
Il presidente del Tribunale di Palermo lancia l’allarme sulla riforma Nordio e sul referendum: «Non migliorerà i processi, ma indebolisce il Csm e gli organi di garanzia». E presenta “Mani legate” nelle redazioni di Scomodo a Roma e Milano il 10 e 13 marzo.
Di Jamil El Sadi
«Se passa questa riforma, la politica potrà condizionare in modo ancora più incisivo l’operato quotidiano di giudici e pubblici ministeri». Con queste parole, il presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, apre una riflessione sulla cosiddetta riforma Nordio e sul referendum che chiamerà i cittadini alle urne il 22 e il 23 marzo. Al centro del confronto non c’è, secondo Morosini, uno scontro tra governo e magistratura, ma la tenuta di uno dei pilastri della Costituzione del 1948: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. È su questo crinale che si misura, a suo avviso, la qualità della democrazia. Temi che Morosini ha approfondito anche nel suo ultimo libro, “Mani legate” (ed. PaperFirst), scritto con Antonella Mascali, e che saranno al centro di una doppia presentazione organizzata dalle redazioni di Scomodo a Roma e Milano, rispettivamente il 10 e il 13 marzo. Un’occasione di confronto pubblico che punta a coinvolgere soprattutto le giovani generazioni. Perché, ribadisce il presidente, parlare di riforma della giustizia significa parlare di diritti, garanzie e futuro democratico del Paese.
Presidente quali sono secondo lei i principali rischi che la cosiddetta riforma Nordio comporta per l’indipendenza e l’efficacia del sistema giudiziario italiano?
«Il rischio principale è che, se passa questa riforma, la politica possa maggiormente condizionare l’operato quotidiano di giudici e pubblici ministeri. Viene sostanzialmente smantellato l’organo previsto dai costituenti del ’48 per proteggere l’autonomia e l’indipendenza di tutti i magistrati, cioè il Consiglio Superiore della Magistratura. Il Csm viene depotenziato nelle competenze perché gli viene sottratta la competenza disciplinare, attribuita all’Alta Corte; viene diviso in due e composto, nella parte togata, da giudici e pubblici ministeri sorteggiati secondo il principio dell’“uno vale l’altro”. È un meccanismo insidioso anche dal punto di vista della legittimazione dell’istituzione giudiziaria. Molti cittadini potrebbero dire: “Se non siete in grado di eleggere i vostri rappresentanti negli organi di garanzia, ve li fate sorteggiare”. È un tema delicato, soprattutto in territori come la Sicilia, dove la fiducia nell’istituzione giudiziaria è fondamentale, penso agli imprenditori che denunciano le estorsioni e mettono la propria vita nelle mani del magistrato che raccoglie la loro denuncia».
Se i magistrati vengono rappresentati ogni giorno come qualcosa di negativo, come potranno i cittadini fare quella scelta di fiducia? E se i magistrati venissero sottoposti al controllo dell’esecutivo, come si potrebbero svolgere indagini nei confronti del potere? Penso alle grandi inchieste di questo Paese.
«Non a caso le grandi inchieste sul potere nascono all’inizio degli anni ’90, dopo la riforma voluta dall’eroe partigiano Giuliano Vassalli, che aveva previsto la polizia giudiziaria sotto le direttive del pubblico ministero. Un principio che oggi si preannuncia di voler rimettere in discussione. È evidente che l’autonomia dell’azione penale è un presupposto per indagare senza condizionamenti anche sui centri di potere».
Si è detto che la riforma mira a risolvere i problemi dei cittadini: velocità dei processi, certezza della pena, maggiore efficienza. È davvero così?
«Questa riforma non riguarda l’efficienza del servizio giustizia. I processi non si ridurranno, la loro durata non diminuirà neanche di un giorno. Questo vale per il penale ma anche per il civile, che coinvolge milioni di italiani: i tempi per un risarcimento o per il recupero di un credito resteranno gli stessi. Non offre risposte alla crisi carceraria e non affronta le novità della giustizia contemporanea, come l’irruzione dell’intelligenza artificiale nei meccanismi decisionali. Si interviene sull’assetto costituzionale, non sui problemi concreti».
Da presidente del Tribunale di Palermo, qual è oggi la vera criticità operativa del sistema?
«Penso, ad esempio, alla digitalizzazione del processo penale, che il governo ha tentato di avviare ma che incontra ancora molte difficoltà, anche per carenze di strumenti e infrastrutture. Ma anche la carenza di organico. Questi sono i veri nodi dell’operatività del sistema giustizia, e su questi la riforma è completamente silente».
Negli ultimi anni si è assistito a un clima crescente di attacchi politici e mediatici contro la magistratura. Questo influisce sulla fiducia dei cittadini?
«I magistrati hanno una responsabilità sociale e devono rendere conto delle loro decisioni attraverso la motivazione dei provvedimenti. La critica è legittima e fisiologica in democrazia. Tuttavia, troppo spesso non assistiamo a una critica nel merito ma a invettive. È un fenomeno che riguarda anche altri Paesi. Ricordo la sentenza di primo grado pronunciata a Parigi nei confronti di Marine Le Pen: un minuto dopo la lettura del dispositivo di condanna, senza che fossero noti i motivi, si scatenarono reazioni durissime da tutto il mondo. È un segno di quanto sia fragile il rispetto per la funzione giurisdizionale».
A livello internazionale si parla di una crisi degli organismi di garanzia e delle corti.
«Ci sono tre tendenze: l’indebolimento degli organismi multilaterali, come le Nazioni Unite, la crisi della libertà di informazione e la messa in discussione degli organi di garanzia, interni e internazionali. Le democrazie occidentali subiscono la concorrenza di autocrazie che decidono rapidamente, senza controlli. Ma nelle democrazie le decisioni devono rientrare nel rispetto della Costituzione e delle norme sovranazionali. Il controllo dell’esercizio del potere è il cuore dello Stato di diritto».
Perché scrivere “Mani legate” oggi?
«Con Antonella Mascali abbiamo studiato la riforma nell’estate scorsa per comprenderla e cercare di spiegarla con parole semplici. Abbiamo voluto offrire un punto di vista sui pericoli che, a nostro avviso, presenta. Parliamo di un pilastro della Costituzione del ’48: l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. È un’occasione per riattivare un confronto pubblico sul valore della Costituzione, sulle sue parti attuate e su quelle ancora da attuare».
Qual è l’importanza del referendum per i diritti civili e democratici?
«Non è un referendum pro o contro la magistratura o contro il governo. È un referendum sulla tenuta di organi di garanzia che proteggono la serenità di giudici e pubblici ministeri, cioè di coloro che tutelano i diritti di tutti. Spesso maggioranze politiche hanno adottato leggi poi risultate in contrasto con norme costituzionali o sovranazionali. In quei casi i giudici devono pronunciarsi. Non possono sottrarsi, altrimenti incorrerebbero in una denegata giustizia».
Cosa direbbe ai giovani che temono un restringimento degli spazi di dissenso?
«Direi di partecipare al confronto pubblico, di approfondire e di contribuire al dibattito, sempre nel rispetto delle regole e senza violenza. Questo referendum è un’occasione di confronto autentico tra sensibilità diverse. Vedo tanti giovani interessati perché sono temi che riguardano la democrazia. La Costituzione è la carta d’identità di un popolo, e i giovani devono riconoscersi in essa e battersi per il proprio punto di vista su questioni così fondamentali».