
A Palermo la testimonianza di una dei 140 nipoti strappati dalla dittatura argentina e ritrovati dalle Abuelas de Plaza de Mayo
Di Our Voice
“Quando mi sequestrarono io avevo 2 anni, ma già parlavo. E sapevo il mio nome: Astrid. Quindi non potevano cancellarlo dalla mia memoria. Dovettero inventare una storia per nascondere la mia vera identità: sono figlia di desaparecidos”. A parlare è Astrid Patiño Carabelli, figlia di desaparecidos, appunto, che il 18 aprile a Palermo, negli spazi dell’Epyc, è stata protagonista di una iniziativa organizzata da Our Voice intitolata “Identità, memoria e giustizia”.
Circa 500 bambini rapiti in dittatura come bottini di guerra. Alcuni nati in carcere da madri incinta, altri sequestrati insieme ai genitori. Di questi 500 le Nonne di Plaza de Mayo, impegnate nella ricerca dei bambini strappati dal regime, ne hanno ritrovati 140. Astrid è una di loro. E come per tutti gli altri aveva un nome diverso: “Adriana”. Come da prassi, il regime affidava i “nietos” a famiglie dei militari, o vicine alla giunta, oppure a centri ecclesiastici. In questo modo, oltre ai genitori biologici, i bambini perdevano anche l’identità. Per questo furono fondamentali, come nel caso di Astrid, i processi penali contro i repressori. È nelle aule di giustizia che l’identità, diritto fondamentale, è stata riparata grazie al rinvenimento di certificati di nascita, documenti, testimonianze e fotografie. “La prima volta che vidi i volti dei miei genitori fu proprio grazie a una foto presentata in aula”, ha raccontato.
“Quando avevo 11 anni bussarono alla porta di casa chiedendo di me. La mia famiglia respinse queste persone che mi cercavano – ha detto -. Tornarono successivamente insieme a un gruppo di giuristi e avvocati: fu solo in quella seconda occasione che mi dissero che mia nonna e mia zia paterna mi stavano cercando”. “Mi portarono in un’altra abitazione e lì un’amica di mia madre mi spiegò che quelle persone mi cercavano perché io ero adottata. La prima domanda che feci, sbalordita, fu dove fossero mia madre e mio padre biologici. ‘Sono morti’, mi dissero. E così, nell’arco di un pomeriggio, a soli 11 anni, scoprii di essere adottata e che i miei veri genitori non c’erano più. Da un momento all’altro mi cambiò la vita – ha spiegato -. Il problema è che la famiglia che si era appropriata di me era profondamente negazionista: non mi aveva mai detto nulla. A complicare ulteriormente la mia storia c’è poi il processo giudiziario. Siamo intorno all’84-’85, da poco entrati nell’epoca democratica in Argentina. Il governo aveva operato un cambiamento formale, ma nella sostanza molte istituzioni erano ancora legate al vecchio sistema. Così, l’apparato giudiziario stabilì che non fosse positivo per la mia salute tornare dalla mia famiglia biologica”.
Eppure, ha continuato Astrid, “sarebbe stato molto più semplice se mi fosse stata data quella possibilità a 11 anni, rispetto a quanto è accaduto dopo. Solo a 20 anni, quando ero già all’università, ho iniziato a dire di essere figlia di desaparecidos, perché prima avevo paura. In Argentina, allora, non se ne parlava ancora apertamente”.
Con il tempo si è avvicinata alle Abuelas de Plaza de Mayo, “che però non avevano alcuna informazione sui miei genitori, se non i loro nomi. Questi dati erano stati lasciati da mia nonna e da mia zia, dopo avermi cercata senza riuscire a ricongiungersi con me. Credevano che fossi io a non volerle, quando in realtà era stato un giudice a impedire quel legame”. “Lì – ha aggiunto – ho capito cosa vuol dire essere desaparecidos due volte: la prima con il corpo fisico; la seconda con l’assenza di documenti che attestino la memoria dei tuoi cari”.
Per questo è fondamentale il ruolo delle “Madres y Abuelas de Plaza de Mayo”, protagoniste di una delle più longeve mobilitazioni civili della storia contemporanea. Come ha spiegato il giovane avvocato Gabriel Illescas, queste donne, riunendosi ogni settimana nella piazza simbolo di Buenos Aires, hanno costruito nel tempo una rete essenziale per la conservazione della memoria e per il recupero dell’identità dei figli dei desaparecidos, contribuendo anche ai percorsi di ricongiungimento familiare.
Ma oltre alla memoria, le vittime chiedono giustizia. È qui che si inserisce il lavoro di associazioni come “24 Marzo Onlus”, impegnata da anni nella ricerca di verità e giustizia per le vittime della dittatura militare argentina. Jorje Iturburu, avvocato e presidente dell’associazione, nel suo intervento introduttivo ha ripercorso il lavoro investigativo portato avanti negli ultimi anni, finalizzato alla raccolta di prove contro ex gendarmi ancora in vita, alcuni dei quali residenti in Italia. L’obiettivo è avviare procedimenti giudiziari nei loro confronti e supportare al tempo stesso le “Madres y Abuelas de Plaza de Mayo” nel reperimento di documenti fondamentali per la memoria di migliaia di persone, ancora oggi ignare del proprio passato.
©PAOLO BASSANI / ANTIMAFIADuemila