
Professori schedati dai propri alunni, la comunità docente denuncia l’ iniziativa di Azione Studentesca ribadendo che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
di Vanessa Zaccaria e Maria Cipriano
La scuola è nostra è lo slogan che si legge sui volantini comparsi sui muri di varie scuole italiane, dal Sud al Nord: il primo al liceo Leopardi Majorana di Pordenone, a cui se ne sono presto aggiunti altri.
Sui volantini, un QR Code rimanda ad un questionario online che chiede agli studenti e alle studentesse di rispondere ad una lista di domande sui problemi strutturali e sullo stato di sicurezza dei loro istituti scolastici.
Il volto dietro questo “rapporto nazionale sulle scuole”, come viene denominato dai suoi organizzatori, è il movimento studentesco di estrema destra, Azione Studentesca, legato a Gioventù Nazionale, la giovanile del Partito di Governo (Fratelli d’Italia), dove anche l’attuale Presidente del Consiglio aveva militato durante la sua giovinezza come responsabile nazionale del movimento.
A suscitare l’indignazione e la condanna della comunità docente sono due domande che compaiono, quasi nascoste, all’ interno del questionario, in cui si chiede agli studenti di segnalare la presenza in classe di docenti di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni e di descrivere uno dei casi più eclatanti.
La comunità docente ha denunciato duramente questa iniziativa, definendola una vera e propria schedatura del corpo docente in base all’ orientamento politico: una lista di proscrizione che induce gli studenti e le studentesse alla delazione, rievocando una pratica di stampo fascista tristemente comune nel ventennio, quando amici, familiari o conoscenti denunciavano alla polizia fascista coloro che non giuravano fedeltà e ubbidienza agli ideali del regime.
“Si chiede agli studenti, di fatto, di denunciare questi eventuali docenti di sinistra che vorrebbero fare loro il lavaggio del cervello. È una cosa grave, chiamiamola con il suo nome: è una lista di proscrizione da fascisti, da dittature, nelle quali l’articolo 21 della Costituzione, sulla libertà di opinione, e l’articolo 33 della Costituzione, sulla libertà di insegnamento. vengono cancellati, dimenticati.” Afferma Mirella Arcamone, docente di scienze umane.
I militanti di Azione Studentesca si difendono da queste accuse. In un’inchiesta di Report, condotta dal giornalista Giorgio Mottola, viene intervistata Agnese Gallinaci, esponente del movimento.
Gallinaci definisce il questionario un’iniziativa autonoma e indipendente, senza fini politici, che avrebbe come unica volontà quella di evitare che a scuola si faccia politica, tacciando i docenti di sinistra di propaganda e indottrinamento.
“Sostenere uno Stato antifascista non è propaganda politica. È seguire le regole e i dettami della Costituzione italiana, che è antifascista. Le loro risposte e le loro frasi sono soltanto ideologiche, non sono fondate da una razionalità e da un discorso razionale” è la risposta di un docente di Torino, alle accuse di propaganda.
A prendere le difese del movimento è anche la sottosegretaria all’ Istruzione e al Merito, Paola Frassinetti, che ha comunicato che il Ministero ha avviato i dovuti accertamenti, ma che si tratterebbe di “un’iniziativa autonoma promossa da alcuni studenti, che avrebbero fondato una sorta di sondaggio anonimo.”
La Sottosegretaria ha inoltre aggiunto che “non si tratterebbe di una schedatura, o di liste di prescrizione, stante l’anonimato.”
Nonostante le parole di Frassinetti sull’ anonimato, agli studenti è richiesto di accedere al questionario inserendo i loro dati anagrafici (nome e cognome), la classe frequentata e il nome dell’istituto.
Solo questi dati, in uno scenario distopico per la nostra Repubblica democratica, consentirebbero una mappatura del corpo docente sul territorio nazionale con idee di sinistra. In aggiunta, nella domanda aperta che chiede di illustrare i casi più eclatanti, si lascia libero arbitrio agli studenti e alle studentesse di dare un nome a quei docenti con idee di sinistra.
