono sovrapposte alle lotte interne delle agende geopolitiche esterne al contesto.
“La richiesta di un intervento esterno appare tragicomica, Donald Trump non ha alcun interesse del benessere degli iraniani”.
Un riferimento che l’attivista collega all’esperienza venezuelana, ricordando come il tycoon, in seguito all'attacco a Caracas, abbia parlato di “petrolio” più che di democrazia. “Oggi vedere queste piazze invocare Trump a me terrorizza abbastanza”, aggiunge, sottolineando come le voci più rumorose non rappresentino la totalità dell’opposizione iraniana, “una solidarietà reale, se vuole essere utile, deve partire dalle voci iraniane”.
Dalle parole di Marina, emerge con forza il legame tra le proteste iraniane e l’esperienza del Rojava : “il femminismo del Rojava si è distinto perché è un femminismo strutturale, che ha di fatto ricostruito un’intera organizzazione della società”, sottolinea Marina, descrivendo un progetto politico che mette in discussione patriarcato, gerarchie statali e violenza sistemica. In questo senso, l’attacco all’autonomia di Kobane e del Rojava non riguarda solo l'aspetto territoriale, ma “un progetto che ha messo in discussione l’ordine del sistema”. Un modello di resistenza che, rappresentando una minaccia per gli assetti autoritari e maschilisti, ha scatenato “un tentativo di cancellare uno spazio politico conquistato dal basso in modo autonomo e organizzato”
L'attivista conclude il suo intervento confessando “un momento di grande solitudine, enorme diffidenza e molta paura”, contesto in cui la rete diventa uno spazio fondamentale di ricomposizione: “è una pratica restauratrice quella di andare a cercare le persone che in qualche modo parlano la tua stessa lingua”. Nella sottile frammentazione della diaspora iraniana, la pluralità di voci non deve diventare isolamento né terreno di radicalizzazione, ma restare uno spazio aperto di confronto e resistenza.