
Non è un’estate storta: è un copione che si ripete. La Patagonia brucia e la spiegazione “è solo il clima” è la scorciatoia più comoda. Perché quando gli incendi diventano ricorrenti, fuori scala e sistematici, smettono di essere una disgrazia: assomigliano a un modello. E in un modello come questo, qualcuno decide, qualcuno guadagna e qualcuno perde tutto.
Di Dario Cirillo, Sole e Patricia Aboal
Incendi fuori scala e foreste che spariscono dalla mappa
In Patagonia gli incendi non sono più “un’emergenza stagionale”: sono diventati un fatto strutturale, un nuovo “clima operativo” che riscrive ogni estate le stesse scene—ma con un perimetro più grande, un vento più cattivo e una capacità di risposta sempre più sotto pressione.
Il punto investigativo da cui partire è brutale: non stiamo assistendo a un incidente, ma a un sistema che produce incidenti in serie. La combinazione è nota—caldo anomalo, siccità, vento, fulmini, vegetazione secca come carta—ma ciò che fa la differenza è la frequenza: il fuoco non arriva, brucia e finisce. Arriva, brucia, si riaccende, riparte. E intanto i confini dell’incendio si trasformano in confini sociali: strade chiuse, evacuazioni, corridoi d’emergenza, territori “a rischio” dove si vive sospesi.
Il simbolo di questa crisi è Parque Nacional Los Alerces: foreste rare, alberi antichi, un’area che dovrebbe essere sinonimo di protezione e che invece, nel racconto degli ultimi mesi, è diventata sinonimo di vulnerabilità. Il paradosso è che qui non si gioca solo una partita ambientale: si gioca una partita di sovranità del territorio. Se un parco protetto può bruciare così, cosa resta fuori da quella linea? Quale spazio è davvero “difeso”?
E poi c’è il livello che non si può assolutamente ignorare: la gestione. Non basta dire “è colpa del clima” (anche quando il clima è davvero il moltiplicatore). L’inchiesta comincia quando si segue la traccia delle scelte: prevenzione fatta o non fatta, risorse disponibili, coordinamento, tempi di intervento, mezzi aerei, formazione, piani di gestione del combustibile. Qui la cronaca recente si è trasformata in accusa politica: secondo Reuters, le critiche pubbliche si sono concentrate anche su tagli e sottofinanziamento, nel momento esatto in cui la Patagonia avrebbe bisogno dell’opposto: continuità, presenza, capacità di anticipare.
Nel frattempo la foresta scompare non solo in ettari, ma in qualità ecologica: bruciano boschi nativi che impiegano decenni a ricostruirsi. La cenere non è una metafora: è un cambio di stato del territorio. E il paesaggio, dopo il passaggio del fuoco, non torna “com’era”: torna più fragile, più aperto all’invasione di specie opportuniste, più pronto a bruciare di nuovo.
Questa è la vergogna: la devastazione non è più un evento straordinario. È una traiettoria. E quando una traiettoria si ripete, non è più solo tragedia: è responsabilità.
Vita delle comunità: sopravvivere nel fumo, nella paura e nella frattura sociale
Per percepire veramente la realtà, devi toglierla dalla cartina geografica e metterla in cucina, in camera da letto, in macchina, nelle scuole. Gli incendi in Patagonia non sono solo “boschi”: sono quotidianità colonizzate dall’allerta.
Si vive con l’aria che punge, con le finestre chiuse anche quando fa caldo, con la cenere che entra ovunque. Si vive con una borsa pronta—documenti, medicine, caricabatterie—perché la normalità è diventata una condizione revocabile. In molte località il ritmo non lo dà più il lavoro: lo dà il vento. Quando cambia il vento, cambia la giornata.
Le cronache sul campo di El País raccontano esattamente questo: comunità che non “aspettano” l’incendio, ma vivono dentro l’incendio, con la percezione che basti poco perché il fuoco si chiuda addosso a un paese. L’allerta non è un avviso: è un modo di abitare.
