
A due giorni dal 34° anniversario della strage, sotto l’“Albero Falcone” la conferenza stampa delle realtà sociali promotrici del corteo popolare.
Di Vanessa Zaccaria
Nel 34° anniversario della strage di Capaci, la società civile di Palermo si è ritrovata sotto l’Albero Falcone.
A pochi giorni dal corteo del 23 maggio, la scelta del luogo non è stata casuale. Simbolo di una Palermo che riconosce le radici della propria memoria, in un Paese che spesso impone ai suoi figli e alle sue figlie l’oblio sulle stragi che hanno segnato una delle pagine più sanguinose della sua storia, sono proprio i giovani promotori e le giovani promotrici del corteo popolare del 23 maggio a negare il proprio consenso a questo oblio di Stato.
È la Palermo che non ha vissuto la mattanza mafiosa, che non ha visto la città blindarsi e la Sicilia trasformarsi in terra di sangue per la violenza stragista di Cosa Nostra, a costituire la base di un corteo di antimafia popolare e intersezionale che partirà sabato — lo stesso giorno della strage — dal Tribunale di Palermo. Un corteo a cui hanno aderito oltre quaranta realtà sociali, tra cui associazioni, sindacati, collettivi studenteschi, cittadine e cittadini. L’obiettivo è chiaro: riaffermare l’impegno contro ogni tentativo di riscrittura della storia; ribadire il bisogno di verità e giustizia sulle stragi, denunciando i depistaggi istituzionali ancora in corso nel nostro Paese e ogni forma di connivenza con il sistema politico, economico e mafioso.
“La memoria delle stragi non può e non deve essere un esercizio sterile di ricordo, ma deve sempre essere attualizzata al nostro presente”, afferma Marta Capaccioni di Our Voice. “Per questo motivo prendiamo fortemente le distanze da quella retorica di Stato che, nelle giornate del 23 maggio e del 19 luglio, decide di interessarsi improvvisamente della Sicilia e scende da Roma per ripulirsi la coscienza, raccontando una storia mistificante delle stragi e tacendo sulle complicità politiche e istituzionali emerse negli ultimi 30 anni di processi”. “Non accettiamo — aggiunge — che la memoria dei nostri martiri venga sporcata da chi, a nostro avviso, li tradisce ogni giorno nelle proprie attività istituzionali; da chi, invece di fare la lotta alla mafia e alla corruzione, fa la guerra alla magistratura”. Dito puntato sul ministro della Giustizia Carlo Nordio, “che in questi anni ha proposto riforme che favoriscono i colletti bianchi, ha tolto agli organi inquirenti strumenti d’indagine per combattere la corruzione, gli abusi di potere e le infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni e nella politica. Un ministro che voleva cambiare per sempre il volto della nostra democrazia, colpendo al cuore l’indipendenza della magistratura”. Dopo la vittoria schiacciante dello scorso marzo, prosegue Capaccioni, “non possiamo lasciare che quel vento di primavera che ci ha uniti, che ci ha ridato speranza ed entusiasmo, si assopisca. I nostri diritti e le nostre libertà sono da difendere e riconfermare ogni giorno. E tra questi diritti, sicuramente, c’è anche il diritto alla verità sulla storia del nostro Paese”.
Foto © Stefano Centofante/Our Voice
“Questo corteo ha ormai anche una storia”, ricorda Andrea La Torre di Attivamente. “È un corteo che negli anni è stato definito anti-corteo, controcorteo, corteo delle frange antagoniste. Ecco, non è più possibile definirlo così: questo è il corteo della società civile della città di Palermo.
Quando dicevamo di non condividere il 23 maggio con quei soggetti politici che hanno ceduto all’appoggio di persone condannate per mafia, era perché noi siamo incompatibili con l’ipocrisia che raggiunge livelli indicibili e che non può avere nulla a che fare con la memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo”, ha sottolineato.
Il momento di piazza non vuole ridursi a un esercizio liturgico, ma diventare una memoria viva che si muove sulle gambe di un’antimafia sociale capace di rispondere concretamente ai bisogni delle persone, ascoltando chi abita il territorio, per costruire politiche sociali che possano restituire dignità e diritti.
“Fare antimafia sul territorio vuol dire parlare di stabilità, di lavoro, di diritti sociali perché, di fatto, la mafia cresce e si sviluppa dove troviamo povertà, ricatto e precarietà; e si rafforza quando un giovane vede davanti a sé lavori sottopagati, contratti precari e anche quel sistema di appalti e subappalti al massimo ribasso. Quindi la lotta alla mafia che noi facciamo nei tribunali deve accompagnarsi necessariamente a riforme sociali che abbiano un impatto sul territorio. Questo significa tradurre realmente l’antimafia in antimafia sociale”, ribadisce Olga Giunta della Cgil Palermo.
“È importante anche andare a identificare nei grandi appalti un sistema debole di resistenza alla mafia. Ad oggi, in Sicilia, tutte le grandi opere e i grandi cantieri sono in mano alla mafia, dove chi riesce ad accedere all’appalto lo fa con lavoratori sottopagati, con appalti assegnati perché concessi dall’amico dell’amico”, afferma Francesco Amante di Udu Palermo, sottolineando la necessità di politiche strutturali che eliminino le logiche clientelari.
Uno dei temi cardine che ha contraddistinto le giornate assembleari del corteo, rispetto al passato, è stata la periferia.
Spesso oggetto di un racconto strumentale da parte delle istituzioni, che descrivono quartieri popolari come lo Zen, Brancaccio o Borgo Nuovo come luoghi segnati dal degrado, dalla povertà e dalla violenza. Una narrazione che omette le responsabilità politiche che hanno permesso a queste condizioni di proliferare nelle periferie, riducendo a un semplice titolo di cronaca la complessità delle storie dei giovani e delle famiglie che abitano quei quartieri, come ribadito da Ilaria Pezzano di Contrariamente.
“Dobbiamo avere anche il coraggio di guardare in faccia la realtà, a partire dalle strade della nostra città, Palermo. Esistono territori e quartieri che sono stati dimenticati e marginalizzati. Luoghi in cui il disagio sociale, la povertà economica e l’assenza di spazi aggregativi sono condizioni di normalità. Ed è proprio quando mancano opportunità, punti di riferimento e presenza istituzionale, che c’è chi è pronto a riempire quel vuoto, sottraendo ai giovani la libertà di scegliere il proprio futuro”. In questo contesto, dice, “la dispersione scolastica smette di essere un semplice dato statistico e diventa una vera e propria emergenza democratica. Ogni giovane che abbandona la scuola, ogni talento costretto a rinunciare agli studi per ragioni economiche o sociali, non è solo un fallimento collettivo: è un regalo inestimabile fatto a Cosa Nostra”.
Nella giornata che ricorda la strage di Capaci, la società civile del corteo del 23 maggio di Palermo è mossa dalla forte consapevolezza che la lotta alla mafia non appartiene soltanto agli anni delle stragi, ma è ancora attuale nel presente, finché non cesserà ogni tentativo di revisionismo storico e non saranno conquistate politiche sociali e di mutuo soccorso che tutelino lavoratori, famiglie e studenti dalle logiche di ricatto, compromesso e corruzione.
Il 23 maggio Palermo rinnova il suo impegno, affermano i promotori, perché “la memoria cammina sulle gambe di chi decide di non girarsi dall’altra parte: non è una parola vuota per passerelle politiche”.