Su questo aspetto ha inoltre indagato la trasmissione di Report, riportando che il Regolamento Europeo GDPR, articolo 9, proibisce il trattamento di dati personali che rivelino opinioni politiche, salvo ipotesi eccezionali espressamente previste: una violazione che prevede sanzioni pecuniarie fino a 20 milioni di euro, o la reclusione fino a tre anni.
Tra i docenti non mancano i dubbi e le preoccupazioni sulla strumentalizzazione e la propaganda dietro l’azione della realtà studentesca. Ricordiamo che già esistono procedure per tutelare gli studenti da casi di plagio, come segnalazioni alla dirigente scolastica, ispezioni e richiami.
“Sarebbe interessante capire perché non c’è una domanda sull’ eventuale propaganda degli insegnanti di destra o di centro. È ovvio che ha un target, un obbiettivo preciso: sono gli insegnanti di sinistra.” Sottolinea la docente di scienze umane.
È inoltre inaccettabile l’idea, come ribadito dalla comunità docente, che la scuola non sia un luogo di politica. La scuola rimane uno spazio di confronto e dialogo, dove il pensiero libero, plurale e critico è tutelato dalla nostra Costituzione, insieme alla libertà di insegnamento sancita dall’ articolo 33 della nostra Costituzione: l’ arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
È impossibile interrogare il passato senza calarlo nel nostro presente. Escludendo dallo spazio educativo un dialogo eterogeneo sulle questioni attuali che condizionano la nostra contemporaneità, verrebbe meno la responsabilità della comunità educante di fornire agli studenti gli strumenti critici necessari per poter essere cittadini consapevoli e capaci di partecipare alla vita pubblica.
“Se penso alle attività di tipo storico-politico che riguardano la contemporaneità -parliamo di Palestina, Venezuela, Stati Uniti- questi sono i fatti che stanno accadendo e la scuola non può evitare di affrontarli. Non si può parlare della storia romana dimenticando la contemporaneità: hanno un’importanza notevole entrambe.
Interventi espliciti, ma anche meno espliciti e forti, del governo, che arrivano su docenti, su dirigenti scolastici, su collegi docenti che affrontano la quotidianità e la contemporaneità, dando ai ragazzi gli strumenti per studiare per capire. Ecco, interventi che arrivano dall’ alto, sanno tanto di censura.
È chiaro che nei docenti insorge una preoccupazione. Io faccio l’insegnante: non è necessario essere un eroe, a meno che non ci si trovi in dittatura.
Noi siamo una democrazia liberale, quindi questo clima che si sta appesantendo e che si sente- per cui bisogna avere quasi coraggio per parlare, per riflettere, pensare ascoltare un video, interpellare un giornalista, un rifugiato o organizzazioni come Amnesty international- è preoccupante”.
Mentre AVS e il PD annunciano un’interrogazione parlamentare sulla questione e il Ministro Valditara continua a tacere sull’ accaduto, non sono mancate le iniziative dal basso della comunità docente.
Docenti di varie regioni d’ Italia si sono espressi in solidarietà con i colleghi e le colleghe che hanno trovato affissi negli istituti i manifesti di Azione Studentesca. Sotto l’hashtag #schedatecitutti sono numerosi gli insegnanti e le insegnanti, che seguendo l’esempio del docente di lettere, Giorgio Peloso Zantaforni, hanno pubblicato dei loro video “autodenunciandosi” come docenti di sinistra.
“Non è una ragazzata”, ha affermato il docente Paolo Venti in un post.
“Azione Studentesca ha una precisa collocazione politica: i suoi interventi non sono ragazzate, sono precisi tentativi di spostare indietro i paletti che la democrazia ha fissato.”
Foto © Imagoeconomica