Poi c’è la questione che spesso resta sottotraccia: chi combatte davvero il fuoco quando il fuoco arriva vicino alle case. Le forze ufficiali ci sono, ma la realtà descritta da AP (Associated Press) è quella di un contesto operativo durissimo: vento, siccità, fiamme che saltano, fronti che cambiano. In questo vuoto, quando le persone sentono che le risorse non bastano, nascono brigate spontanee, gruppi di vicinato, volontari che fanno quello che possono. È solidarietà, sì. Ma è anche una fotografia impietosa: il confine tra aiuto e rischio di perdere altre vite diventa sottile.
E l’incendio non distrugge solo case o alberi. Distrugge economia locale. Il turismo si ferma, le attività chiudono, le stagioni saltano. Una comunità che vive di accoglienza, quando viene associata a fumo e pericolo, perde prenotazioni, reddito, futuro. E quando il fuoco passa, spesso resta una seconda emergenza, più lenta e meno raccontata: ricostruire senza soldi, senza strumenti, con un territorio che non è più lo stesso.
Infine, c’è la frattura sociale: nei disastri, la verità è fragile e i “colpevoli” diventano un bisogno emotivo. Ma il bisogno emotivo può diventare propaganda. Qui entra in gioco Chequeado: quando si diffondono accuse non verificate o bersagli mediatici comodi, la comunità si spacca. E una comunità spaccata è più vulnerabile: collabora meno, si fida meno, reagisce peggio.
Questa è la devastazione umana: non solo perdita materiale, ma perdita di coesione. E quando perdi coesione, perdi anche la capacità di difenderti dal prossimo incendio.

“Pini canadesi”: il ciclo perverso che alimenta fuoco e cancella biodiversità locale
Qui la tua inchiesta deve essere netta: non basta raccontare che “il clima peggiora”. Bisogna mostrare come alcune scelte passate hanno preparato il terreno a un futuro più infiammabile e più povero di biodiversità. La storia dei “pini canadesi” (conifere esotiche) introdotte e coltivate in diverse aree è esattamente questo: un capitolo in cui l’ecologia incontra l’economia e presenta un conto salatissimo.
Il punto centrale non è “questi pini bruciano”. Il punto è più grave: in molti contesti le conifere esotiche possono aumentare intensità e velocità degli incendi (per struttura della vegetazione, accumulo di lettiera secca, continuità verticale verso le chiome), e poi—dopo il passaggio del fuoco—possono diventare vincitrici del post-incendio.
Un pezzo investigativo funziona quando segue la logica del vantaggio: chi guadagna dal disastro? In natura, spesso, guadagnano le specie che colonizzano in fretta. Alcuni reportage hanno descritto proprio questo: l’incendio apre spazio, il suolo disturbato diventa terreno di conquista, e i pini esotici avanzano a scapito del bosco nativo. Non è teoria: è osservazione sul campo e discussione scientifica. L’impatto delle specie esotiche e dei pini introdotti in Patagonia è stato affrontato anche da CONICET e in letteratura scientifica: non come slogan, ma come problema di gestione del territorio.
Il risultato è un ciclo che somiglia a una trappola:
brucia il bosco nativo (lento a rigenerarsi);
restano aree aperte e vulnerabili; le esotiche colonizzano più rapidamente; il nuovo mosaico vegetale può aumentare il rischio di futuri incendi; il paesaggio si sposta, incendio dopo incendio, verso una biodiversità più povera.
È qui che la parola “vergogna” si aggancia ai fatti: perché questo non è solo un incendio. È un processo di semplificazione ecologica. Un territorio che diventa meno ricco di specie diventa spesso anche meno resiliente. E quindi più fragile. E quindi più incendiabile.
A rendere il quadro ancora più inquietante è che, mentre il bosco nativo impiega tempi lunghi per riprendersi, le dinamiche economiche e politiche lavorano su tempi brevi: emergenza, intervento, foto, dichiarazioni, poi calo dell’attenzione. E intanto il paesaggio “post-incendio” si consolida. Anche NASA, attraverso materiali divulgativi e osservazioni satellitari, ha dato visibilità al rischio su foreste rare: utile perché toglie la scusa del “non lo sapevamo”. Lo si vede, letteralmente, dallo spazio.
Questa è la devastante realtà: ogni giorno che passa senza gestione e prevenzione non è neutro. È un giorno in cui il territorio diventa più predisposto a bruciare e meno capace di rigenerarsi. È un giorno in cui la perdita non è solo di alberi, ma di futuro.

Politiche Governative cotraddittorie e colpevoli
L’Argentina attraversa attualmente una fase politica che può essere interpretata come un processo di riorientamento radicale delle priorità statali, nel quale la tutela del territorio e dei beni comuni appare subordinata a un progetto economico di matrice estrattivista. In tale quadro, ecosistemi forestali, ghiacciai, comunità indigene e persino i corpi deputati alla gestione delle emergenze ambientali risultano esposti a una progressiva marginalizzazione, come se l’ambiente fosse concepito non quale fondamento materiale della riproduzione sociale ed economica del Paese, bensì come un vincolo da rimuovere.
Parallelamente, il governo ha promosso iniziative normative volte alla deregolamentazione delle pratiche di bruciatura cosiddetta “controllata”, introducendo meccanismi di silenzio-assenso che, di fatto, riducono la capacità preventiva dell’autorità pubblica. In un contesto già segnato da incendi ricorrenti — spesso di origine dolosa — nelle zone umide, nelle pampas e nei boschi nativi, tali misure rischiano di tradursi in un incentivo strutturale all’uso del fuoco come strumento di trasformazione fondiaria e di valorizzazione economica del suolo.
All’interno di tale cornice politico-economica, le comunità indigene e rurali tendono a essere rappresentate non come soggetti titolari di diritti collettivi, bensì come fattori di intralcio rispetto all’attuazione del modello di sviluppo dominante. I territori da esse abitati coincidono frequentemente con aree ad alta concentrazione di risorse strategiche — boschi, bacini idrici, giacimenti minerari — e la loro presenza viene pertanto interpretata, in chiave proprietaria ed estrattiva, come un ostacolo alla piena disponibilità economica di tali spazi.
Il processo di riorganizzazione istituzionale avviato dall’amministrazione Milei ha comportato un significativo ridimensionamento dell’architettura pubblica deputata alla tutela ambientale. In particolare, il Ministero dell’Ambiente è stato sostanzialmente depotenziato e il bilancio destinato alle politiche ambientali ha subito riduzioni di entità considerevole, con tagli che, secondo diverse ricostruzioni, superano l’80% in alcuni organismi competenti in materia di foreste native, gestione degli incendi ed energie rinnovabili. Tali interventi incidono in modo diretto sulla capacità dello Stato di prevenire, monitorare e contrastare fenomeni quali la deforestazione e gli incendi su larga scala.
Inoltre, la politica climatica nazionale ha conosciuto un declassamento nell’agenda governativa. Sebbene gli impegni internazionali assunti dall’Argentina — inclusa l’adesione all’Accordo di Parigi — rimangano formalmente invariati, l’orientamento delle politiche pubbliche privilegia attualmente l’espansione dei combustibili fossili e delle attività estrattive rispetto alla conservazione degli ecosistemi e alla riduzione delle emissioni climalteranti. Si determina così uno scarto tra il piano degli obblighi internazionali e quello delle scelte operative interne.
L’attuale orientamento di politica pubblica ha comportato l’eliminazione o la drastica riduzione di strumenti finanziari centrali, tra cui il Fondo Nazionale per l’Arricchimento e la Conservazione dei Boschi Nativi, istituito per sostenere le province nell’attuazione delle misure di tutela forestale previste dalla normativa vigente. Il ridimensionamento di tale fondo solleva rilevanti preoccupazioni circa la capacità effettiva delle autorità subnazionali di prevenire e contrastare i processi di deforestazione, con il rischio di una loro accelerazione.
Altresì, sono state avanzate proposte di revisione della Legge sulle Foreste in senso deregolatorio, volte a semplificare e velocizzare le procedure autorizzative relative al disboscamento e allo sfruttamento forestale anche in aree precedentemente soggette a maggiori livelli di protezione. Secondo numerosi giuristi e studiosi di diritto ambientale, tali modifiche configurerebbero un significativo arretramento degli standard di tutela, incidendo sui principi di precauzione e di non regressione ambientale consolidati nella giurisprudenza e nella dottrina contemporanee.
In un Paese già segnato da fenomeni ricorrenti di deforestazione e incendi, l’indebolimento degli strumenti giuridici e finanziari di contenimento del disboscamento non rappresenta soltanto una scelta amministrativa controversa, ma una ridefinizione sostanziale del modello di sviluppo, che assegna priorità all’espansione delle attività estrattive e agro-industriali rispetto alla tutela del patrimonio naturale e alla sostenibilità intergenerazionale.
L’approvazione della cosiddetta Ley Bases ha introdotto il Regime di Incentivo per i Grandi Investimenti (RIGI), un dispositivo normativo volto ad attrarre capitali attraverso la concessione di ampie agevolazioni fiscali, stabilità regolatoria prolungata e ulteriori benefici a favore di megaprogetti nei settori minerario, energetico, degli idrocarburi, della forestazione e in altri ambiti caratterizzati da elevata intensità nell’uso delle risorse naturali. La configurazione del regime ha suscitato un ampio dibattito pubblico, in particolare per la limitata previsione di condizioni stringenti in materia ambientale e di obblighi socio-territoriali proporzionati all’entità dei benefici concessi.
L’esecutivo ha in aggiunta manifestato sostegno a nuove iniziative di espansione dell’attività mineraria e ha promosso o sostenuto proposte di revisione delle normative di tutela dei ghiacciai e delle aree di alta montagna, con l’obiettivo dichiarato di rendere operativi progetti localizzati in contesti ecologicamente fragili. Tali interventi incidono su ecosistemi strategici per la regolazione idrica e climatica, oltre che su territori abitati da comunità locali e indigene.
Gli incentivi previsti dal RIGI determinano inoltre una marcata asimmetria tra soggetti economici e potere pubblico: da un lato, grandi imprese beneficiarie di un quadro di stabilità normativa e vantaggi fiscali estesi; dall’altro, uno Stato che riduce i propri margini di intervento regolatorio, inclusa la capacità di imporre standard ambientali rigorosi e condizioni redistributive adeguate.
Foto © Arnas Goldberg
Vendita di terre a stranieri e perdita di sovranità territoriale
Attraverso il Decreto di Necessità e Urgenza (DNU) 70/2023, l’amministrazione Milei ha disposto l’abrogazione della Legge 26.737 sulle Terre Rurali, che stabiliva limiti alla titolarità straniera della superficie agricola nazionale, tra cui il tetto massimo del 15% a livello complessivo e ulteriori restrizioni relative all’estensione per singolo proprietario, nonché vincoli specifici per aree di frontiera e zone prossime a corsi d’acqua. L’eliminazione di tali parametri normativi rappresenta una trasformazione sostanziale del regime giuridico della proprietà fondiaria rurale.
Il decreto interviene inoltre sui meccanismi di controllo istituzionale, riducendo il ruolo effettivo del Registro Nazionale delle Terre Rurali nel monitoraggio dei trasferimenti di proprietà, in particolare nei casi di acquisizione da parte di società a capitale estero o di ristrutturazioni societarie che comportino un mutamento nella composizione azionaria. Secondo numerosi osservatori, tra cui giuristi e organizzazioni sociali, tali modifiche configurano un arretramento in termini di sovranità territoriale e di capacità regolatoria dello Stato rispetto ai processi di concentrazione fondiaria.
La deregolamentazione del mercato fondiario rurale a favore di capitali stranieri viene presentata dal governo come un intervento di liberalizzazione volto ad attrarre investimenti. Tuttavia, sotto il profilo dell’economia politica, essa può essere interpretata come una significativa riduzione degli strumenti pubblici di indirizzo e pianificazione dell’uso del suolo. In un contesto nazionale caratterizzato da storici conflitti legati alla distribuzione della terra, l’assenza di limiti alla concentrazione proprietaria rischia di intensificare dinamiche di esclusione, marginalizzazione delle comunità rurali e indigene e conflittualità territoriale.
Si consolida così un modello di “estrattivismo intensivo” orientato all’attrazione di investimenti esteri nel breve periodo — nei settori minerario, degli idrocarburi e dell’agroindustria — con effetti cumulativi su risorse idriche, qualità del suolo, salute pubblica e diritti delle comunità locali e dei popoli indigeni. Secondo un’ampia parte della letteratura critica, tale traiettoria risulta difficilmente compatibile con i principi di una transizione ecologica giusta e con gli obiettivi di equità propri della giustizia climatica, in quanto concentra benefici economici immediati e distribuisce costi ambientali e sociali nel medio-lungo periodo.
In chiave storica, tali riforme potrebbero essere interpretate non come un semplice ciclo di liberalizzazione economica, bensì come una fase di regressione rispetto ai livelli di tutela ambientale, sovranità territoriale e protezione dei diritti collettivi consolidati negli anni precedenti.
Un indicatore emblematico di questa tendenza è rappresentato dall’andamento delle risorse destinate al Servicio Nacional de Manejo del Fuego (SNMF). Nel bilancio 2026, i fondi assegnati risultano ridotti in termini reali di oltre il 70% rispetto all’esercizio precedente, attestandosi intorno ai 20.131 milioni di pesos. In prospettiva comparata, si tratta di una contrazione di circa il 69% rispetto al 2023 e superiore al 78% rispetto al 2025, livelli che non trovano precedenti nella storia recente delle politiche di gestione degli incendi forestali nel Paese.

Un progetto di Paese ipotecato
Il programma economico promosso dall’amministrazione Milei viene presentato come un’operazione di “sincerità” e razionalizzazione macroeconomica: valorizzare in tempi rapidi le risorse naturali disponibili al fine di ridurre l’indebitamento, correggere squilibri fiscali e rafforzare la credibilità del Paese nei confronti dei mercati internazionali. In tale impostazione, la monetizzazione accelerata del patrimonio naturale è concepita come leva per ristabilire stabilità finanziaria e attrarre investimenti.
Tuttavia, questa strategia tende a escludere dalla valutazione economica una serie di costi indiretti e differiti che non trovano immediata contabilizzazione nei bilanci pubblici: processi di desertificazione, riduzione e contaminazione delle risorse idriche, degrado e frammentazione degli ecosistemi, incremento delle isole di calore urbane, maggiore esposizione a incendi e inondazioni con conseguenti difficoltà di governance territoriale. Si tratta di esternalità ambientali e sociali che possono generare impatti cumulativi di lungo periodo, incidendo sulla qualità della vita e sulla resilienza complessiva del sistema socioeconomico.
La progressiva riduzione dei fondi ambientali, l’indebolimento delle politiche di prevenzione e gestione degli incendi, l’espansione di attività in aree glaciali e forestali strategiche configurano una trasformazione delle condizioni materiali di abitabilità del territorio. In tale prospettiva, la questione ambientale non può essere circoscritta a un ambito settoriale o “verde”, ma assume una dimensione trasversale che coinvolge salute pubblica, sicurezza, sovranità alimentare e stabilità economica di lungo periodo.
Il nodo centrale riguarda dunque la sostenibilità strutturale del modello proposto: un progetto di sviluppo che ipoteca il capitale naturale per ottenere benefici finanziari immediati rischia di compromettere le basi ecologiche e sociali su cui si fonda la prosperità futura del Paese.

Los señores de la tierra
Natura, estrattivismo e colonialità sono elementi che si intrecciano l’uno con l’altro. Tre concetti per analizzare la sottomissione della natura in una prospettiva critica e contemporanea, tre elementi funzionali del dispositivo coloniale.
In America Latina, l’estrattivismo rappresenta uno snodo centrale di questo modello. Si consolida con l’arrivo dei conquistadores europei e si radica come matrice economica e politica del dominio coloniale. Oggi si ripresenta sotto le sembianze di modello di sviluppo, legittimato dal linguaggio della crescita e del progresso, ma continua a produrre impoverimento, disuguaglianze e l’espulsione forzata di comunità rurali. Comunità spesso prive degli strumenti materiali e giuridici necessari per opporsi al potere egemonico dei grandi gruppi economici che controllano territori, risorse naturali e megaprogetti infrastrutturali, in particolare nel settore minerario.
Come scrive Eduardo Galeano ne Le vene aperte dell’America Latina: «I massacri perpetrati dalla miseria in America Latina sono segreti: su questi popoli abituati a soffrire a denti stretti, scoppiano ogni anno silenziosamente, senza fragore, tre bombe di Hiroshima. Questa violenza sistematica, invisibile ma reale, è in aumento: i suoi crimini non si leggono nella cronaca nera ma sulle statistiche della FAO».
I terreni agricoli sono fondamentali per la produzione alimentare, ma dalla crisi finanziaria del 2008 sono diventati una merce preziosa, con rendimenti di mercato superiori a quelli di cereali, oro o petrolio.
Tra i dieci maggiori proprietari terrieri transnazionali, tre operano in Argentina: si tratta dell’azienda forestale Arauco, con capitale cileno, che sfrutta 1,7 milioni di ettari lungo la costa argentina e in Cile, Brasile e Uruguay. Il gruppo Benetton, di proprietà italiana, gestisce 924.000 ettari nella sola Argentina. Infine, il gruppo Cresud, l’unica azienda argentina presente nella classifica, il cui azionista di maggioranza è Eduardo Elsztain, il maggiore imprenditore immobiliare del Paese e alleato della presidenza argentina. L’azienda di Elsztain è associata a fondi di investimento come BlackRock – uno dei principali detentori del debito argentino – e figura nella lista per il controllo delle terre in Brasile, attraverso Brasil Agro. In totale, l’azienda di Elsztain possiede 883.000 ettari.
La crisi globale del 2008 ha innescato un cambiamento nel quadro macroeconomico. La crisi bancaria ha portato all’emergere di nuovi attori nel settore finanziario che, con il calo della redditività di obbligazioni e azioni, si sono spostati verso investimenti in attività reali. I terreni sono di particolare interesse per questi investitori perché si apprezzano nel tempo, con rendimenti a lungo termine più elevati e una minore volatilità rispetto ad azioni e obbligazioni, in linea con le crisi climatiche, energetiche e alimentari.
Nel caso delle tre imprese transnazionali operanti in Argentina, lo sfruttamento del territorio implica il controllo e la gestione delle terre, sia per l’industria forestale, quanto per l’allevamento del bestiame che per l’affitto di terreni a fini agrozootecnici.
Il rapporto afferma che Arauco – controllata dal Gruppo Angelini – opera come un’azienda integrata con un modello di business basato sui prodotti derivati dal legno. Nel 2023, Arauco contava sette stabilimenti per la produzione di cellulosa, 28 stabilimenti per la produzione di pannelli e nove segherie. In Argentina, possedeva 264.000 ettari, inclusi 120.000 ettari di foresta nativa, che rappresentano il 27% del territorio di Misiones, una delle regioni con i più alti livelli di proprietà terriera straniera.
Nel caso della multinazionale Edizione, società di proprietà della famiglia italiana Benetton, il rapporto la identifica come il più grande proprietario terriero privato in Argentina dall’acquisizione di Compañía Tierras del Sud, nel 1991.
Per quanto riguarda Cresud/Brasil Agro, controllata da Elsztain insieme ad azionisti di minoranza come BlackRock, Dimensional Fund Advisors e Vanguard Group, il rapporto afferma che, del totale degli ettari in Argentina e nei Paesi limitrofi, 223.178 ettari sono utilizzati per colture, 167.431 per l’allevamento di bovini e ovini e 464.858 sono classificati come “riserve di terra” (principalmente foreste autoctone). Tuttavia, evidenzia la strategia prioritaria dell’impresa: “generare plusvalenze attraverso l’acquisizione, lo sviluppo, la gestione e la successiva vendita di terreni rurali”.
L’azienda di Elsztain ha registrato una crescita del 29% del suo patrimonio terriero negli ultimi tredici anni.
L’impatto della concentrazione della terra
La ricerca del FIAN evidenzia come questo modello di finanziarizzazione impone una forma di produzione che privilegia lo sviluppo tecnologico e la produzione su larga scala, con prezzi dei terreni in aumento. Ciò comporta, da un lato, l’esclusione dei piccoli produttori dalla concorrenza e, dall’altro, lo sgombero delle comunità rurali e delle popolazioni indigene.
Il rapporto aggiunge che l’accaparramento delle terre minaccia anche la biodiversità, contribuendo alla deforestazione, all’esaurimento delle risorse idriche e al degrado del suolo, delocalizzando al contempo le comunità che gestiscono in modo sostenibile fino all’80% della biodiversità mondiale rimanente.

L’impero Benetton, la storia di un’occupazione
Benetton si colloca all’estremità di una lunga catena di interessi affaristici e di appropriazione delle risorse naturali, avviata nell’ultimo quarto del XIX secolo. In quegli anni si consumò un vero e proprio genocidio, innescato dall’occupazione militare dei territori più meridionali del continente, con l’obiettivo di estendere i confini dello Stato nazionale argentino — allora in piena fase di consolidamento — e di ampliarne l’inserimento nel mercato mondiale delle materie prime.
L’avanzata militare comportò l’annientamento delle popolazioni originarie o la loro cattura e riduzione a manodopera a basso costo, impiegata sia nei campi appena conquistati sia nei servizi domestici delle aree urbane.
I pochi sopravvissuti furono sradicati dalle loro terre e dispersi lungo la frontiera della cordigliera andina. Tra i popoli colpiti vi erano anche i Mapuche, che abitavano un’ampia porzione del nord-ovest della Patagonia.
Finita la campagna nel 1885 (a seguito della sconfitta definitiva del capo locale Sayhueque) si iniziò il processo di ripartizione e sfruttamento delle terre che oggi formano parte delle province di Buenos Aires, il sud di Córdoba, San Luis e Mendoza, e quelle create a partire dalla conquista: Neuquén, Río Negro, Chubut e Santa Cruz.
Lo Stato argentino regalò gran parte di queste terre a più di cinquanta imprese inglesi che iniziavano a operare dentro il Paese, chiedendo che le colonizzassero. Solo a Chubut erano padroni di 2.300.000 ettari. Gran parte di esse furono amministrate con un fondo di investimento comune chiamato “Compagnia di Terre del Sud argentino”. In questo lontano Sud, Ramon Minieri racconta che la Compagnia, come di solito si nominava, «sfruttò queste terre durante quasi un secolo in condizioni eccezionalmente favorevoli; ha potuto produrre, importare, esportare e ottenere profitti, senza dover pagare per anni i diritti doganali né altri generi di tasse, o beneficiandosene, con cambi di moneta preferenziali e dazi ridotti». Passarono più di 130 anni e nessun governo toccò le basi strutturali di questo modello economico.
Nel 1975 l’impresa “Great Western”, che appartiene a proprietari terrieri della borghesia argentina, compra il pacchetto azionario della “Compagnia” e arriviamo così al 1991 quando, sotto il governo Menem, Luciano Benetton si appropria di queste terre.
Attraverso la holding internazionale del gruppo Benetton, Edizione, il magnate italiano compra per 50 milioni di dollari i quasi 900.000 ettari situati per il 98% nelle province di Santa Cruz, Chubut, Río Negro, Neuquén e Buenos Aires, dove si dedica per lo più alla produzione della lana, anche se ora c’è un nuovo mercato da sfruttare, cioè il petrolio, simbolizzato da un giacimento ove vi è pure disputa territoriale: quello di Vaca Muerta.

Cosa fare con i signori della terra?
Dopo aver individuato i principali proprietari terrieri transnazionali e documentato le conseguenze per la produzione e l’approvvigionamento alimentare, nonché la minaccia alla biodiversità, la FIAN raccomanda agli Stati di “promuovere la responsabilità aziendale e politiche fiscali e fondiarie redistributive”. Invita inoltre la FAO e le organizzazioni multilaterali a “migliorare il monitoraggio della disuguaglianza fondiaria utilizzando metodi partecipativi e basati sui diritti, concentrati sulle comunità emarginate”.
FIAN rivela il problema posto dalla mancanza di monitoraggio e trasparenza dei dati. Per arrivare alla classifica dei dieci proprietari terrieri transnazionali, il sistema utilizzato è stato un “rompicapo”, dato l’arduo compito di raccogliere informazioni da organismi internazionali, accademici, inchieste giornalistiche, piattaforme collaborative indipendenti come Land Matrix, e di comprovare le informazioni con report aziendali e siti web delle imprese stesse.
“A livello internazionale, non esiste un registro di coloro che possiedono la terra”, osserva la ricercatrice principale del rapporto. Aggiunge che i registri fondiari e i catasti, spesso supportati da istituzioni come la Banca Mondiale, forniscono registrazioni formali della proprietà, ma spesso non riescono a rilevare diritti di proprietà sovrapposti, consuetudinari o municipali.
I dati agricoli provengono dai censimenti nazionali, ma ciò che raccolgono sono le aziende agricole in base alle dimensioni; non danno priorità alla proprietà terriera, ovvero le loro caratteristiche vengono analizzate col metro delle aziende agricole. Le aziende agricole possono essere dello stesso proprietario, e questo non compare nei censimenti. Questo rende impossibile analizzare la concentrazione o la disuguaglianza fondiaria: le transnazionali proprietarie delle terre sono invisibili alle statistiche statali.
Per quanto riguarda il futuro, il rapporto FIAN propone approcci partecipativi che mettono al centro le comunità come produttori di dati chiave e integrano le loro prospettive: politiche fiscali progressive su terreni, proprietà e profitti aziendali coordinati su scala globale per far fronte all’evasione fiscale, ai flussi finanziari illeciti e all’estrazione di ricchezza dal Sud globale. Oltre alla promozione di politiche di proprietà redistributiva, tra cui riforme agrarie, per recuperare la terra dal controllo aziendale e finanziario, dando priorità all’accesso e all’uso della terra da parte di donne, giovani, popolazioni indigene e piccoli produttori di alimenti.
Per concludere questa lunga e documentata analisi della situazione in Patagonia è possibile affermare che chiamarla “emergenza” è già un modo per mentire: l’emergenza passa, qui invece si consolida. La Patagonia brucia dentro un meccanismo ripetuto e riconoscibile: il fuoco diventa strumento, opportunità, scorciatoia. Non è solo il clima che peggiora; è un sistema che, tra deregolamentazione, tagli, privatizzazioni mascherate da “efficienza” e incentivi a grandi investimenti senza vincoli commisurati ai danni, trasforma territori vivi in superfici sacrificabili. E quando la gestione viene depotenziata, quando la prevenzione viene trattata come un costo da ridurre, quando la sovranità territoriale viene svenduta in nome dell’attrazione di capitali, allora gli incendi smettono di essere un “problema” e diventano una funzione del modello.
Le comunità lo capiscono sulla pelle: la cenere non è un’immagine, è una presenza; l’allerta non è un episodio, è un’abitazione mentale. E mentre la frattura sociale viene alimentata da bersagli comodi e accuse utili a deviare la rabbia, le responsabilità reali restano protette: quelle di chi decide norme più permissive, di chi taglia risorse, di chi scommette sull’estrattivismo come unica idea di futuro, di chi tratta i boschi nativi, i ghiacciai e l’acqua come un bilancio da “monetizzare” invece che come la base della vita.
A questo punto l’indignazione non è un eccesso: è il minimo sindacale. Perché il vero scandalo non sono solo le fiamme, ma la normalizzazione delle fiamme e quella architettura politica ed economica che lo rende conveniente. E se la Patagonia può bruciare così, con questa sistematicità, con questa prevedibilità, allora la domanda non è più “come è successo?”, ma “chi lo sta permettendo, chi ci sta guadagnando, e soprattutto perché dovremmo accettarlo in silenzio?”.